L’Alceste di Pizzi forte e raffinata Pubblico in piedi per la Remigio

VENEZIA. Alceste di Gluck è andata in scena per la prima volta alla Fenice di Venezia venerdì scorso, nella sua prima versione in italiano, passando per le mani di Pier Luigi Pizzi, che ne firma...

VENEZIA. Alceste di Gluck è andata in scena per la prima volta alla Fenice di Venezia venerdì scorso, nella sua prima versione in italiano, passando per le mani di Pier Luigi Pizzi, che ne firma regia, scene e costumi in un nuovo allestimento in coproduzione col Maggio Musicale Fiorentino, nel 300° della nascita del compositore (1714). Pizzi ha affrontato più volte l’opera, nel 1966 a Firenze con la regia di Giorgio De Lullo nella versione francese tradotta in italiano, ripresa sia a Torino che Milano, poi a Ginevra nel 1984 e Parigi nel 1985 nella versione francese, quindi nel 1987 in quella italiana diretta da Riccardo Muti alla Scala.

Alceste, che aveva segnato nel ‘700 un momento importante nella storia della riforma del teatro musicale, richiama alla pulizia formale e all’essenzialità dei contenuti. Pizzi schematizza la scena su uno sfondo di tre grandi riquadri, di cui uno ad arco, che cambia posizione nei tre atti. Solo quattro i colori che animano la tragedia, grigio, bianco, nero, giallo (un drappo); un albero con teschi appesi per il bosco sacro agli dei degli inferi; un letto matrimoniale per la camera regale. La scena spoglia, pressoché fissa, rinuncia a effetti tecnici, i movimenti dei personaggi vengono ricondotti a geometrie di linee, cerchi e angoli, i costumi sono elegantissime vesti bianche e nere. Non è una “moda” generica, ma una linea interpretativa attinente al manifesto di Gluck, quanto basta non solo per far capire, ma per sublimare nella semplicità la nobiltà degli eventi. Con grande finezza e sottigliezza Pizzi sa infrangere ogni staticità dell’opera seria, mostrandoci ed esaltando i sentimenti nella loro pura nudità. La direzione musicale di Guillaume Tourniaire con l’Orchestra della Fenice persegue una linea di carattere filologico nelle sonorità limpide e nelle dinamiche attente, ma senza creare troppe varietà di fraseggio. La partitura che di per sé tende a caratteri aulici e austeri, severamente introspettivi (a partire dalla tonalità di re minore iniziale) andrebbe sfrondata dell’intrinseca severità, alla ricerca di sfumature poetiche forti, altrimenti sfuggenti, di fatto fortemente presenti, col rischio, altrimenti, di un distacco dagli affetti delle voci, soprattutto nei recitativi, dove nasce e muore la tragedia. Carmela Remigio (Alceste) è la punta di diamante del cast, nell’eccellente controllo del vibrato, nell’intensa valorizzazione della parola (fondamentale in quest’opera), nella grande varietà coloristica in ogni registro, Molto buona la definizione espressiva di Zuzana Markova (Ismene), imponente la presenza del coro preparato da Claudio Marino Moretti. Successo caloroso, ovazioni per la Remigio. Repliche il 24, 26, 28 marzo.

Mirko Schipilliti

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