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L’esploratrice inglese Lucy Shepherd, 29 anni. Foto di Chris Boulton
L’esploratrice inglese Lucy Shepherd, 29 anni. Foto di Chris Boulton 
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Lucy Shepherd: «Sarò esploratrice per sempre»

Non ancora 30enne, ha già alle spalle 20 spedizioni negli angoli più selvaggi del mondo, dalle foreste tropicali alle Ande, dalla tundra artica alla Patagonia. Qui ci racconta gli incontri più pericolosi con gli animali e come insegna alle bambine a sognare in grande

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A18 anni ho fatto parte di una spedizione della Royal Geographical Society, tre mesi nell’Artico e sulle isole Svalbard, dove ho imparato come sopravvivere quando si è tagliati fuori dalla civiltà. Ma è solo dopo il rientro a casa, nel Suffolk, che ho deciso di fare l’esploratrice. È stato quando raccontavo la mia esperienza e la gente mi diceva: “Wow, è l’avventura di una vita!”. In quell’attimo ho capito che non volevo l’avventura di una vita, ma una vita di avventure». Carismatica, decisa, capace di muoversi per settimane nel folto della giungla con uno zaino da 35 chili: è così l’inglese Lucy Shepherd. Accolta a 23 anni nella prestigiosa Royal Geographical Society, a soli 29 anni ha già completato oltre 20 spedizioni nei posti più selvaggi del Pianeta: dalle foreste tropicali dell’Amazzonia alle Ande, dalla Patagonia alla tundra artica. E alla fine del 2021 ha completato la missione più ambiziosa: l’attraversamento delle Kanuku Mountains della Guyana, 400 chilometri di un percorso selvaggio che non era mai stato documentato prima.

Lucy Shepherd in uno scatto del fotografo Chris Boulton
Lucy Shepherd in uno scatto del fotografo Chris Boulton 

Una vocazione precoce per l’avventura, la sua. Si sente una predestinata?
«Il primissimo ricordo che ho è di quando, a sei anni, aggrappata a una corda e a testa in giù gridai a tutti: “Sono l’avventuriera Lucy!”. Poi, a 18 anni, dopo la missione nelle Svalbard partecipai a una conferenza e mi diedero un badge con la scritta “Lucy Sheperd, giovane esploratrice”. Pensai: “Non sarebbe meraviglioso togliere quel “giovane” e lasciare “Lucy Sheperd, esploratrice” per sempre”? Così, con un po’ di coraggio, confessai alla mia famiglia che volevo fare l’esploratrice a tempo pieno. Fu liberatorio e mi motivò ancora di più: “Ok, ora l’ho detto e devo farlo davvero, non ho più scuse”».

Ma come si diventa esploratrici?
«A 19 anni ho offerto un caffè a un ex ufficiale delle forze speciali britanniche, amico dell’esploratore Bear Grylls, per chiedergli consigli su come diventare esploratrice. Lui mi invitò sul plateau di Hardangervidda, in Norvegia, dove lui e altri 4 ex militari avevano organizzato una spedizione tra i ghiacci per rievocare l’Operazione Gallo Cedrone dei commandos inglesi della Seconda guerra mondiale. Unica donna, sentivo di dover provare qualcosa a me stessa. E ho capito che avevo la stoffa per affrontare le avversità della natura. Così iniziai a pianificare spedizioni con chi era più esperto di me in specialità come il survival o l’alpinismo, in modo da continuare a imparare».

Quando va in missione non ama la diplomazia: nell’ambiziosa spedizione del 2021 sulle Kanuku Mountains ha chiesto al suo compagno, il fotografo naturalista Tim Taylor, di rimanere a casa.
«Sentivo che era giusto così. Ho preferito guidare una squadra di quattro esploratori locali, anche se il percorso pianificato era nuovo pure per loro. Se fosse venuto anche Tim, o qualsiasi altro inglese, c’era il rischio di creare una dinamica culturale del tipo “noi e voi”, che mi avrebbe impedito di immergermi completamente nella vita della giungla».

Ci racconta quest’ultima missione? 
«C’è una densa giungla che si estende lungo le Kanuku Mountains per tutta la larghezza della Guyana, dal fiume Essequibo fino al confine col Brasile. Nessuno l’ha esplorata dall’interno, se non avventurandosi per brevi distanze – uno o due giorni di cammino – dai fiumi che la attraversano. Io e i miei quattro compagni indios l’abbiamo invece attraversata tutta. Avevamo mappe vecchie di 50 anni e quindi non prese dal satellite: un esploratore canadese aveva volato su tutta l’area scattando fotografie e poi disegnandole su carta. Quindi non erano certo delle mappe affidabili». 

Qual è stato il momento più difficile?
«Dovevamo scendere lungo il fiume a bordo di due lunghe canoe fatte di un alluminio molto sottile. A un certo punto ci siamo trovati in mezzo alle rapide, ed erano più pericolose di quanto si potesse scorgere da lontano. Ricordo questa grande roccia sporgente: l’abbiamo urtata, e dopo un momento in cui il tempo è sembrato fermarsi, la canoa si è ribaltata, con tutta la nostra attrezzatura, e siamo stati catapultati nell’acqua, dove abbiamo continuato ad affannarci per avere un po’ d’aria fino a quando non ci siamo ritrovati sull’altra riva. Per fortuna incolumi».

L’incontro più pericoloso con gli animali selvatici?
«Nel 2020, sempre in Amazzonia. A un certo punto ho sentito il sibilo di un “terrore dei boschi”, un serpente velenoso molto aggressivo che arriva a tre metri di lunghezza. Pur essendo così lungo e massiccio, è molto abile nel mimetizzarsi. Quando sentono che ti avvicini, ti avvisano con un sibilo. Allora ho pensato: “Dobbiamo tirarci subito fuori di qui”. Però poi abbiamo sentito un altro sibilo. E subito dopo un altro ancora, da una direzione diversa. Eravamo completamente circondati: dovevamo essere nei pressi della loro tana. Come se non bastasse, abbiamo sentito anche l’odore del giaguaro: ce ne doveva essere almeno uno nelle vicinanze. Allora siamo saliti sugli alberi, abbiamo montato le amache e siamo stati tutta la notte lì in alto, con le torce, guardando gli occhi dei serpenti a terra, e vigilando che nulla salisse sugli alberi. È stata una notte insonne, ma ci ha reso una squadra più unita».

Oltre alla determinazione e alla capacità di adattarsi, quanto conta la preparazione per un esploratore?
«Moltissimo: mi ha salvato quando mi sono arrampicata sul monte Denali, in Alaska, la montagna più fredda del mondo. Quando, mentre si sale, si intuisce l’avvicinarsi di una tempesta, la prassi è tornare subito a valle. Io però, che ero lì con Tim e altri tre amici, avevo pensato di portarmi dietro una buona scorta di cibo per potermi fermare in quota e riprendere una volta che la tempesta fosse passata. È successo proprio così: abbiamo dovuto rifugiarci per ben 14 giorni in tenda per via dei venti a 150 chilometri orari e della temperatura a 40 gradi sottozero. Al 15° giorno è uscito il sole e abbiamo potuto continuare la scalata».

Ogni anno, oltre ad andare in missione per 4-5 mesi, lei è anche molto attiva nelle scuole. Le ragazze la vedono come un modello?
«Quando mi invitano a scuola, non mi atteggio come certi esploratori uomini che si presentano bardati da avventurieri. Vado vestita normale e racconto le mie esperienze e le sfide che ho superato. Per trasmettere l’idea che chiunque può decidere di fare come me. Ricordo una bambina che, con curiosità mista a candore, mi ha detto: “Ma tu non sembri un’esploratrice!”. “Lo so, piccola”, le  ho risposto sorridendo, “così puoi esserlo anche tu”».