È CHIARO CHE SIAMO NOI
Tornare a un'estate di venti anni fa
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Tornare a un'estate di venti anni fa

Quel viaggio verso il luogo di ogni nostalgia

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Sono stato a pranzo con Enrico Vanzina. Raccontava cose meravigliose e a un tratto mi sono perso in una frase. Enrico la attribuiva a Leo Benvenuti, sommo sceneggiatore e demiurgo dell’unico matrimonio veramente legittimo: quello tra pianto e sorriso. Secondo Benvenuti la vita è un equilibrio tra sentimento e calendario, illusioni ed esperienze, incontri e repentini addii. «La vita sono venti estati utili». Ho chiesto a Enrico cosa intendesse dire, ma un secondo dopo me ne sono pentito. Ho capito che la frase mi era piaciuta proprio perché – come l’estate – restituiva la possibilità di fuggire in ogni direzione, anche restando fermi. Era già estate dal suono dell’ultima campanella. Estate perché il telefono smetteva di suonare. Estate perché persino la domenica sembrava un giorno meno amaro. 
Qualche giorno fa ho preso la macchina e ho puntato verso il mare. Il luogo di ogni nostalgia. Il mio posto preferito. Senza mappe ho guidato quasi in trance: sapevo come e dove arrivare, sapevo che sensazione avrei ritrovato. Sono stato in un vecchio stabilimento sul Tirreno, lo stesso in cui guardando una ragazza per la prima volta, a 13 anni, avevo incontrato «le pene che solo ti sa dare l’amore». Lei si chiamava Benedetta, era di Brescia e come in un film di Matarazzo io decisi che mi sarei dichiarato. Passò un tempo lunghissimo – da ragazzi tutto era meno imbastardito dalle responsabilità e ci pareva che ogni cosa, a partire dal tempo, scorresse più lenta – fino a che una mattina, su quella spiaggia, Benedetta non arrivò. Era ripartita e tutti i miei piani, piani che all’epoca consideravo serissimi, naufragarono. Più di trent’anni dopo mi ritrovo nello stesso quadrato di sabbia nera. C’è una donna a due ombrelloni di distanza. Ha tre figli bellissimi ai quali sorride sempre. Gioca con loro, riempie quaderni, li trascina in acqua. Poi legge qualche pagina, ricomincia a giocare. Senza mai cedere all’isteria, alla voglia di concedersi qualche minuto per sé, alla stanchezza. Ha una luce strana dentro agli occhi, qualcosa che mi impedisce di smettere di guardarla. Mi appello al mio autocontrollo, ma non smetto. Vorrei parlarle, conoscerla, offrirle un caffè. E questo desiderio mi mette a disagio, mi riporta al passato remoto, ai castelli di carta, al pensiero (sempre educato, ponderato, fallimentare) e non all’azione (eroica, sfacciata, inopportuna). Una parte di me si dà del patetico, l’altra del vigliacco. Una si dice: «Vai, presentati, mal che vada ti liquiderà». L’altra si giustifica: «Ci sono i bambini, è oggettivamente impossibile, accontentati di fantasticare». Fa caldo e il sole brucia. Cerco pace, ma non la trovo. Voglio credere che lei ogni tanto si giri e mi guardi. Ma un secondo dopo mi scopro a dipingere quello sguardo di biasimo e di tacita reprimenda: «Che cazzo guardi? La fai finita?». In mano ho Gli amori difficili di Italo Calvino. Mi do un tono. Fingo indifferenza. Leggo: “Capiva che quel che ora la vita dava a lui era qualcosa che non a tutti è dato di fissare a occhi aperti, come il cuore più abbagliante del sole. E nel cuore di questo sole era silenzio. Tutto quello che era lì in quel momento non poteva essere tradotto in nient’altro, forse nemmeno in un ricordo”. 
Ad un certo punto, è quasi sera, ci ritroviamo al bar.  Il mare è più calmo. Le voci si sono diradate. Si fa ordine tra i lettini. Vorrei lasciarle il libro, chiederle come si chiama. Mi alzo, mi aggiro senza sapere dove andare. Lei lo capisce e mi sembra si indurisca. Forse è solo quello che voglio vedere. Vado verso il parcheggio. Torno indietro. Poi decido di andare verso l’auto e a quel punto lei spunta. Ci passiamo di fianco, senza guardarci. Mette in moto, alza la polvere, sparisce. Si chiama Benedetta anche lei? Non lo saprò mai. Parto anche io, mentre i colori del cielo si prestano a un degno finale. Guido piano. Si fa notte. Nelle ombre di un sogno o forse di una fotografia ho ancora quattordici anni. Non so se disperarmi o essere felice. È estate. Speriamo torni presto. Speriamo torni sempre.