A Trento nel 1915 s’incrociano le vite di De Gasperi e Battisti

Un contrasto che ha vecchie radici e che si acuisce alla vigilia della guerra quando si ritrovano su posizioni opposte. Lo scontro con il giovane Mussolini

di Francesco Jori

È un singolare incrocio a tre, quello che a ridosso dello scoppio della guerra si registra in Trentino: dove convergono, sia pure per breve tempo, le strade di Alcide De Gasperi, Cesare Battisti e Benito Mussolini.

Già nel 1900 Battisti, socialista, a soli 25 anni, ha fondato il quotidiano “Il Popolo”, e quindi il settimanale “Vita Trentina”. Nel 1905 De Gasperi, anch’egli 25enne, è stato nominato direttore di “La Voce Cattolica”. I due, entrambi all’epoca sudditi dell’impero asburgico, entrano in polemica da subito, allorché il governo austriaco presenta al Parlamento un progetto di legge per l’istituzione di una facoltà autonoma di diritto e scienze politiche a Rovereto, scelta perché con pochi abitanti e perché “animata dallo spirito dello sviluppo intellettuale”. De Gasperi sulla “Voce Cattolica” boccia l’ipotesi Rovereto, caldeggiando in alternativa Trento. Battisti sul “Popolo” rifiuta a sua volta Rovereto ma sposta il tiro più in la: “O Trieste o nulla”. Una candidatura, quest’ultima, appoggiata con decisione anche dagli studenti slavi e rumeni, i quali assieme ai colleghi italiani deliberano di “continuare energicamente la lotta per l’equiparazione dei diritti accademici di tutte le nazionalità della Cisleitania”: si tratta del territorio al di là del fiume Leita, che include una parte dell’impero comprendente tra l’altro Trieste, Gorizia, Carniola e Dalmazia. A quel punto Vienna sceglie la classica terza via, aprendo una facoltà giuridica italiana a Innsbruck: l’inaugurazione dei corsi scatena però scontri in piazza, con diversi arresti, tra cui quello di Battisti.

La controversia tra i due si riaccende nel 1909, intrecciando dibattiti su temi di fondo con piccole scaramucce. Nel 1906 “La Voce Cattolica” è diventata quotidiano con la testata “Il Trentino”. Ma Battisti, quando polemizza con De Gasperi, non usa mai la nuova denominazione, bensì mantiene la vecchia, limitata alle sole iniziali: “V.C.”. Intanto sulla scena compare il terzo uomo: il 6 febbraio del 1909 arriva a Trento, come segretario della Camera del Lavoro, Benito Mussolini, all’epoca socialista, cui viene affidata anche la direzione del giornale “L’avvenire del lavoratore”, mentre Battisti lo fa scrivere sul “Popolo”.

Il futuro duce rivela già di quale pasta sia fatto: attaccando De Gasperi e i popolari, li bolla come «vilissimi mestieranti, beceri banditi nella macchia nera del giornalismo clericale, pennivendoli senza idee e senza coraggio»; e minaccia di «far volare gli schiaffi ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione». Replica De Gasperi: «Lei minaccia di usare contro di me i suoi pugni, io uso contro di lei la legge; lei troverà ideale il suo sistema; a me sembra dei tempi barbari o, se vuole, di quelli illuminati dal sole dell’avvenire. Certe imposizioni brutali può andare a farle in Romagna, noi qui le chiamiamo bravate. Non è paese il Trentino dove i D’Artagnan abbiano fortuna».

Il soggiorno trentino di Mussolini si esaurisce tuttavia in pochi mesi: già a settembre di quel 1909 viene espulso dalle autorità austriache, e se ne torna a Forlì.

La polemica tra i due leader trentini si riaccende alla vigilia del conflitto. Nel 1914 De Gasperi interviene sul suo giornale per ribadire che «noi, la guerra non ci sentiamo di augurarla». E torna sull’argomento per spiegare: «Una parte della stampa annunzia con invidiabile disinvoltura l’imminenza della guerra. È da sperare che si tratti di minacce per rinvigorire gli argomenti diplomatici». Minacce e basta però non sono, tanto da indurlo ad una sconfortata quanto rassegnata denuncia: «Come appaiono vuote ora le parole “solidarietà umana”, “fratellanza universale”, predicateci in tutte le rivoluzioni politiche, quasi un Vangelo più naturale e più umano da sostituirsi al cristianesimo medioevale rinnegato… Come è nuda, come si rivela in tutto il suo crudo verismo codesta Europa moderna proclamatasi tante volte nei congressi e nelle esposizioni internazionali madre disinteressata dei progressi umani!».

Opposto è l’atteggiamento di Cesare Battisti, che vede nel possibile conflitto un’occasione storica per liberare Trento e Trieste dalla dominazione austriaca, e completare così l’unificazione del Paese. Non esita a impegnarsi da subito in prima persona: il 12 agosto 1914, appena due settimane dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, passa in Italia con la famiglia, e anima una serie di iniziative per sostenere la discesa in campo contro Vienna, tenendo comizi in diverse città. Quando l’Italia entra a sua volta in guerra, il 24 maggio 1915, si arruola volontario nel battaglione alpini Edolo; poi viene promosso ufficiale nel battaglione Vicenza. Il 10 luglio 1916, in un’operazione sul Monte Corno di Vallarsa, viene catturato dai kaiserjager austriaci assieme al sottotenente Fabio Filzi, originario di Rovereto, e portato a Trento; il 12 luglio, dopo il processo in cui vengono condannati a morte per tradimento, entrambi sono impiccati nella fossa della Cervara, sul retro del Castello del Buonconsiglio.

Quanto a De Gasperi, rimane a Trento praticamente fino all’ultimo, adoperandosi per cercare di spingere l’Italia alla scelta della neutralità. Poi, il 22 maggio 1915, alla vigilia dell’intervento italiano, il “Trentino” esce per l’ultima volta. Nella prima pagina figura un titolo asettico, “Le decisioni del Parlamento italiano”. Nell’ampio spazio bianco lasciato dalla censura, De Gasperi si limita a scrivere la parola “Ultimo”.

Poi abbandona Trento per Vienna, dove si impegna nell’assistenza ai profughi e agli internati. Nel maggio 1918 sarà tra i firmatari di un documento per l’autodeterminazione dei popoli sottoscritto dalle rappresentanze delle varie realtà dell’impero: polacchi, cechi, slovacchi, rumeni, sloveni, croati e serbi.

(11 – continua)

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