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«Tu sei dell’Is», dodicenne preso di mira dai compagni

La comunità marocchina di Padova segnala tre casi di intolleranza nelle scuole Il dirigente scolastico: «Nessun episodio grave, lavoriamo per l’integrazione»

Alice Ferretti Felice Paduano
1 minuto di lettura

PADOVA. Preso di mira dai compagni di classe perché marocchino, perché musulmano. «Sei dell’Is», gli dicono a scuola. Lui è un ragazzino di 12 anni che frequenta una scuola media di Padova. Ha provato a far finta di nulla. Ma non era possibile. Sono intervenuti gli insegnanti, sono intervenuti i genitori, è stata informata anche la comunità marocchina della città. Quest’ultima sarebbe a conoscenza anche di altre due vicende del genere, avvenute sempre all’interno di alcune scuole padovane, figlie del clima surriscaldato dopo gli attentati di parigi. Tuttavia i tre episodi sembrerebbero essere casi isolati. «Sino a oggi non si sono registrati gravi episodi d’intolleranza da parte dei ragazzi italiani nei confronti dei compagni di scuola musulmani», sottolinea Andrea Bergamo, responsabile dell’Ufficio scolastico provinciale, che aggiunge. «Sia nelle scuole della città che in quelle della provincia, dagli anni ’90 in poi, i responsabili di settore dei Comuni, i presidi, i docenti e tutti i funzionari dell’ex Provveditorato agli Studi hanno effettuato un ottimo lavoro per favorire l’integrazione a tutti i livelli degli allievi, dalle materne alle scuole medie superiori».

Fatto sta che questi tre casi, seppur unici, fanno riflettere sul momento di tensione che stiamo vivendo in seguito agli attentati terroristici di Parigi. Ragazzini che se la prendono con i propri coetanei perché questi sono stranieri, marocchini, arabi, musulmani. Ragazzini che probabilmente sono troppo piccoli per capire a fondo intricate questioni sul mondo islamico, che in molti casi neppure gli adulti hanno poi così chiare in testa. Ragazzini che però quando tornano a casa sentono parlare i genitori, colgono frammenti di discorsi, sentono stralci di servizi al telegiornale, magari in certi casi fanno domande e vengono influenzati dalle risposte del proprio contesto familiare.

Di certo una consapevolezza totale di ciò che sta accadendo, com’è naturale che sia, non ce l’hanno. Nonostante questo tirano fuori quella punta di cattiveria propria dell’età, provocano, deridono, fanno anche soffrire ragazzini che hanno la loro stessa età e la loro poca consapevolezza. Questi ultimi vengono da famiglie spesso inserite in comunità chiuse, che vivono la loro vita magari lavorando tutto il giorno in fabbrica senza troppi confronti con la cultura del paese che li ospita.

Nell’ambito del confronto-scontro di cultura e civiltà, sono loro ad occupare la prima linea: i figli degli immigrati. La seconda generazione, quella che fin da piccola deve relazionarsi con qualcosa di diverso rispetto al contesto familiare d’origine, quella che spesso paga lo scotto di differenze culturali che in particolari momenti storici, come quello che stiamo vivendo, si fanno molto più aspre.

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