Assente alla visita fiscale Inps condannata a pagare

Il lavoratore ha dimostrato che si trovava nell’ambulatorio del medico di base L’Istituto deve saldare la disoccupazione e la malattia ad altri due lavoratori

Tre sentenze del giudice del lavoro: in tutti i casi, l’Inps (Istituto nazionale di previdenza) è stato condannato. A tutto vantaggio dei lavoratori che si sono difesi tutelati dall’avvocato Emanuele Spata per conto di Sls (Sindacato Lavoro Società guidato da Vittorio Rosa). Il primo caso riguarda un lavoratore che, durante il periodo di malattia tra il 18 e il 23 agosto 2013, non era stato trovato in casa in occasione della visita fiscale. L’ente previdenziale non intendeva corrispondere l’indennità, oltre a rivalutazione e interessi. Anzi, non l’aveva nemmeno liquidata perché riteneva ingiustificata l’assenza del dipendente nella sua casa. Il lavoratore si è rivolto al giudice portando la prova che, quando il medico fiscale aveva suonato (invano) il campanello della sua abitazione, lui si trovava nell’ambulatorio del medico di base. Il giudice del lavoro Maurizio Pascali ha accolto il ricorso, condannando l’Inps a pagare l’indennità di malattia come le spese di lite (mille euro oltre all’Iva).

Sempre l’Inps è stata condannata dal giudice padovano del lavoro Francesco Perrone a pagare la cosiddetta Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego, in pratica l’ex indennità di disoccupazione) a favore di una lavoratrice licenziata: si tratta di un ammortizzatore sociale introdotto dalla riforma del mercato del lavoro (la Riforma Fornero del 2012) che unifica e sostituisce la maggior parte degli strumenti di sostegno ai lavoratori che hanno perduto il lavoro. La lavoratrice aveva presentato la domanda per usufruire di quel beneficio il 27 maggio 2014. Ma il 25 settembre l’Inps aveva rispedito al mittente la richiesta. La giustificazione? Non era stata presentata la documentazione richiesta, cioè la copia della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro rilasciata dalla Direzione territoriale del lavoro. Il datore di lavoro, sosteneva l’ente, aveva indicato una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ecco perché l’indennità non andava saldata. Niente affatto, aveva replicato l’ex dipendente: c’era la lettera di licenziamento e il suo attuale stato di disoccupazione era involontario perché conseguente a quella “cacciata” dal posto di lavoro avvenuta il 26 maggio 2014. Situazione vera e documentata secondo il giudice che ha ordinato all’Inps di pagare l’Aspi con arretrati, interessi e rivalutazione rifondendo anche le spese di lire (1.800 euro).

Infine l’Inps dovrà pagare a un lavoratore l’indennità di malattia per quasi quattro mesi: l’ente previdenziale non aveva voluto riconoscere quel periodo tanto che il datore di lavoro (un’azienda di Albignasego) aveva recuperato i soldi anticipati in busta paga per conto dell’istituto di previdenza. Solo una volta citato in giudizio, l’Inps ha ammesso “l’errore” spiegando che il diritto del ricorrente (il lavoratore in malattia) era stato riconosciuto in sede di autotutela con l’annullamento del provvedimento che aveva cancellato quell’indennità. Ma i soldi non risultavano ancora pagati e il giudice del lavoro Mauro Dallacasa ha ordinato all’Inps di versare la somma dovuta.

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