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L'ITALIA SUL LETTINO / Qulla "Barcaccia" danneggiata dagli hooligans olandesi

Così l’Europa si ostina a non vedere la violenza che monta al proprio interno. L'analisi della psicologa Vera Slepoj

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PADOVA. La violenza non ha sfumature, ha un unico colore, una linea dritta nel cuore dell’umanità: sono i livelli che mutano, l’organizzazione del pensiero che li produce, le spinte disorganizzate della morale perduta. La violenza per cessare di esserci deve negarsi anche nei dettagli, nella giustificazione, nella legittimazione, nel suo uso come risoluzione. Hooligans olandesi, non diversi da quello che furono gli inglesi, i germanici, i nostri italici con le morti addosso di tifosi laziali, napoletani, veronesi, forze varie dell’ordine, padri di famiglia. Un mondo che attraverso l’amore patologico per una squadra di calcio, una competizione, può organizzare quell’inconscio collettivo che carico di frustrazione e narcisismo genera un circuito violento: oggi nella magnifica piazza di Spagna, altrove in ogni luogo, dalle vie silenziose alla piazze illuminate, non c’è un posto preciso che abbia significato per dare origine a un circuito violento. È facile fare un’analisi semplicistica sulle organizzazioni delle tifoserie, nel passato luogo di identificazione, di risentimento contro il sistema, una forma quasi politica di dissenso, di dicotomia tra la vita quotidiana e un’identità guerriera attraverso una sciarpa, una bandiera, uno striscione, uno slogan.

Le tifoserie estreme sono sempre state capaci di organizzarsi in un’idea che si costruiva nell’avere un’occasione per far parte di una sorta di collettivo, non politico ma di azioni comportamentali e antisociali. Regole, prevenzione, azione, integrazione, sono stati paradigmi che in questi anni hanno consentito un equilibrio tra violenza, tifoserie e relazioni con le stesse regole, un incrocio tra squadre, rivalità calcistiche e sistemi di controllo di organismi di sicurezza come polizia, questura, sindaci. Eppure anche in questo caso, non solo non hanno funzionato ma forse paradossalmente nemmeno ci hanno pensato. L’Olanda rimanda le responsabilità a livello individuale, forse deve farci riflettere l’atteggiamento di uno Stato che diversamente dall’Italia non si sostituisce paternalisticamente all’individuo, lo responsabilizza, ma infondo anche lo abbandona a se stesso, nella logica dei fiumi di birra e i pensieri violenti che bypassano le regole del mondo reale.

Se Isis rappresenta il male peggiore di questo secolo, è necessario in ogni caso comprendere anche come un gruppo ampio, largo, di centinaia di uomini, di livello sociale e culturale ben preciso fatto non di emarginati, si ostini a voler aggredire, colpire, distruggere un fantomatico nemico silenzioso, immobile disarmato come una città: la fontana della Barcaccia del Bernini colpita cento volte, sono cento sfumature della violenza che forse si sta costruendo nel silenzio di una realtà che l’Europa si ostina a non voler vedere. Il libero arbitrio, la non scelta è il tunnel su cui nascono i comportamenti estremi, l’individuo del nostro regredito occidente non ha fatto un passo in avanti per progredire nella delegittimazione di ogni tipo di violenza. Il nostro Paese ancora una volta è triste, si muove sui soliti meccanismi infantili di delega delle cause, del ritiro delle responsabilità rinunciando a quel pensiero critico che consentirebbe al nostro tessuto sociale la gravità di una violenza che pur senza morti, ha tentato di uccidere l’anima di una città.

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