«Islam e migranti? La risposta è l’umanità»

Wael Farouk, egiziano docente di lingua araba, domani in città per la presentazione del libro di Carròn

Capita di sentirsi invasi e quindi la reazione è quella di alzare muri, rinforzare i confini, respingere. Capita con gli immigrati, con gli islamici, più in generale con il diverso. Ma c’è un equivoco di fondo in questa mossa che annichilisce ogni progetto di convivenza. «È la convinzione che lo spazio pubblico sia un luogo fisico, da dividere in porzioni. Ognuno si prende la sua, segnandone il confine con la propria identità. Ma lo spazio pubblico non esiste se non come luogo ideale di incontro. E allo stesso modo la mia identità non esisterebbe se non ce ne fosse un’altra, diversa». Sono parole di Wael Farouq, vice presidente del Meeting del Cairo, docente all’Istituto di Lingua Araba dell’Università Americana del Cairo e, ancora, docente di lingua araba alla Cattolica di Milano, lecturer in tanti altri atenei internazionali e coautore, assieme a Papa Benedetto XVI, del libro “Dio salvi la ragione”. Farouq sarà domani al centro Papa Luciani di Padova (ore 21) per la presentazione del libro “La bellezza disarmata” con Juliàn Carròn, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione (e autore del testo) e con Gadi Luzzato Voghera, docente alla Boston University. L’appuntamento, promosso da Cl e dall’associazione Antonio Rosmini sarà incentrato sul tema del libro, ossia le «ragioni per vivere e costruire spazi di libertà e di convivenza in una società pluralistica». Gli ospiti troveranno una città prigioniera di tante paure, come d’altrone è tutta l’Europa. «Se ne esce cominciando a vedere lo spazio di tutti come spazio per tutti. Luogo di incontri, appunto», sostiene Farouq. «Si dice che siamo chiusi e impauriti ma io credo che non ci sia mai stato tanto bene come oggi. Il problema è che ci sono pochi testimoni. Fa più notizia il male. Ma per il futuro dobbiamo lavorare sul bene che c’è. Se ci pensiamo, ognuno di noi è amico di almeno una persona molto diversa, per cultura o religione». Farouq sostiene che incontrarsi e conoscersi è l’inizio di ogni esperienza positiva. «Ci sono due esistenze parallele, una fuori dalla realtà, una reale. La prima nasce dal confronto tra stereotipi, la seconda dall’incontro fra le persone. Il rischio è che la prima sovrasti la seconda. Succede così anche con i profughi, con gli islamici che arrivano in Italia. Ci si appella all’umanità, ma l’umanità non è un valore se non si incarna in una persona. Solo l’incontro fra identità, tra persone, produce un valore, a prescindere da tutto, perfino dall’Islam». Il problema dell’Islam, semmai, è che «sta diventando più importante delle persone, e quando diventa un valore astratto allora si trasforma in un male. Quando un sistema di valori e la religione diventano più importanti delle persone, allora le persone sono disposte a morire per la religione. E noi corriamo un rischio enorme. Anche perché siamo passati dalla conoscenza all’informazione, che è conoscenza senza esperienza umana. Così l’individuo diventa una persona senza rapporti con gli altri. La grande sfida che ci aspetta è quella di mantenere una dimensione umana in questa evoluzione tecnologica. Se ce la facciamo, allora né le migrazioni né i fondamentalismi possono farci paura».

Farouq è anche testimone della rivoluzione egiziana. Sono passati cinque anni da piazza Tahrir e il Paese è ancora governato da un regime, con diritti umani spesso calpestati. La morte atroce del ricercatore italiano Giulio Regeni, rapito e torturato, ha richiamato l’attenzione del nostro Paese sulla situazione in Egitto. «Ma di questa vicenda non so cosa dire», frena Faoruq, «perché finora non ci sono fatti certi, ma soltanto ipotesi. Sono molto triste per quello che gli è successo. Ma trovo che lui abbia subito una doppia violenza. Da vivo, con le torture, e da morto, con interpretazioni faziose della sua storia, con letture piegate da interpretazioni personali, senza rispetto». Sulla situazione politica del suo Paese, invece, il professore offre uno sguardo originale e per certi versi illuminante: «Possiamo guardare ai fatti del 2011 puntando gli occhi solo sul potere e quindi credere che nulla sia cambiato», dice. «Oppure possiamo guardare alla testimonianza che è rimasta», prosegue Farouq, «e vedere che tutto si è modificato, che i giovani vivono un’altra vita e aiutano i poveri e colorano le strade e i muri dei quartieri poveri, che le religioni ora si rispettano e si difendono reciprocamente, che le diversità sono accettate come una ricchezza. È bastato un anno per segnare la differenza culturale. C’è una donna a capo di un partito. C’è un capo del potere che va alla messa di Natale. Non si può dire che sia tutto come prima». La lezione è che l’amore è più forte del potere e delle regole. «Non si può pensare che il cambiamento sia sostenuto solo da una legge, anche voi italiani ve ne state rendendo conto con il conflitto sulle unioni civili. Non è possibile guardare solo al potere, alle regole e non accorgersi che il cambiamento è nelle persone. Questa strada porta soltanto alla violenza. L’amore è la bellezza disarmata del libro di Carròn, quello che ci impedirà di piegare il bene alle ideologie. E nessuno può impararlo, possiamo solo viverlo, in un’avventura personale che è slegata da ogni convenzione». (cric)

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