Denunciò il fratello dell’Is, si ritrova solo

«L’ho fatto rimpatriare io in Marocco. Lo aiuto ancora in tutti i modi. Ma la comunità islamica mi ha isolato e ora rischio di perdere anche la casa»

MONSELICE. Ha trovato il coraggio di denunciare il fratello, simpatizzante dei progetti sanguinari dell’Is, ma è emarginato dai suoi connazionali e in serie difficoltà economiche. Come se non bastasse, rischia di perdere anche il misero alloggio in cui vive. Intorno a sé ha il vuoto, è un invisibile. La comunità magrebina lo ha isolato e lo ignora, nessuno gli rivolge la parola da mesi, a partire dal fratello che in seguito alla sua testimonianza è stato espulso dall’Italia per terrorismo.

La solitudine di Fouad Bamaarouf, marocchino di 42 anni, operaio in una cooperativa in zona industriale, 16 anni di duro lavoro in Italia, è iniziata quel giorno di fine dicembre quando i carabinieri hanno prelevato il fratello minore Adil, subito accompagnato in aeroporto con un biglietto di sola andata per il Marocco. È stato accusato di terrorismo per aver minacciato di far esplodere Roma: passava tutto il giorno incollato allo smartphone in contatto con chissacchì, aveva riferito spaventato Fuad ai carabinieri, non faceva mistero di condividere le parole d’ordine dell’Is. «Mio fratello era arrabbiato con tutti perché aveva perso il lavoro» racconta, «perché non aveva i soldi nemmeno per mangiare. L’ho preso in casa con me, gli ho detto di stare tranquillo, l’avrei aiutato a trovarsi un nuovo lavoro. Però nessuno della comunità marocchina l’ha aiutato allora. Così ha preso una brutta strada e da tempo era sotto controllo. L’ho fatto per il suo bene».

Fouad ha continuato a occuparsi del fratello anche dopo l’espulsione, sobbarcandosi le spese dell’avvocato che l’ha tirato fuori dalla prigione dopo due settimane di detenzione in Marocco. Però da allora Adil non gli rivolge la parola. «Non ha più voluto parlarmi» aggiunge, «eppure io continuo ad aiutarlo. Sto pagando poco alla volta il debito di 700 euro che aveva accumulato con il proprietario del suo appartamento e mi sto prendendo cura di tutta la famiglia in Marocco. Sei persone in tutto: Adil, mia madre ammalata, mia sorella e tre figli piccoli dell’altro mio fratello rimasto senza lavoro». Ogni mese manda a casa almeno 300 euro, senza contare gli extra. Poi paga ben 400 euro di affitto per un minuscolo alloggio umido e malsano, poco più di uno scantinato sulla sponda del Bisatto. Difficile chiamarla “casa”, eppure Fouad ora rischia di perdere anche questo tetto, perché a novembre scade il contratto e il proprietario ha tutta l’intenzione di non rinnovarlo. In questa situazione l’operaio marocchino non può contare nemmeno sulla solidarietà dei suoi connazionali, che da mesi non gli rivolgono più la parola. «Dall’arresto di mio fratello si è fatto il vuoto intorno a me. Solo alcuni italiani sono venuti a dirmi che avevo fatto bene, ma dai marocchini e dagli altri immigrati di fede islamica non ho più avuto una parola. È come se non esistessi, mi ignorano completamente, mi evitano. Eppure penso di non aver fatto nulla di male. Questa storia mi ha rovinato e ora dopo tanti anni rischio di trovarmi a terra. Fra sei mesi sarò anche senza casa e nessuna agenzia si fida ad affittare agli extracomunitari». Un aiuto per trovare un alloggio potrebbe venire proprio dalla rete di conoscenze e di solidarietà della comunità magrebina, nella quale però per Fouad non pare esserci alcun spazio. «Sono anni che non frequento la moschea perché non condivido la gestione di questi momenti di ritrovo. La gente ci va per farsi gli affari propri, per chiedere e ricevere favori come un posto di lavoro o una casa. Più che un momento di preghiera è l’occasione per sparlare degli altri. Preferisco starmene a casa. Questa gente dove era quando mio fratello era in difficoltà e aveva bisogno? Perché non aiutano veramente chi non ha da mangiare e non ha un lavoro?». Ora nessuno degna Fouad di uno sguardo. «Non ho fatto nulla di male. Da quanto sono in Italia ho sempre lavorato. Prima in Piemonte, in proprio, e dal 2007 qui a Monselice. Sulla mia strada ho trovato gente che se ne è approfittata. Come quell’algerino che mi ha fatto lavorare e poi non mi ha pagato i mille euro che mi doveva». Fouad non intende arrendersi, lui vuole restare in Italia, il suo sogno è ottenere la cittadinanza. «Andrò dal sindaco di Monselice nei prossimi giorni per chiedere un aiuto nel cercare una nuova casa. Spero che almeno lui mi voglia ascoltare».

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