Spumante per champagne ecco la truffa delle bollicine

Le menti erano di Valdobbiadene, gli imbottigliatori sono nomadi del Padovano Le etichette del finto Moët fatte a Napoli: scoperto un capannone in cintura

TREVISO. Vino bianco di Valdobbiadene venduto come champagne Moët & Chandon. Con tanto di etichetta riprodotta e stampata a Napoli, per un prezzo sul mercato di oltre 40 euro a bottiglia. Stavolta i falsari per professione avevano individuato un settore in grado di fruttare una montagna di denaro: quello vinicolo. Un trevigiano doc, con una sfilza di precedenti penali in materia di contraffazione, ha riempito le bottiglie con il buon vino della sua terra. Peccato che si è messo a spacciarlo per pregiatissime bollicine. La Guardia di Finanza di Padova ha sgominato questa holding del falso e denunciato otto persone. Al vertice dell’organizzazione c’era Claudio Rebuli, 47 anni, già finito nei guai nel 2007 per un giro di occhiali contraffatti e bersaglio nel 2012 di due attentati incendiari in provincia di Treviso. Il suo braccio destro era la compagna Alica Dorcikova, 43 anni, slovacca. I due si avvalevano della collaborazione di altri sei faccendieri, tra cui spiccano alcuni nomadi di etnia sinti.

I numeri

I militari delle Fiamme gialle hanno sequestrato 9.200 bottiglie con marchio falsificato, oltre ad altre 40 mila etichette e 4.200 scatole. Le bottiglie venivano vendute a circa 40 euro l’una a ignari consumatori italiani ma erano destinate soprattutto ai mercati tedeschi e polacchi. La vendita delle sole bottiglie trovate al momento del blitz della Finanza avrebbe fruttato un introito di circa 350 mila euro: importo destinato a lievitare a quasi due milioni di euro se si considerano le decine di migliaia di etichette pronte all’uso.

L’indagine

Tutto è cominciato grazie all’intuito di un finanziere a cui è capitata in mano una bottiglia di champagne Moët & Chandon. Osservandola attentamente si è accorto che nell’etichetta mancava il numero del lotto di produzione. Ha posto la questione ai vertici del comando provinciale di Padova, dando così avvio all’attività di indagine. Le verifiche sono iniziate a novembre 2015. Nel giro di qualche settimana, con pedinamenti e appostamenti, gli uomini del tenente colonnello Luca Lettere hanno scoperto che la base logistica era stata allestita in un capannone tra Abano e Selvazzano. L’edificio era stato adibito a laboratorio clandestino, nel quale venivano applicate le etichette contraffatte di champagne su bottiglie contenenti in realtà vino bianco secco. L’analisi del vino sequestrato, effettuata dal laboratorio chimico dell’Agenzia delle Dogane, ha accertato che si trattava di “vino bianco spumante” con una gradazione alcolica di 11,62. Al momento del blitz erano presenti tutte otto le persone poi denunciate. Con i vari interrogatori i finanzieri sono riusciti a scoprire che le menti dell’organizzazione erano Claudio Rebuli e la compagna. Tutti gli altri erano pura manovalanza. Procedendo con gli accertamenti i militari hanno scoperto che la casa Moët & Chandon aveva assoldato alcuni investigatori privati perché c’era il sentore che girassero partite di champagne fasullo in Italia. I carabinieri del Nas avevano anche avviato un’indagine in provincia di Napoli ma le fiamme gialle padovane hanno bruciato tutti sul tempo. I successivi accertamenti saranno rivolti a capire se esiste una rete di commercianti conniventi.

«Massima attenzione»

Il colonnello Gavino Putzu, comandante provinciale della Guardia di finanza di Padova, non lascia dubbi: «Questa è agropirateria. La nostra soglia di attenzione è altissima su questo fronte».

e.ferro@mattinopadova.it

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