Marco Polo è veneziano La favola dei croati non incanta nessuno

Marco Polo vestito alla tartara secondo un disegno di Grevenbroeck. A sinistra lo sbarco di Polo proprio a Yangzhou. In basso la sala d’ingresso del memoriale con la bandiera marciana

Impossibile sfatare un mito, specialmente se è nato in carne e ossa. Certo, Marco Polo è diventato con il passare dei secoli una figura misteriosa, ma ancora più misterioso è come lo abbiano battezzato croato senza che nessuna istituzione se ne accorgesse. Oltre al danno, la beffa. Tutto questo è avvenuto infatti proprio in Cina, precisamente a Yangzhou, dove il veneziano ci ha pure vissuto. A riportare la cronaca del fattaccio è il giornalista Gian Antonio Stella.  Stella racconta di come l'agenzia Hina abbia comunicato la notizia dell'inaugurazione, da parte dell'ex presidente croato Stjepan Mesic, di un museo dedicato a Marko Polo, con la kappa perché croato e nativo di Curzola. Non svegliare il can che dorme, ma in questo caso è meglio dire il leone. E' vero che non abbiamo ancora notizie certe di quello che è avvenuto durante questa fantomatica inaugurazione - da alcuni articoli online non trapelano queste azzardate dichiarazioni - ma si può dire che, se mai qualcuno avesse osato far passare Marco Polo per croato, dovrebbe prepararsi delle ottime giustificazioni. Non è una questione di campanilismo, ma piuttosto di chiamare le cose con il proprio nome, come sostiene lo storico Gherardo Ortalli: «Che Marco Polo sia veneziano è fuori discussione, conosciamo i nomi della sua famiglia e dove abitava. A Curzola ci sono cognomi che assomigliano a Polo come in altri posti, anche per esempio a Chioggia, ma nessuna interpretazione è plausibile. La vicenda fa parte di quelle cose che nascono sotto la spinta di amori, di passioni locali e false genealogie e che poi si diffondono tra chi non si occupa professionalmente di queste cose ed è sulla stessa scia di quelle leggende che sostengono che Marco Polo non sia mai stato in Cina». E' vero, forse Marco Polo non è stato celebrato quanto voleva perché è diventato parte del nostro patrimonio storico e culturale soltanto quando il Veneto è stato annesso all'Italia nel 1866, ma guai a toccarlo. Lo dimostra quanto è vivo nella memoria di molti veneziani, come Alberto Toso Fei, giornalista ed esperto di tradizioni veneziane, che a Marco Polo ha anche dedicato un libro, The ruyi: «Fin da ragazzo l'idea di questo giovane che si spinge ai confini di un mondo e lo esplora tanto da divenirne parte mi ha sempre affascinato. In Croazia sono anni che provano a renderlo croato, lo insegnano anche nei libri di storia, ma possiamo dire con sufficiente ragionevole certezza che è veneziano, sappiamo dove ha vissuto e abbiamo il suo testamento. Quindi, ammesso ma non concesso che sia nato a Curzola, questo non vuol dire niente. Marco Polo ha lasciato poche tracce della sua presenza in città, ma il legame che ha saldato tra Venezia, l'Italia e la Cina è straordinario». Anche chi, come lo scrittore Tiziano Scarpa, non è mai stato incantato da Polo non ne mette in dubbio la «venezianità», per motivi ben precisi: «Marco Polo è andato a est, ma poi la storia l'ha fatta chi è andato a ovest, Colombo e i conquistadores. Più che a Marco Polo mi ritrovo semmai a fantasticare su che cosa sarebbe successo se Venezia fosse stata affacciata sull'Atlantico perché mezzo mondo parlerebbe veneziano anziché inglese o spagnolo. Perché allora il nostro eroe è veneziano? Marco Polo non sarebbe stato possibile al di fuori di quella curiosità mercantile tipicamente veneziana, una cultura economica aperta al rischio, alla conoscenza dell'altro, addirittura dell'alieno quali erano allora cinesi». Il Milione, dettato forse da Marco Polo al compagno di carcere Rustichello da Pisa nelle prigioni di Genova verso la fine del 1200, rimane un punto di riferimento nella letteratura, come afferma Luca Pes, assistent dean alla Viu nonché docente di Storia di Venezia: «Molto si è detto su Marco Polo, ma di fatto quello che resta è il libro che viene usato come testo attendibile in Cina ed è tra i più letti della nostra storia. I viaggi raccontati hanno fatto sognare gli occidentali perché in un'epoca in cui i viaggiatori erano missionari e volevano convertire, abbiamo invece il racconto di un mercante curioso che ascolta e cerca di capire un popolo diverso dal suo. Questo luogo "altro" viene presentato come esotico e bellissimo, dimostrando un autentico rispetto per questi stranieri. Pensiamo a come la gente si poteva immaginare questo mondo. Inoltre tutti i mercanti avevano un libro di viaggio, ma se lo tenevano stretto per battere la concorrenza. Marco Polo è il primo mercante che rende pubblico un suo diario e questo fu possibile perché soltanto a Venezia esisteva un capitalismo che doveva essere armonizzato con l'interesse pubblico. E' in questo contesto che si vede l'humus che ha dato vita a Marco Polo».
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