Prof deriso nella rete, due ex liceali padovani finiscono nei guai

Il liceo Alvise Cornaro durante un'occupazione dei giorni scorsi

La vicenda coinvolge lo scientifico Alvise Cornaro. Anche altri docenti erano finiti nel mirino dei due ventenni per i quali il Pm Benedetto Roberti chiede il rinvio a giudizio per diffamazione

PADOVA. Con lo scudo protettivo della «rete», pensavano di poterla fare franca. E di ingiuriare impunemente, senza vincoli di responsabilità e senso del rispetto, anche quei professori nei confronti dei quali, chissà perché, nutrivano antipatia. Ma è finita male per due ex studenti del liceo scientifico Alvise Cornaro, che ha sede in via Riccoboni nel quartiere di San Paolo. I due, nascondendosi dietro pseudonimi, avevano sbeffeggiato sul social network Netlog un docente dell'istituto, creando, grazie a una serie di foto scattate durante le lezioni, alcuni «fumetti» con commenti pesantissimi su una presunta omosessualità dell'insegnante (peraltro non vera, ma è una questione di merito che non interessa il procedimento), mentre altri colleghi erano stati messi in ridicolo addirittura per qualche difetto fisico o handicap.

L'inchiesta, avviata in seguito alla denuncia del professore P.F. e coordinata dalla polizia postale, si è chiusa e il pubblico ministero Benedetto Roberti ha sollecitato il rinvio a giudizio per diffamazione nei confronti dei due ex studenti, esponenti di famiglie della cosiddetta "Padova bene". E oggi davanti al Gup Vincenzo Sgubbi, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di processo, compariranno Simone De Kunovic, 21 anni, residente in via Alberto da Osa (difeso dall'avvocato Andrea Ostellari), e l'amico Javier Miguel Martinez, pure di 21 anni, abitante in via dei Giacinti (assistito dall'avvocato Pietro Someda). Il docente si è costituito parte civile con l'avvocato Leonardo Arnau.

Il 27 marzo dell'anno scorso, durante l'intervallo, il «prof» sente per caso alcuni commenti degli allievi a proposito di foto di insegnanti pubblicate su un sito Internet. Tornato a casa, per curiosità, il docente si siede davanti al suo pc e, attraverso il motore di ricerca Google, scopre che nel sito htpp: //it.netlog.com/cornaro-pd/photoID=2094365 appare una foto: lo ritrae nell'aula di Scienze ed è inserita in un gruppo di immagini denominate «liceo Cornaro da vaudeville Villain» con il commento «censurata» come a far pensare che, oltre quello schermo, siano stati ripresi momenti di vita imbarazzanti e morbosi. Una valanga i commenti di giovani iscritti al gruppo.

L'indomani l'insegnante consegna al vicepreside una stampata del materiale trovato sul social network in vista di un incontro con il dirigente scolastico, mentre nella notte tra il 28 e il 29 marzo accade un fatto singolare. Sul portone di casa del docente, con una bomboletta spray di colore rosso, viene affibbiato al suo cognome anche un aggettivo molto volgare. Nel frattempo il sito riserva ulteriori sorprese con un'altra serie di foto modificate a mo' di fumetto che ironizzano sulle presunte tendenze gay del «prof». Che non è l'unico sbeffeggiato: altri colleghi e collaboratori scolastici finiscono nel mirino (almeno venti, pari a un quinto dei dipendenti della scuola) con commenti addirittura di sapore razzista.

Di fronte all'inerzia del preside che si limita a trasmettere una circolare sulla «promozione della cultura, della sicurezza e della privacy» (dell'accaduto peraltro, era stata informata la responsabile dell'Uffico regionale scuola Carmela Palumbo), il docente si decide a presentare una denuncia. E, adesso, la vicenda non è più un affare scolastico. Ma un affare penale.

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