Il medico Rossaro condannato a tre anni

Curava i malati di tumore con vitamine e integratori: doppio omicidio colposo. E ha violato le regole deontologiche

Tre anni di carcere per il dottor Paolo Rossaro, il medico di Polverara con ambulatorio ad Albignasego che s’ispira alle teorie del collega tedesco Ryke Geerd Hammer, finito a processo con l’accusa di duplice omicidio colposo nei confronti di due pazienti e di violazione delle norme del codice di deontologia medica per aver rifiutato di applicare nella cura del cancro i protocolli terapeutici scientifici a favore di “cure” alternative a base di vitamine, integratori e un’acqua oceanica. Non solo: 565 mila euro di provvisionale immediatamente esecutiva oltre al pagamento di 36 mila euro di spese legali a favore delle parti civili, mentre il risarcimento dei danni dovrà essere quantificato in separata sede civile. La sentenza del giudice Domenica Gambardella è arrivata dopo tre ore di camera di consiglio e due anni di udienze. Il pm Renza Cescon aveva chiesto sei anni per la morte dei vicentini Cristian Trevisan e Annamaria Tosin. In prima fila il dottor Rossaro ha ascoltato la lettura del dispositivo con l’amarezza che gli si leggeva in volto. Nemmeno ieri ha voluto mancare l’udienza. L’ultima in primo grado, forse la più difficile. Da parte sua, nessun commento. Non sono rimasti zitti i difensori, gli avvocati Fabio Pinelli e Giovanni Caruso: «Era una sentenza già scritta» ha affermato Pinelli, «È stata persa l’occasione per affrontare in modo laico e giuridicamente maturo un tema di attualità come la libertà delle scelte terapeutiche». Precisa il collega Caruso: «Al di là del sostanziale dimezzamento della pena rispetto alla sconcertante richiesta del pm» ha rilevato, «siamo del tutto insoddisfatti per una decisione scontata: da qui la nostra scelta di non discutere, rassegnando solo le richieste conclusive. Tuttavia siamo fiduciosi che la sentenza possa essere riformata in appello». Opposta la valutazione dell’avvocato Claudio Todesco, parte civile per conto di Barbara Barchi e G.T., moglie e figlia di Cristian Trevisan (per i famigliari di Annamaria Tosin si era costituito l’avvocato Tonino De Silvestri). «È stata riconosciuta la validità dell’impostazione accusatoria» ha precisato, «Il processo ha dimostrato che sussistevano tutti i profili di responsabilità. Il nesso di causa tra i decessi dei pazienti e le “cure alternative” è stato confermato dalla granitica, inattaccabile consulenza tecnica del professor Massimo Montisci e del collega Alberto Amadori».

È nel gennaio 2007 che Cristian Trevisan, 36 anni di Pojana Maggiore, firma la querela contro il medico. Nel luglio del 2004 aveva scoperto di essere affetto da un linfoma di Hodgkin e, temendo gli effetti della chemioterapia, si era rivolto al dottor Rossaro che - raccontò in aula la vedova - aveva garantito la guarigione con le sue medicine alternative. Di più: secondo quanto dichiarato da Cristian stesso agli investigatori prima di morire, il medico avrebbe confermato che la malattia nasceva da problemi di autostima. Poi Cristian non ce la fa più e va in ospedale. Troppo tardi: il tumore lo sta divorando e le possibilità di sopravvivenza, prima pari all’80%, sono scese a meno del 10%. Morirà il 24 dicembre 2007. Il 13 ottobre 2006 era già spirata Annamaria Tosin, 50 anni di Caldogno, uccisa da un cancro al seno: aveva rifiutato interventi e chemioterapie, tuttavia - secondo l’accusa - non era stata adeguatamente informata né sulla gravità della patologia né sui rischi dei metodi alternativi. In gioco, infatti, non è mai stata la sacrosanta libertà di autodeterminazione del paziente. Al medico - che per il codice deontologico è tenuto ad applicare trattamenti scientificamente consolidati - è stato contestato l’impiego del “metodo Hammer” nella cura dei tumori accompagnato da ampie rassicurazioni sulle possibilità di guarigione, sottraendo i pazienti, male informati, alle cure sperimentate.

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