Bevilacqua vince il Comisso con “Villa Gradenigo”

di Nicola Cecconi TREVISO A Giovanni Comisso questa edizione del premio sarebbe piaciuta. Non solo perché a vincere la sezione narrativa è stato l’amico Giuseppe Bevilacqua con “Villa Gradenigo”, o...

di Nicola Cecconi

TREVISO

A Giovanni Comisso questa edizione del premio sarebbe piaciuta. Non solo perché a vincere la sezione narrativa è stato l’amico Giuseppe Bevilacqua con “Villa Gradenigo”, o perché la sezione biografia ha visto primeggiare il recupero della memoria perduta di Pietro Boragina con “Vita di Giorgio Labò”. Soprattutto perché tutto il premio è stato un inno a non dimenticare, a fermarsi per trattenere, prima che il tempo ce la strappi dalle mani, la memoria delle cose e delle persone.

Sarebbe sicuramente piaciuta questa edizione a quel Comisso che passeggiando dopo dieci anni di assenza per le vie del centro di Milano, certo non per le campagne o le valli nostrane, si aggirava melanconico, tra le redazioni delle case editrici ormai decimate. Fu poi preso dallo sconforto nel trovare una boutique al posto della libreria dove aveva iniziato la sua gavetta milanese. Dove prima c’erano Svevo e Montale, ora «lo sguardo vuoto delle statue di cera con cappellini ridicoli». E se ritrovasse ora i luoghi natii? Certo lamentarsi dell’industrializzazione in questi tempi di crisi, come più volte ricordato dal palco, suona contradditorio. Eppure tant’è. Ora che i schei son scappati via ci si ritrova con infinite zone industriali mai utilizzate, edificate solo per far muovere la macchina. Bisogna allora fare tabula rasa. «Auguro a voi veneti che questo processo degenerativo sia arrestato» commenta poco dopo aver ricevuto il premio Bevilacqua, tirandosene fuori, lui, nonostante sia opitergino di nascita «da molti anni non tornavo in Veneto. La mia melanconia negli anni trascorsi lavorando nelle università tedesche è sempre stata per il Veneto. La mia terra d’infanzia». Testimone è il libro vincitore, questo raffinato “Villa Gradenigo” (Einaudi) che nella grande villa seicentesca e nel magnifico parco accompagna all’età adulta il giovane Maurizio nei terribili anni fascisti prima della guerra. «Ma quando ebbi l’occasione di tornare» confida Bevilacqua «ero allora nel pantheon fiorentino che annoverava Gianfranco Contini e molti altri grandissimi, e rifiutai. Ebbene sì, ho tradito». Era il ’72 e allora Ca’ Foscari non aveva conosciuto la rinascita accademica che sarebbe seguita di lì a poco. «Per giungere qui» continua Bevilacqua passando dal pur dolce ricordo all’amara cronaca «per errore siamo usciti al casello di Padova. Siamo poi risaliti verso Treviso passando per Noale: è stato traumatico. Aveva ragione il mio amico Andrea Zanzotto sulla cementificazione. Sono davvero rimasto turbato. Per certi versi è stato ovviamente uno sviluppo positivo, ma spero che possiate riportare la campagna in molte zone industriali».

Anche Pietro Boragina, presentando il suo “Vita di Giorgio Labò” (Aragno), il giovane partigiano intellettuale torturato e ucciso dalle SS, si è giustamente lanciato nella celebrazione del recupero dei personaggi e dei fatti che a volte la storia dimentica.

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