AVRÒ CURA DI TE
A-normale a chi?
AVRÒ CURA DI TE

A-normale a chi?

Per quale ragione ci ostiniamo ad aggrapparci a questa dialettica, normale vs a-normale, che oltre a creare una gerarchia fittizia è anche fallace?

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Cosa vede chi non vede? Moltissime cose, scrive Luigi Manconi. Giornalista, scrittore, ex senatore, presidente e fondatore della onlus A Buon Diritto («Dal 2001 portiamo assistenza qualificata a coloro che sono privati della libertà, a chi cerca di integrarsi nel nostro Paese, a chi è vittima di discriminazioni o di episodi di razzismo, a chi ha subito abusi o torture», secondo le loro parole) da qualche anno una malattia l’ha reso ipovedente. “Ma la cecità non mi impedisce affatto di guardare la realtà”, scrive, perché la percezione del mondo e di sé non passa soltanto attraverso la visione “ma anche attraverso un sentire, una esperienza emotiva che consente di cogliere quella realtà nella sua consistenza materiale, così come nel suo odore, nel suo suono, nel suo sapore, ma anche nel suo perdere consistenza, nel mancare, nell’evaporare, nello sfuggire”. 
Secondo Luigi Manconi un cieco può vedere il mondo trovando “il senso della propria specifica normalità”. “Per varie ragioni”, continua, “nelle nostre società cresce il numero delle persone considerabili a-normali per le più diverse cause e nelle più diverse manifestazioni: condizioni economiche, dislocazione territoriale, contesto sociale, livello di istruzione, forme di dipendenza, deficit cognitivi, disabilità fisica e psichica”. E dunque per quale ragione ci ostiniamo ad aggrapparci a questa dialettica, normale vs a-normale, che oltre a creare una gerarchia fittizia è anche fallace? Prendiamo la vista, perché di questo stiamo parlando. Avere occhi sani non  garantisce affatto di vedere le cose con esattezza. Né di vedere tutto quello che guardiamo e spesso per ragioni buffe: per distrazione, perché stiamo pensando a qualcos’altro o peggio ancora perché siamo innamorati. Gli innamorati guardano, ma cosa vedono? Un’immagine idealizzata, quella di cui hanno bisogno, che hanno inventato. Insomma guardare è facile, ma vedere è un’altra cosa per chiunque. L’atteggiamento discriminante verso ogni forma di disabilità si chiama “abilismo”. Parola non bellissima, che deriva dall’inglese, come quasi tutti i termini della democrazia contemporanea, per la semplice ragione che il nostro Paese fatica a mettersi in discussione, a ragionare sul presente, dando tutto per scontato. Mancano le parole perché manca il ragionamento. Le nostre società si fanno sempre più complicate, e il numero di competenze da padroneggiare aumenta. Ragionare sulle discriminazioni non è solo un esercizio retorico. Sappiamo bene che in comunità piccole è più facile prendersi cura di chi ha una disabilità, grazie soprattutto a quell’istituto provvidenziale chiamato famiglia. All’interno della quale però, si sono perpetrati anche crimini spaventosi nei confronti dei figli negletti, lontano dallo sguardo del mondo. Non è giusto che siano  i doveri del legame di sangue a garantire diritti a tutti quanti. Sono le società, siamo noi e l’altro, a doverci rispettare reciprocamente. Solo in questo modo saremo in grado di imparare gli uni dagli altri. La disabilità, qualunque cosa significhi, è infatti uno sguardo diverso (riprendo e continuo il ragionamento di Luigi Manconi), che usa altri parametri, anche meno banali dei nostri. Proprio come diverso è lo sguardo dei visionari e degli inventori. Stiamo cercando di liberarci dallo schema binario, che divide sempre in due categorie gli esseri umani, a cominciare da maschio/femmina. Approfittiamone per liberarci anche di questo impacciato normale/a-normale. Troviamo una definizione che non riguardi il modo in cui sappiamo usare le gambe, gli orecchi o gli occhi appunto. Stiamo ragionando sullo specismo, cercando di cancellare il senso di superiorità di una razza animale sull’altra e ancora non riusciamo a liberarci della distanza tra me e un ipo-vedente, o un tetraplegico, un autistico. Se proprio dobbiamo fare un rogo di parole brutte allora buttiamoci “a-normale”.