Cemento e allagamenti. Padova è ad alta criticità

Utilizzato il 15,2 per cento del territorio provinciale e il 40,2 di quello comunale Legambiente: «Urgente una revisione completa del piano degli interventi»

PADOVA. Case, capannoni, strade, parcheggi, centri commerciali. E poi ancora case, capannoni, strade e pochi, pochissimi spazi verdi. Il conto dello sviluppo si colora di rosso nelle mappe ad alta definizione che accompagnano l’ultima edizione del dossier sul consumo del suolo in Italia, redatto dall’Istituto superiore per la Protezione e la Ricerca ambientale. E non serve zoomare per avere un’idea chiara di quello che succede intorno a Padova. I confini tra la città e i comuni intorno non si distinguono più, l’urbanizzazione si estende omogenea fino alla cintura e poi, seguendo i raggi delle strade principali, fino ai confini provinciali, con macchie di viola (capannoni) e sfumature di rosa e di giallo (ancora cemento). Il verde è rimasto, ma solo sui colli. Non c’è altro.

I numeri amplificano il colpo d’occhio. Il Veneto ha deposto sull’altare della crescita una quota di suolo che supera l’11 per cento, laddove la media italiana è del 7 per cento e quella del Nordest del 7,2. Ma, ancora peggio, attraverso il consumo, ha alterato il 60 per cento del suo territorio. Solo la Lombardia ha fatto peggio. La provincia di Padova è sesta su scala nazionale: ha cementificato oltre 32 mila ettari (il dato è di due anni fa, quindi oggi va corretto al rialzo) che equivalgono al 15,2 per cento del territorio. Peggio hanno fatto solo Milano, Napoli, Varese, Monza e Brianza e Trieste. E come Milano, Napoli, Torino e Monza, Padova ha un’area urbana maggiore piuttosto ridotta rispetto alla superficie urbanizzata, che è molto estesa. Quanto basta perché la sua situazione sia definita “ad elevata criticità” per la saturazione urbana.

Padova città, poi, fa anche peggio. La superficie di suolo consumato è del 40,2 per cento (3.739 ettari), una quota largamente superiore a quella degli altri comuni della provincia più cementificati. Dopo il capoluogo, c’è Noventa Padovana con il 36,8 per cento di territorio utilizzato, poi Galliera (29,7), poi Rubano (29,2), Tombolo (28,4), Cadoneghe e Albignasego (28,3), Abano Terme (25,3), Solesino (25,1), Limena (24,8), Ponte San Nicolò (23,8), Montegrotto (22,5) e Cittadella (22,4). In coda si salvano Vighizzolo d’Este, che ha ancora il 95,1 per cento del suolo non utilizzato, e poi Vescovana (94,4), Sant’Urbano (94,2) e Codevigo (94,1).

Contrariamente a quanto si immagina, non sono le case ma le strade a far lievitare la quota di suolo consumato. Le infrastrutture viarie occupano il 41 per cento delle terre urbanizzate, gli edifici il 30 per cento (l’11,5 in aree urbane, l’11,1 in zone rurali) e tra questi solo il 2,5 per cento è rappresentato da zone residenziali compatte. Il resto - ossia il 28,7 per cento - sono parcheggi, piazzali, discariche, cantieri, aree estrattive, serre permanenti e - ultimamente - anche aree consegnate ai pannelli fotovoltaici. Cos’hanno in comune tra loro? Che sono ad alta o totale impermeabilizzazione. E questo spalanca la finestra su scenari ben noti di allagamenti sempre più frequenti.

Per Legambiente il dossier dell’Ispra è la conferma che c’è una situazione di fragilità conclamata, soprattutto in città e la situazione può solo peggiorare «a meno che non sia immediatamente rivista la pianificazione urbanistica». Sandro Ginestri, vicepresidente dell’associazione, chiede al Comune una svolta drastica: «Serve una revisione completa della nuova proposta di variante al piano degli interventi sugli ambiti insediativi, perché quella in discussione non diminuisce le abnormi previsioni di nuova edilizia residenziale e addirittura prevede la possibilità di aumentare le cubature negli ultimi cunei verdi di Piccinato che già stanno subendo una disastrosa cementificazione. Bisogna salvaguardare le aree naturali e agricole per non aggravare le situazioni di rischio idraulico». Ma l’assessore comunale all’urbanistica Matteo Cavatton scarica ogni responsabilità su altre amministrazioni: «Lo studio dell’Ispra ci spaventa e dovremo farci i conti, ma noi stiamo andando avanti con i progetti approvati e portati in esecuzione da chi ci ha preceduto e che riguardano aree non pubbliche. Noi non abbiamo concesso un solo metro in più, anzi abbiamo avviato piani di riqualificazione come quello per il Parco delle Mura. Poi però bisogna anche dire che la conformazione urbanistica di Padova favorisce la densità: qui in 93 chilometri quadrati abbiamo 210 mila abitanti, più 60 mila studenti. A Verona, per fare un esempio, ci sono 250 mila abitanti ma in 200 mila chilometri quadrati. E noi in più abbiamo il carico di una cintura pesantemente cementificata ma sulla quale non abbiamo alcuna competenza».

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