Lo Iov studia la "carta d'identità" del cancro

La direttrice Simionato illustra il progetto: "Per consentire cure personalizzate"

PADOVA. È l’ente padovano più amato, quello che nel 2014 - secondo gli ultimi dati ministeriali - ha ottenuto la maggiore donazione del 5 per mille, pari a 1 milione 436 mila euro. Tanto hanno versato i cittadini per sostenere l’Istituto Oncologico Veneto che può contare poi sui fondi ministeriali. In tutto, nel 2016, 4 milioni di euro da destinare alla ricerca contro il cancro. Quali i progetti in cantiere? Li spiega il nuovo direttore generale Patrizia Simionato.

Direttore, le ricerche in materia oncologica sono oggi nel mondo scientifico svariate, ciascuna con un proprio obiettivo. Qual è il vostro?

«Vogliamo realizzare la carta d’identità molecolare del tumore partendo dal presupposto che ogni cancro è diverso dagli altri a livello di mutazione genetica. Una volta individuata la specificità di ciascuno, è possibile stabilire le cure personalizzate, finalizzate a combattere quel tipo di tumore, con quelle specifiche caratteristiche. Si procederà dunque con la sperimentazione per tipologia di cancro e per tipologia di paziente. I nostri ricercatori lavoreranno a questo obiettivo; è importante che i cittadini, come hanno fatto finora, e in modo crescente, continuino a sostenerci. Abbiamo messo in campo alcune iniziative con la nostra Area Promozione».

Come pensate di sensibilizzare ulteriormente i cittadini? Avete in programma qualche campagna particolare?

«Potenzieremo la comunicazione, invieremo sms, faremo incontri con i commercialisti affinché diano tutte le necessarie informazioni ai contribuenti. Il messaggio 2016 sarà semplice: non c’è cura senza ricerca. E con il 5 per mille i nostri ricercatori, biomedici e oncologi clinici possono far progredire la ricerca oncologica trasformando le donazioni in un beneficio concreto per i pazienti. Tale entrata costituisce circa il 25% dei fondi a disposizione dell’istituto».

Non rappresenta un limite alla ricerca, oltre che alla cura, il fatto che lo Iov sia diviso in quattro diverse sedi? Ci sono il Busonera, la palazzina di Radioterapia in via Giustiniani, Schiavonia e poi l’amministrazione a Palazzo Santo Stefano.

«No, non trovo che quattro sedi siano un problema. Se siamo organizzati bene la dislocazione non influisce. Comunque stiamo risistemando gli spazi: lo scorso mese abbiamo portato al Busonera alcuni uffici come il Provveditorato e il Servizio Personale. Inoltre, al secondo piano di via Gattamelata, arriveranno le degenze onologiche che oggi sono a Radioterapia: sono previsti 43 posti letto. Nel frattempo abbiamo già deliberato l’ampiamento del parcheggio e a fine mese c’è la consegna dei lavori».

Nell’ambito della cura c’è invece il problema delle lunghe attese per la somministrazione della chemioterapia.

«L’abbiamo considerata un’urgenza da affrontare e, per questo, abbiamo deciso la rivisitazione dell’intero percorso coinvolgendo tutti gli operatori, dagli oncologi alla farmacia. Lo scopo è che ciascun paziente possa arrivare allo Iov per la terapia con la poltrona già assegnata. La sperimentazione è iniziata, si andrà a regime il prossimo maggio. Si tratta di un progetto avviato prima che arrivassi e che abbiamo portato avanti».

In Azienda Ospedaliera venerdì scorso gli infermieri hanno scioperato contestando la carenza di organico e, conseguentemente, i turni massacranti a cui sono costretti. Com’è l’organico allo Iov?

«Al momento non ci sono problemi. Lo Iov conta su circa 500 dipendenti più altri 200 collaboratori. Abbiamo firmato con il sindacato un accordo che prevede 50 euro in più in busta paga quando il lavoratore viene chiamato a sostituire un collega. Abbiamo voluto remunerare il disagio estendendo a tutto l’anno un istituto che era previsto solo per l’estate. Nessun accordo invece è stato firmato per i 27 euro a chi deve portare i campioni ai laboratori che si trovano dall’altra parte della strada». (s.t.)

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