AVRÒ CURA DI TE
La sincerità fuori portata
AVRÒ CURA DI TE

La sincerità fuori portata

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Le relazioni sentimentali andrebbero ignorate. Proprio come le meringhe: se apri il forno si afflosciano. Se non ti fidi, se vuoi controllarne la cottura, se per vanità vorresti ammirarne la sodezza, si afflosciano. Non reggono nessun esame. Sono buone, zuccherose e confortanti ma per averne godimento bisogna ignorarle. Ingoiarle senza indugio, quasi a occhi chiusi, facendo attenzione a non stringerle troppo sennò si sbriciolano. I matrimoni dei nostri genitori, o dei nostri nonni, erano così, ingiudicabili. Già voler considerare un matrimonio felice o infelice era un azzardo. E non solo perché i nostri antenati avevano l’abitudine di non raccontare gli affari loro, ma soprattutto perché tutti i matrimoni erano identici: pratici e indissolubili. Di felicità e infelicità ci si occupava molto meno, e di certo non le si andavano a misurare in quello che era semplicemente lo strumento per tramandare il patrimonio e offrire reciproco sostegno esistenziale ed economico. Fine. 
Oggi, tra gli infiniti motivi di stress che accompagnano la vita, c’è anche la valutazione in termini di qualità del nostro modo di amare. Amerò bene o amerò male? Il mio modo di amare o di essere amata produce sufficiente felicità nella mia vita? E in quella degli altri? Per non parlare del sesso, e dell’incolmabile paura di non essere all’altezza di chissà cosa, di essere giudicati imbranati o troppo audaci. 
“Un tempo la gente della nostra età si sposava, faceva figli, aveva relazioni sentimentali, adesso a trent’anni siamo ancora tutti single e viviamo con dei coinquilini che non vediamo mai. Ovviamente il matrimonio tradizionale era inadeguato, e quasi in ogni caso si risolveva in qualche tipo di fallimento, ma almeno era un tentativo, e non solo una triste e sterile espropriazione delle possibilità di vita. È  chiaro che se ce ne stiamo tutti soli, pratichiamo l’astinenza sessuale e presidiamo attentamente i nostri confini personali, molti problemi saranno scongiurati, ma a occhio direi che ci rimarrà ben poco per cui valga la pena vivere”. Lo scrive Sally Rooney nel suo ultimo romanzo, Dove sei, mondo bello (Einaudi). Il cui bellissimo titolo è il verso di una poesia di Schiller che allude alla nostalgia per l’antica bellezza delle cose, la giovinezza della natura, una vita ancora piena di meraviglia. Mentre oggi, sembrano dire i protagonisti di questa storia, regna il disincanto. “Non sto affatto difendendo la monogamia eterosessuale coatta, salvo che se non altro era un modo di fare le cose, un modo di reggere la vita. Adesso cos’abbiamo? In alternativa? Niente. E in più l’odio per chi commette errori supera a tal punto l’amore per chi fa il bene che il modo più facile di vivere diventa non fare niente, non dire niente, non amare nessuno”. Siamo prigionieri, dice Sally Rooney – senza alcun dubbio la più lucida e geniale interprete letteraria della sua generazione (è nata a Dublino nel 1991) –, del giudizio che noi stessi diamo del nostro modo di relazionarci. I suoi personaggi hanno meno di trent’anni e conducono esistenze agiate. La protagonista, alter ego della scrittrice, è addirittura ricchissima grazie al successo letterario mondiale dei suoi primi due romanzi. Hanno una capacità di interpretazione del mondo e di se stessi così acuta che sfiora la paranoia, si scorticano l’uno con l’altra, si rivelano così tanto da non lasciare alcuna ambiguità. 
Si espongono con tanta severità per evitare che venga mai loro rinfacciata una bugia, una zona oscura non dichiarata? Sono così, non puoi dirmi che non te l’avevo detto. L’amore ha scelto di fare a meno del silenzio e del segreto. I ragazzi e le ragazze crescono con l’idea che l’inganno fa schifo, è il retaggio di un’idea di sé ridicola e maestosa. E hanno ragione. Ma il rischio è che di questo amore così ossessivamente sincero nessuno sia davvero capace. Il rischio è aver immaginato relazioni sentimentali così perfette da essere fuori della portata di chiunque.

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