Giulia Blasi: "Rivendico il diritto alla bruttezza"

Perché siamo così fissate col fatto di dover essere belle a tutti i costi? Se lo chiede Giulia Blasi, che nel suo ultimo libro 'Brutta' racconta la 'Storia di un corpo come tanti', un corpo femminile eternamente oggetto di giudizio e osservazioni

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“Brutta. Racchia, cessa, chiavica, ciospa, cozza”: comincia così, con un lungo elenco di epiteti che nel linguaggio comune si usano per indicare una donna brutta, il potente monologo che Giulia Blasi ha letto per la prima volta nel 2020, in occasione della manifestazione Erosive. Un intervento che, racconta la scrittrice, ha suscitato una forte risposta emotiva, perché, per una volta, anziché porre l’accento sulla bellezza delle donne, tema trito e ritrito, e spesso stereotipato, si parlava della loro bruttezza.

Abbiamo rivendicato il diritto ad essere libere, emancipate, sessualmente disinibite, riflette la scrittrice, ma nessuna donna rivendica mai il diritto a non essere bella. “Il massimo del discorso che si fa è ‘non esistono donne brutte, la bellezza è un concetto relativo, le donne sono tutte belle, ti devi amare come sei, bla bla’. Per carità, sono discorsi molto consolatori, ma non ci aiutano ad affrontare il problema principale: perché siamo così fissate col fatto di dover essere belle a tutti i costi? Perché dobbiamo essere per forza attraenti per poter esistere nello spazio pubblico?”, si chiede la scrittrice e attivista.

Il discorso iniziato con questo intervento è diventato oggi un libro, che si intitola proprio Brutta - Storia di un corpo come tanti, ed è un saggio edito da Rizzoli che si compone di una serie di monologhi in cui Giulia Blasi racconta episodi legati al crescere in un corpo di donna “medio in tutto, o quasi, che anche nella sua medietà viene sempre prima di me come persona, e viene giudicato, e quel giudizio mi viene comunicato ogni giorno, in maniera diretta o indiretta”. Se nasci donna “non puoi mai dimenticare di avercelo, un corpo”.  

E se quel corpo, se quella faccia non ottengono un buon punteggio in quello che Blasi chiama il Figometro, ovvero “la grande graduatoria del gradimento maschile” le cose si fanno più complicate, perché “se il Figometro riporta valori alti, hai già vinto la lotteria… Più scende, minori sono le tue probabilità di trovare lavoro in certi ambienti. Più scende, più sei esposta alla crudeltà altrui”. Insomma, essere bella è una necessità sociale, mentre “essere brutta è un peccato mortale, una tara, un crimine a cui bisogna porre rimedio con ogni mezzo”. Ebbene, in questo libro Giulia Blasi rivendica la bruttezza, rivendica il diritto a occupare spazio a prescindere dall’indice di gradimento estetico che la società impone alle donne.

Giulia Blasi 

Come nasce Brutta?

“Il libro nasce dopo il monologo di Erosive. Con Brutta ho voluto rivendicare le stesse cose che nell’intervento toccavo molto timidamente, perché parlo in maniera generale della bruttezza ma non entro mai nello specifico della mia esperienza. Nel libro ho capito che se volevo veramente affondare il colpo dovevo mettermi in gioco io in prima persona”.

L’insulto supremo per una donna è dirle che è brutta

“Certo, ma io ci ho messo molto tempo a capire che quell’insulto in realtà era legato al mio occupare spazio, non alla mia forma. Non c’era motivo per dirmelo se non chiedermi di stare zitta, umiliarmi in modo che io sparissi. È un attacco alla mia presenza fisica nel mondo, non è una valutazione oggettiva o anche solo richiesta (fra l’altro, chi se ne frega)”.

Cos’è la bellezza?

“La bellezza è il capitale sociale delle donne, è sempre stato così. Un tempo le donne per aver valore sociale dovevano accaparrarsi un consorte, quindi la più bellina aveva maggiori probabilità. Abbiamo alle spalle millenni di educazione in quel senso. Certo, oggi esiste la possibilità di conseguire un altro tipo di affermazione, quindi possiamo prescindere dalla nostra bruttezza se siamo determinate e brave abbastanza. Però molte donne rimangono indietro perché vengono svilite, insultate, attaccate sul loro aspetto fisico. Molte si vergognano, pensano di non poter stare su un palco se non sono attraentissime. Gli uomini non devono vedersela con queste cose: escono di casa, vanno a lavorare, all’università, e non devono preoccuparsi se sono pettinati bene o se si sono messi abbastanza correttore. La loro faccia va bene com’è, bella o brutta.

Non affermo niente di nuovo se dico che i canoni estetici cambiano nel tempo. Tuttavia, sono quasi sempre stati agganciati al concetto di giovinezza e di fertilità. Quando finisce la fertilità inizia la fase in cui non servi più a niente: infatti, non abbiamo una collocazione sociale per le donne anziane. L’uomo anziano è ‘saggio’, mentre non esiste la figura della ‘saggia’ nella nostra cultura”.

L’aspetto fisico delle donne famose, di successo, con visibilità, è costantemente oggetto di discussione. Succede molto alle donne in politica, per esempio.

“Sì, perché questo fa sì che il discorso sull’operato di queste donne passi in secondo piano. Meloni è criticabile per un milione di motivi che non sono il suo aspetto, così come Bellanova, o Boschi. Ricordo che quando venne pubblicata la foto di Elly Schlein fatta da Maki Galimberti per L’Espresso, Marco Gervasoni se ne uscì con una frase stupida, sgradevole, maschilista, volgare, sul suo aspetto fisico, che ha avuto l’effetto di spostare completamente l’attenzione dal risultato incredibile che aveva avuto Schlein alle elezioni. Il nostro corpo viene prima di noi: come ti presenti, il tuo aspetto, le scelte che fai dal punto di vista estetico. Funziona così nell’ambiente politico ma anche in quello intellettuale, lavorativo, è così ovunque. Oltretutto, esiste anche lo stigma al contrario: se sei bella potresti addirittura essere presa meno sul serio. Rischi di venire delegittimata”.

Cosa pensi dei discorsi sulla body positivity nel mondo della moda e del beauty?

“Abbiamo un problema fondamentale quando parliamo di moda e di beauty: cioè continuiamo a parlarne come se la bellezza fosse una cosa inevitabile, una tassa che le donne devono pagare, per cui tanto vale parlarne in una maniera accessibile o aggiungere modelli di bellezza, ampliare il concetto, renderlo più democratico. Ma non abbiamo assolutamente sottratto l’idea della bellezza dal discorso pubblico sulle donne.

Il capitalismo entra in tutto, ed è entrato anche nella body positivity, perché i brand hanno capito che se sono meno punitivi vendono di più. Hanno semplicemente cambiato il modo in cui parliamo di obbligo della bellezza, ma sempre quello è. È un’industria che ha bisogno di vendere: se il metodo prescrittivo, ovvero ‘devi essere bella in questo modo’, non funziona più, il metodo inclusivo funziona meglio, perché ti dice ‘anche tu puoi essere bella’ basta che ti compri questo e quello”.

Però i canoni stanno cambiando e si stanno ampliando, penso a modelle curvy o perennials

“Sempre canoni sono. Pian piano il tema della magrezza si sta facendo svanire perché è molto punitivo: è difficilissimo mantenere sempre un corpo magro e tonico. Anche sulla giovinezza si sta lavorando ma molto meno, perché è sempre più facile includere modelle curvy (che sempre modelle sono, belle e giovani, con la pelle compatta e i capelli fluenti). Il punto è che rimane l’obbligo della bellezza, ci danno semplicemente un altro modello a cui riferirci. Non è vero rispetto per i corpi delle donne, per la nostra presenza fisica nel mondo, per le nostre scelte individuali. È sempre una costante prescrizione di: vuoi avere capelli belli? Pelle liscia? Vuoi vestire con abiti che ti valorizzano (perché il tuo corpo non ha valore se non glielo dai attraverso abiti e cosmetici)? Allora fai così”.

Ci prendiamo cura di noi stesse per un costrutto sociale?

"Il 99% delle volte per me è così. Io non ho nessun bisogno di fare la complicata beauty routine che faccio ogni sera, potrei tranquillamente invecchiare e farmi cascare la faccia, che mi frega, non è una questione funzionale. Spesso la cura estetica viene messa sullo stesso piano dell’amarsi e il volersi bene, cosa che a me, come scrivo nel libro, riesce benissimo senza passare per la cosmesi. Volermi bene è fare delle scelte che vanno bene per me. L’amore per me stessa non ha niente a che vedere con la mia estetica. L’estetica è una cosa con cui posso giocare, a cui io faccio caso molto spesso perché devo interagire con le persone e non voglio essere giudicata, o voglio che si minimizzino i motivi per cui posso esser giudicata, quindi faccio lo sforzo di rendermi presentabile, per evitare che qualcuno mi chieda ‘che hai? Non stai bene?". Sì, è la mia faccia”.

La moda e il mondo beauty possono fare a meno della bellezza?

“Se da un lato è vero che ci sono degli standard a cui ci chiedono di aderire, dall’altro non si tratta di discipline prettamente estetiche. Il trucco, per esempio, è anche espressione di creatività, così come la moda, che addirittura è cultura. Parlano della società. Truccarsi è divertente. Io ho un arsenale di cosmetici a casa”.

Credi che i social abbiano aggravato la questione?

“Prima dei social non è che non avessimo meno problemi coi nostri corpi. Però non crescevamo guardandoci riflesse nelle foto costantemente. Ci sono studi che asseriscono che gli adolescenti (e le adolescenti soprattutto) sono a rischio dalla continua esposizione a immagini non veritiere e dal doversi costantemente confrontare le une con le altre.

C’è una personal trainer che seguo sui social che ha un approccio all’esercizio fisico che mi piace molto, ma fa una cosa che probabilmente mi porterà a non seguirla più: prende i corpi delle sue clienti e li mette a confronto tra il prima e il dopo, e tutti i prima assomigliano a me. Allora mi chiedo ‘ma perché il mio corpo dev’essere un prima di qualcosa?’ perché devo vedermi messa a paragone con il risultato di un certo tipo di impegno? Il mio corpo non va bene così? Ha davvero bisogno di essere più muscoloso o più tonico? Io non voglio essere un ‘prima’ voglio essere un ‘adesso’.

Certo, senza i social non avremmo il discorso sul body shaming, il fat shaming, il volume del fat activism che abbiamo adesso. I social hanno popolarizzato dei concetti che prima non trovavano spazio quando i media tradizionali avevano il monopolio sui discorsi pubblici”.

Gli uomini che ti intervistano capiscono il concetto alla base di Brutta?

"Dipende. Ce ne sono stati alcuni che mi hanno detto che per loro è incomprensibile, ed è una reazione onesta, che apprezzo (un conto è se mi dici ‘non lo capisco’, un conto è se dici ‘non è vero’). Qualcuno mi ha detto ‘per me è addirittura sgradevole’: ci sono dei punti in cui ho scelto esplicitamente di essere brutale e diretta, perché rivendico anche quello, l’essere sgradevole, il diritto a non essere sempre conciliante, carina, educata. Attraverso la scrittura mi prendo uno spazio, racconto cose che altrimenti non avrei raccontato, faccio cose che da donna mi sono accordate malvolentieri. Quindi l’espressione di incredulità per me è un ottimo modo di dimostrare il mio punto.

Una cosa divertente è che alcuni uomini leggono il libro, vengono alle presentazioni e poi si applicano tantissimo a dirmi che non è vero che sono brutta, lisciando completamente il punto. Io dico esplicitamente che il loro sguardo non è dirimente nella mia vita, che non ha importanza, ma loro lo mettono lo stesso sul piatto, è una spinta irrinunciabile. Dare un apprezzamento estetico è il modo in cui mi fanno sapere che mi stimano, perché stima e approvazione estetica sono sullo stesso piano. So che è una gentilezza da parte loro, ma non posso non osservare che non riescono a uscire da questo frame. Rispondono ripetendo gli stessi comportamenti che io ho spiegato essere dannosi”.

Secondo te è giusto crescere una bambina dicendole ‘sei bella’?

“È una cosa complessa da maneggiare. Perché da un lato se la cresci dicendole costantemente ‘come sei carina’, e magari aggiungi anche ‘vestiti bene’, le fai crescere i capelli, potresti inculcarle una sorta di leziosità, di ‘principessità’ (concetto che comunque arriva anche dall’esterno) avvalorando il dogma per cui bisogna essere sempre carine. Dall’altro, se non la aiuti in qualche modo a costruirsi un’immagine di sé che sia solida, se le neghi il rinforzo positivo sulla sua bellezza, la mandi nel mondo con una piccola insicurezza di cui potrebbe fare a meno. Quindi bisogna trovare il bilanciamento fra la continua insistenza sull’estetica che abbiamo nei confronti delle bambine, e il confermarle che è bella, perché altrimenti potrebbe crescere pensando di essere brutta, e questo ha delle conseguenze. Potremmo usare di più ‘brava, buona, disponibile, intelligente’, è molto più importante”.

Cosa dire a una persona che vive male il suo non essere bella?

“La risposta non è individuale. Io le posso dire un sacco di cose vaghe sull’amarsi e sul darsi importanza per altri motivi. Però la questione di base è che il problema non è lei, ma il mondo che ha intorno, che le ha insegnato che la sua forma non va bene e che le dice che la responsabilità è sua perché non è capace di amarsi. No, il problema non è lei, non siamo noi, non è come rispondiamo alle continue pressioni: il problema sono le pressioni.

Mi sentirei di dirle ‘Domandati se quello che ti provoca disagio è realmente il tuo corpo o la risposta del mondo al tuo corpo’. Una volta che ti sei risposta forse qualcosa può anche cambiare, però è sempre una risposta individuale e noi dobbiamo distinguerla dal discorso pubblico.

Ho il massimo dell’empatia rispetto a come si sentono le persone, non mi sognerei mai di negare l’esperienza di qualcuno, il dolore, la sofferenza, la rabbia e lo sconforto di dover vivere in un mondo pensato per le donne magre e giovani. Ma non posso fare a meno di interrogarmi su come sarebbe se smettessimo di insistere sull’idea che dobbiamo essere in un certo modo per poter essere accettate”.