Dipendente informatico si getta dal quarto piano e cade sui fili della corrente

Un uomo si è gettato dal quarto piano in via Stratico ma è caduto sui fili della corrente e su un'auto in transito. E' dipendente di un consorzio che lavora per conto di Mps-Antonveneta. Non si sentiva valorizzato professionalmente. E' gravissimo in ospedale

PADOVA. Miracolato in quello che doveva essere il giorno della sua morte. Salvo dopo un volo di dodici metri, dopo un tuffo dal tetto del condominio. Un uomo di 43 anni, dipendente di un consorzio informatico collegato al gruppo bancario Antonveneta-Mps, si è lanciato nel vuoto ma è sopravvissuto. È finito prima contro un grosso cavo della pubblica illuminazione, poi sul cofano di un’auto in transito. La carrozzeria ha attutito l’urto e l’uomo se l’è cavata con qualche frattura. Ora è ricoverato in un letto del reparto di Chirurgia, con i parenti, la moglie e il figlioletto di sei anni intorno.

Non si sentiva valorizzato sul posto di lavoro e questo l’ha fatto uscire di senno. Un volo di 12 metri È successo ieri mattina in via Stratico, stradina stretta e corta tra via Marzolo e via Loredan, a due passi dagli istituti universitari e dalla nuova piazza del Portello. Poco dopo le 9 l’uomo si è lanciato dal tetto del condominio in cui abita con la moglie e il figlio. Ha aspettato di essere solo, ha lasciato la sua lunga lettera sul tavolo ed è salito fino all’ultimo piano per buttarsi. Il suo corpo è finito contro il cavo della pubblica illuminazione e poi sul cofano di un suv Honda che stava percorrendo via Stratico. Il conducente dell’auto, un architetto di Vigonza, ha aperto lo sportello ed è uscito di corsa temendo chissà che. Un medico in pensione, invece, è accorso verso l’uomo precipitato dal tetto e gli ha prestato i primi soccorsi. I due si conoscevano. «Hai un figlio di sei anni. Cos’hai fatto?», gli ha chiesto. Il quarantatreenne è scoppiato in un pianto disperato.

In via Stratico è arrivata un’ambulanza del Suem 118. Medici e infermieri hanno caricato l’uomo in una barella e l’hanno trasferito con urgenza in pronto soccorso. I rilievi, invece, sono stati affidati ai poliziotti della Squadra volante. Gli agenti, coordinati dal commissario capo Valeria Pace, hanno controllato l’abitazione in cui vive l’uomo di 43 anni, hanno trovato la sua lunga lettera con i saluti a tutta la famiglia. Gli uomini della Questura hanno raccolto anche le testimonianze e poi sono corsi in ospedale per provare a parlare con il ferito.

I motivi che l’hanno indotto a compiere un simile gesto sono maturati tutti nell’ambito lavorativo. L’uomo lavora per un consorzio che ha in appalto tutto l’apparato informatico di banca Antonveneta-Mps. Lavora in piazza Salvemini e si occupa prevalentemente di sistemi informatici e affini. Nella lettera lasciata ai familiari fa nomi e cognomi. Cita circostanze: il responsabile che non lo capisce, l’ex responsabile che non l’ha mai capito, il collega che non lo considera e il “sistema” che non accoglie le sue idee. Anni e anni di frustrazioni covate senza uno sfogo sono state messe nero su bianco in quelle che dovevano essere le sue ultime ore di vita. Nessun rischio di licenziamento, come si poteva pensare in un primo momento. Nessun altro problema. È solamente la mancata realizzazione professionale che l’ha spinto a cercare la morte.

La moglie si trovava a Roma per lavoro, dunque appena hanno saputo ciò che era successo i parenti hanno temuto per l’incolumità del bimbo di sei anni. Quando hanno appreso che se ne stava tranquillamente all’asilo si sono precipitati in ospedale. Una famiglia divisa tra la disperazione per il dramma interiore e la gioia per il miracolo che s’è compiuto.

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