È CHIARO CHE SIAMO NOI
Ho capito di essere diventato vecchio una settimana fa
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Ho capito di essere diventato vecchio una settimana fa

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Ho capito di essere diventato vecchio una settimana fa. Ero su un campo di calcio, giocavo in porta. Ero vestito come un vero calciatore: un inganno. Mi sono tuffato con pesantezza, ho impattato sul terreno e ho sentito un colpo sordo. Tre costole fratturate. Un male boia. Una solidarietà relativa. I compagni di squadra si sono avvicinati, hanno chiesto informazioni, posto una domanda retorica: “Ce la fai a continuà?” e poi, insoddisfatti del piagnisteo, farfugliando qualcosa che nel dolore mi è parso poco gentile mi hanno accompagnato a bordo campo e dimenticato in panchina da dove almeno di notte sogno di alzarmi. In sogno, mi capita con regolarità una volta ogni sei mesi, immagino da sempre di diventare un grande calciatore. Un portiere di riserva destinato a vedere gli altri correre che un giorno si alza, abbatte lo scetticismo generale e si fa valere fino a conquistare  l’applauso. Al risveglio non sono deluso. E anzi in quel limbo in cui non si è ancora del tutto lucidi, ma già non si dorme più, mi sento beato. 
Da bambino ero molto grasso e fino ai quindici anni pesavo 120 chili. Mi misero tra i pali per questa ragione. Occupavo spazio. Iniziai a lievitare mangiando nelle vuote domeniche d’ozio. Il frigorifero era uno scrigno. Aprirlo un meccanismo automatico. Indossavo un cappello da cuoco come giustificazione. E in cucina, da solo, mentre fingevo di essere un grande chef, divoravo qualsiasi cosa. L’adolescenza incombeva, ma i miei genitori non sembravano preoccupati. Era una posa. “Mangia di tutto! dicevano agli amici sgomenti per non dar peso all’evidenza, ma di volta in volta proponevano soluzioni creative per frenare la deriva. “Ho capito come fare” disse solenne quell’irresponsabile di mio padre una sera in pizzeria. “Per una settimana puoi mangiare quel che vuoi fino a scoppiare, poi vedrai che del cibo avrai disgusto”. Divorai patatine, torte e resti di cene in piena notte per sette lunghi giorni e naturalmente non cambiò niente. D’altra parte in famiglia ci davamo retta solo a parole. Quando mia madre mi dava le medicine omeopatiche per curare la bronchite non annuivo forse convinto per poi ingoiare antibiotici e destinare le palline dell’Arnica al cestino? 
Continuai a precipitare nell’abisso del quintale fino a quando non mi innamorai perdutamente della mia migliore amica. E così in un’estate di acqua, mare, tonno al naturale e pomodori, persi venticinque chili. Tornai in città convinto di conquistarla e lei, delusa, disse soltanto: “Non ti riconosco”. Da allora – un grasso resta grasso a vita, qualunque verdetto restituisca la bilancia – duello con il frigo ad armi impari. Su, giù. Degrado, probità. Accadeva anche allora. Per consolarmi dalla delusione amorosa continuai a giocare a calcio, a dimagrire o ingrassare a seconda delle stagioni. Allenamenti tre volte alla settimana e partite alla domenica. Il portiere o gioca o guarda gli altri. Ma quando sbaglia per due o tre volte consecutivamente, guarda per tutto l’anno. L’allenatore mi mise in panchina a metà campionato dopo una serie di errori plateali. All’ennesima nefandezza lo sentii urlare davanti ai genitori dei miei amici: “Non sei n’omo Pagà”. Mi ferì. La settimana dopo nello spogliatoio pronunciò con più gentilezza la sentenza davanti a tutti: “È giusto dare una soddisfazione anche all’altro portiere” disse. “Lui” mi additò “si prende una piccola pausa”. Era una pietosa bugia. Non avrei più visto il campo. Nessuno fiatò. 
Me la presi? Chissà. Forse ero sollevato. Avevo capito. Giocare a calcio è stato bellissimo anche se dopo l’ultimo infortunio ho scelto di smettere. Me ne convinco e intanto mi viene un po’ da piangere. Possibile che finisca così? Possibile. Ho 46 anni e non mi chiamo Buffon. Il calcio italiano se ne farà una ragione, ma la ragione con il desiderio non ha niente a che fare. Battiato suggeriva che non invecchiasse mai con l’età e aveva ragione. Non ci si consola. Ho messo le maglietta in soffitta e i ricordi in pausa. Gli amici continueranno a telefonare come quando da piccoli piazzavamo due felpe e facevamo finta che Villa Ada fosse il Santiago Bernabeu. Li lascerò fare. L’unica maglia che indosserò per sempre è quella del bulimico. Vorrei ritirarmi anche lì, ma anche questo ho imparato sul desiderio. Per realizzarlo, esprimerlo non basta. 

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