Quella escort di Nerone che divenne imprenditrice

La storia di Calvia Crispinilla: ad Este ritrovati bolli di anfore da lei prodotte

ESTE. Bella, Crispinilla, lo deve essere senza dubbio stata. Almeno nel periodo in cui faceva la magistra libidinum presso l’imperatore Nerone. Poi, abbandonato il ruolo della escort dell’antichità, è diventata soprattutto abile. Una imprenditrice ante litteram tanto da acquistare col denaro guadagnato alla corte dell’ imperatore alcune tenute in Puglia, nel tarantino, ed altre in Istria, perché di lì era originaria, dove coltivava viti e uliveti. Non solo. A metà del I secolo dopo Cristo, Crispinilla fu anche proprietaria di numerose fornaci che producevano anfore, idonee a contenere olio e vino, provenienti probabilmente dai suoi stessi possedimenti.

A testimonianza del suo passaggio in terra veneta ci sono dei bolli di fabbrica di anfore olearie trovati nell’Atheste romana . «Non era l’unica però. C’è anche Vicilia Liberalis, imprenditrice nel campo dei laterizi. O Ostiala Gallenia (I sec. a.C.) e Ivanta Voltiommnina (V sec .a.C.) ricordate in alcune stele figurate che rivelano il prestigio delle famiglie aristocratiche che esse rappresentavano» commenta la dottoressassa Cinzia Tagliaferro che domenica prossima 11 marzo alle 16 guiderà i visitatori al Museo Nazionale Atestino in una visita dedicata alla figure femminili attraverso le testimonianze archeologiche.

Nel Venetorum angulus, attraversato sin dalla preistoria dalle grandi vie dell’ambra, dei metalli e del sale, le donne godevano di un indiscusso prestigio sociale. Sono principesse ma anche imprenditrici, sacerdotesse e dee, giocano un ruolo importante per la storia di un popolo ritenuto dagli studiosi, nell’Italia antica, secondo solo a quello etrusco. Una di esse è, nel III secolo a.C., Nerka Trostaia la cui tomba principesca, una casa di lastre di pietra, è fedelmente ricostruita al piano terra del Museo Nazionale Atestino. Donna potente, dal prestigio indiscusso, con splendidi gioielli in oro, ambra e argento. Ricca, molto ricca, porta con sè nell’oltretomba stoffe preziose e splendidi gioielli celtici, vasi etruschi da banchetto ed un cratere attico che parlano della cultura globalizzata di questa signora che ben rappresentava la donna veneta, famosa nell’antichità per le sue vesti raffinate chiuse in vita da stretti cinturoni decoratissimi. Ma l’emancipazione delle donne venete inizia nel VII secolo a.C. «Il prestigio femminile si nota dall’esuberanza degli oggetti nei corredi funerari, dalle collane in oro ed ambra provenienti da terre esotiche (dal Baltico al Mediterraneo) e dalle situle non più di terracotta ma di bronzo come quella del marito -prosegue l’archeologa - In alcune tombe vengono rinvenuti anche degli scettri, evidente segno di comando».

E femminile è anche la divinità più importante dei veneti antichi legati a forme di società e di culto matriarcale. Il santuario più importante del pantheon veneto, che funziona dal V secolo a.C. fino al III secolo d. C, è dedicato a Reitia, dea guaritrice, che aiuta i ragazzi e le fanciulle nei riti di passaggio legati alla fine della pubertà e all’inizio della vita di guerriero o di sposa. Nelle moltissime lamine sono rappresentate donne col capo coperto da uno scialle che rappresentava , probabilmente, la cerimonia legata alla preparazione al matrimonio. Alla donna è riservata anche un’altra importante e potente funzione sociale: quella della scrittura. Nel santuario atestino, infatti, sono stati trovati migliaia di stili scrittori in bronzo dedicati alla dea. Portano inciso il nome delle donatrici, tutte donne. Si suppone per questo che la scuola di scrittura fosse appannaggio di giovani sacerdotesse, donne potenti e indipendenti.

Sarebbe potuto diventarlo anche una infans regale di tre anni, figlia di principi paleoveneti, le cui ceneri sono state trovate nella situla definita da Giulia Fogolari il poema epico delle genti atestine. Quanto dolore e amore regali sono contenuti nella situla Benvenuti, vero e proprio capolavoro del VII secolo a.C., una teoria di vegetali e animali reali e fantastici a cui si uniscono anche scene narrative che rappresentano l’immaginario di una élite aristocratica.

Ad accompagnare una delle due olletta-ossuario alcuni oggetti tra cui uno scettro di lamina bronzea ed un sontuoso addobbo, probabilmente un vero e proprio vestito su cui dovevano essere applicati una collana e un altro telo o vestito che avvolgeva le piccole ossa e che doveva essere chiuso da una fibula trovata “sopra alle ossa”. La deposizione di una piccola principessa morta prematuramente ed a cui viene affidato il compito di rappresentare la sua potente famiglia. Segno evidente dell’importanza della donna nella antica società veneta.

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