Mascagni il grande dimenticato

Oggi è il 150° anniversario della sua nascita. E in Italia passa inosservato

di Mirko Schipilliti

Povero Mascagni, quasi tutti si sono dimenticati di lui. Oggi ricorre il 150° anniversario della nascita, ma è incredibile che solo pochissime istituzioni italiane si siano ricordate di uno dei compositori più importanti. Sì, perché con Cavalleria Rusticana, composta a soli 27 anni nel 1890, Pietro Mascagni cambiò la storia del teatro musicale affermando il nuovo filone dell’opera in un atto, che diede respiro all’autunno del teatro musicale italiano di fine ’800 da cui non sembravano esserci vie d’uscita, mentre Verdi ultimava gli ultimi capolavori. Se guardate bene le principali istituzioni liriche italiane, in preda agli anniversari di Verdi e Wagner (Puccini nel 2014) su 420 produzioni dal 2012 al 2014 il 26,4% sono titoli di Verdi, il 13,3% di Puccini, il 5 % di Wagner e solo l’1,9% di Mascagni (8 allestimenti, di cui 4 quest’anno a Cagliari, Roma, Ancona e stasera a Livorno con Cavalleria; in Veneto è Claudio Scimone con I Solisti Veneti a ricordarlo con la Messa di Gloria). Eppure, analizzando la produzione mondiale nelle 5 stagioni dal 2008 al 2013, anche se Mascagni sta al 21° posto fra gli autori più eseguiti, Cavalleria mantiene una buona 23a posizione fra i titoli più rappresentati, superando Otello, Macbeth, la Tetralogia di Wagner, Parsifal, Salomè. Strana vicenda quella di Mascagni, entrato in un vorticoso successo internazionale con Cavalleria, che presto lo rese il compositore di punta dell’editore Sonzogno contro Puccini – suo amico dalla giovinezza – edito da Ricordi. Nel 1894, con 515 rappresentazioni, Cavalleria era l’opera più eseguita in Germania, Austria e Svizzera, e dopo la prima viennese il celebre critico Hanslick definiva Mascagni come «modernamente europeo» e l’opera con «concetti assolutamente moderni».

Amico del giovane Mahler, quest’ultimo sosteneva che tra loro ci fossero «moltissime affinità» (fatto curioso per la critica), dirigendone Cavalleria e L’Amico Fritz. Persino Schenker lo apprezzò, e si guadagnò l’ammirazione di Ciajkovskij. Bel colpo. Fu forse il primo a introdurre in Italia la scala esatonale, primo a introdurre in senso motivico-musicale l’elemento orientale nell’opera con Iris, ambientata in Giappone, nel 1898.

Erroneamente etichettato come verista per via di Cavalleria, come se non avesse scritto altro (Mascagni non amò una corrente specifica, partecipando piuttosto ai movimenti culturali dell’epoca secondo l’evoluzione di gusti e tendenze: dopo Cavalleria (ma rifiutò di musicare La lupa di Verga), Guglielmo Ratcliff fu la prima literaturoper in Italia (dove il libretto è un testo teatrale preesistente), Zanetto aderì a decadentismo, liberty e psicanalisi, Iris abbracciò l’oriente, Le Maschere ripresero il ’700, Sì è un’operetta, Isabeau e Parisina (su libretto di D’Annunzio) seguirono correnti decadenti ed estetizzanti. In 16 opere, diversissime, fu un musicista rivoluzionario e impulsivo, grande melodista e drammaturgo della parola, continuo sperimentatore, , ma non progressista, denigrato da altri contemporanei nel ’900, co. munque il musicista italiano vivente più famoso fino alla morte nel 1945.

Nato a Livorno da genitori poveri, ritiratosi dal Conservatorio di Milano, passato a direttore di operette, si stabilì in Puglia, conquistò il successo con Cavalleria, iniziò una folgorante carriera di compositore-direttore d’orchestra – alla Fenice nel 1904, 1907, 1912, 1923, 1940 – registrò i primi dischi, compose la prima colonna sonora italiana. Persino i suoi “capelli alla Mascagni” ebbero successo, ma la continuità organica e coerente di Puccini ne offuscò la figura sempre alla ricerca di un’identità e la storia non gli riconobbe tutti i meriti. Come molti, all’epoca non rinnegò il fascismo, ma nel ’34 lamentò «raggiri non confessabili» e nel ’43 ne salutò la caduta («Torna su di noi il sole della libertà!»). Il mea culpa della critica recente ne ha recuperato il valore, evidenziando la scarsità di studi analitici e l’eccesso di aneddotica fino alla necessità, per Leonardo Pinzauti, di «riscrivere la storia del Novecento». Caro Mascagni, anche a te buon anniversario.

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