Soraya e Farah Diba, due imperatrici divise da un unico amore

Soraya e lo scià Reza Pahlavi nel 1958 
Quando a pochi mesi dalla morte aveva deciso di smettere di inseguire il passato, la "principessa triste" ha ripercorso la sua vita di ricchezza e dolore, viaggi e ricordi. E la storia del suo grande amore "rubato" dalla rivale Farah Diba. Nel giorno dell'anniversario della sua scomparsa, il 25 ottobre 2001, riviviamo la romantica storia dell'imperatrice di Persia in questo racconto tratto dal libro "Amiche Nemiche", un progetto del gruppo di scrittrici “Donne di Parole” i cui proventi sono devoluti interamente alla Casa delle Bambine di Busajo Onlus, in Etiopia
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25 Ottobre 2001. Muore Soraya Esfandiary Bakhtiari, ex imperatrice di Persia. Non basterà l’autopsia a spiegarne la ragione. Occorre ripercorrere la sua vita tormentata ed eccezionale. Come ha fatto lei, solo 4 mesi prima di andarsene, per sempre, nell’empireo delle icone.

22 giugno 2001, Soraya compie 69 anni. Cammina nervosamente nel suo salotto parigino, al 46 di avenue Montaigne, fumando una sigaretta dopo l’altra, con gli occhi color smeraldo che lanciano lampi. Con lei, a cercare di calmarla, la sua migliore amica, una nobildonna iraniana, sua dama di compagnia a Teheran durante i sette anni di regno: Chari Firusabadin. Sul tappeto, sul tavolo, sui grandi divani, ovunque, vi erano ritagli di giornale, fotografie, lettere, pezzi di carta scarabocchiati. Un disordine che assomigliava ai suoi pensieri che vagavano dal passato al presente cercando un lido sereno, una meta irraggiungibile nella sua vita straordinaria, nel bene e nel male. Era stanca Soraya. Aveva cercato di dimenticare, di andare oltre il destino che le era stato negato, come l’amore. Di immergersi nella realtà dorata ma opaca che il destino le aveva riservato. E adesso aveva bisogno di ripercorrere tappa a tappa la sua esistenza iniziata il 22 giugno del 1932. In mano ha la fotografia sbiadita dei suoi genitori, la bellissima Eva Karl, tedesca di origine russa, e Kalil Bakhtiari, principe iraniano appartenente a una delle più potenti tribù nomadi di Persia e poi ambasciatore d’Iran nella Repubblica Federale Tedesca. Quella bambina dagli occhi verdi così luminosi meritava il nome di una stella, Soraya, che in persiano significa Orsa Maggiore.

Febbraio 1951, il giorno delle nozze tra lo scià e Soraya 

Chari le dice di fermarsi, di decidere quale abito indosserà questa sera all’Hotel Royal Monceau, l’albergo vicino agli Champs Élysées che ha ospitato Churchill e Eisenhower. Lei è distratta e con una mano indica un abito da gran sera rosso fuoco, "starà bene con la parure di smeraldi". Lo dice senza pensare, per abitudine, per rispettare il cliché in cui si è sentita ingabbiata e persa tutta la vita, una principessa irraggiungibile e maestosa, illuminata dalla sua ricchezza. Ma a brillare ormai sono solo le pietre grosse come nocciole che aspettano le occasioni mondane nei forzieri.

Vorrebbe annullare tutto, rimanere sola nella sua casa con il suo dolore, la sua insofferenza, i suoi ricordi. Non ha nessuna voglia di vedere quelle 150 persone invitate per lei dall’amico di una vita Massimo Gargia. Ma Chari le dice che non è possibile. Lei ascolta ma sembra persa, mentre osserva la pagina sbiadita di un giornale con sopra la fotografia del giorno in cui lo Scià Reza Pahlevi, l’uomo che ha dovuto ripudiarla per dare un erede al suo popolo, andò via dall’Iran. Il 16 gennaio del 1979, con al fianco Farah Diba, la sua terza moglie. Una donna che non ha mai conosciuto, ma a cui si è sempre sentita legata da una folla disordinata di emozioni e sentimenti, gelosia, rabbia, comprensione, ammirazione, disprezzo. Era una nemica? Si può definire così una sconosciuta che si è presa la tua vita? La vita che fino alla fine dei suoi giorni avrebbe rimpianto. Quando lei recitava allo Scià, in francese, poesie di Verlaine, e lui i versi romantici di Omar Khayyam. 

Soraya era lì anche lei, con tutta la sua anima, su quella pista dell’aeroporto di Teheran, mentre l’ex marito, amatissimo, lasciava la sua patria per sempre. Avrebbe voluto parlargli, abbracciarlo, dirgli che sapeva quello che stava passando. Quella foto le portò alla mente la speranza che aveva avuto di rivederlo. In fondo lo Scià stava andando negli Stati Uniti e nessuno avrebbe potuto impedirle di riabbracciarlo. Nemmeno quella donna, Farah Diba, che aveva preso il suo posto. E che negli Stati Uniti non sarebbe più stata la potentissima imperatrice, ma una donna con cui avrebbe potuto competere.

Le fotografie le portano a galla i ricordi. Tutti legati all’uomo che non aveva mai smesso di amare, per lei sempre il "re dei re", e non le importava che la storia raccontasse anche altro, a iniziare dalla crudeltà che aveva avuto con chiunque si fosse messo di traverso, o semplicemente con idee diverse, sulla sua strada. Un imperatore seduto su un forziere di petrolio e incastrato tra gli interessi contrastanti di Gran Bretagna, Usa e Urss, incapace di conciliare forze contrastanti del Paese, le spinte democratiche e la forza dell’oscurantismo religioso. E proprio quell’Occidente cui aveva tentato di ispirare le sue riforme, finì per negargli l’asilo. "Reza Pahlavi è il primo sovrano della storia moderna cacciato a furor di popolo", scriveva il grande inviato de La Stampa, Igor Man, in quei giorni a Teheran. "Un popolo disarmato. E c’è da dire ancora come il superbo, arrogante imperatore di un Paese sostenuto dagli Usa, dalla Cina e anche dall’Urss in qualche modo, dalla maggioranza dei Paesi arabi, sia stato battuto — e da lontano — da un vecchio imam seduto su di un tappeto. 'Lo lascerò dov’è, fino a farlo marcire', disse una volta lo scià di Khomeini. Ma il grande vecchio ha saputo aspettare quindici lunghi anni e il suo giorno è finalmente venuto".

Lo scià e Farah Diba nel giorno dell'incoronazione nel 1967. Da sinistra: la principessa Shahnaz Pahlavi figlia di Mohammed Reza Pahlavi e la prima moglie Fawzia d'Egitto, la princessa Farahnaz Pahlavi e il principe Ali Reza Pahlavi 

Ecco, un altro foglio di giornale, Le Monde, con l’immagine della "crisi degli ostaggi", quando 52 dipendenti dell’ambasciata statunitense furono fatti prigionieri dai rivoluzionari per 444 giorni. Lo scià dovette lasciare gli Stati Uniti per rifugiarsi in Egitto, dove morì gia malatissimo a causa di un linfoma incurabile il 27 luglio 1980.

Nel frattempo l’Iran era diventato una Repubblica Islamica e l’ayatollah Ruhollah Khomeini, tornato nel paese meno di un mese dopo la fuga dei Pahlevi, era diventato la guida suprema del Paese.

Soraya raccontava agli amici più cari di avere avvertito l’anima dello scià che se ne andava. Una fitta al cuore che ancora apparteneva a quell’uomo. Non era riuscito a vederlo eppure ci aveva sperato. Si erano mosse delle persone vicine a entrambe "le imperatrici", per far sì che quell’addio fosse possibile. Ma Farah Diba non poteva accettare quell’affronto. Vissuta tutta la vita con l’ombra di Soraya non poteva permettere che la storia si concludesse con la sua vittoria. Soraya non doveva arrivare al capezzale dello Scià. Non poteva ancora sapere che sarebbe stato proprio lo scià a sottolineare l’importanza di Soraya nella sua vita. Dieci anni dopo la sua morte, in odio alla cognata Farah Diba, la sorella gemella di Reza, Ashraft Pahlavi, fece ritrovare uno scritto dell’imperatore contenente un legato a favore di Soraya. E così gli eredi sono stati obbligati a versarle la cifra di 40 milioni di dollari. Un valore immenso per Soraya, non certo economico visto che viveva nel lusso da sempre grazie al generoso divorzio. Quella lettera era la dimostrazione che Reza non l’aveva mai dimenticata e ancora, fino alla fine, si preoccupava per lei.

Chari le sfila dalle mani l’ennesimo bicchiere di whisky. "Le fa male altezza imperiale". L’aveva sempre chiamata così e Soraya non aveva mai insistito perché tra di loro ci fosse meno formalità, anche se erano come sorelle. Il mistero e la magia delle Mille e una Notte erano rimasti intorno a Soraya più che a Farah Diba che da quando era andata a vivere negli Stati Uniti aveva assunto un’aura borghese. Andando avanti, affrontando i problemi dei figli, le tante disgrazie che come una maledizione la avrebbero colpita. Mentre Soraya rimaneva immersa in una nuvola di gelo e mistero, come il giorno del suo matrimonio.

Soraya guarda le immagini delle nozze di Reza con Farah Diba, chiamata per quello che lei non aveva saputo fare: dare un erede alla dinastia Pahlevi. Quel 21 dicembre del 1959 segna un punto di non ritorno. Per lei la favola è finita, anche se non l’amore. Soraya riesce a leggere nello sguardo altero e imperturbabile dello scià il dolore che vi aveva letto quando si erano lasciati. Vuole leggervi un’emozione che ancora li tiene legati, ma sa che Reza non ha quella profondità. Lei lo conosce meglio di chiunque, perché grazie alla passione ha visto il re nudo.

Ed è quella magia che ancora strega l’imperatore, non certo la complessità del sentimento. Nemmeno due anni prima lui l'aveva ripudiata per avere un successore. Lei non aveva fatto storie, anzi.  Aveva deciso di accelerare quella decisione inevitabile, prendendosi un periodo di tregua in Svizzera in attesa che Reza trovasse una soluzione. Con il passare del tempo si era insinuata il lei la paura, la convinzione di essere inutile, anzi, un peso. Cosa che i mormorii delle dame di corte le confermavano ogni giorno. Quei silenzi e gli occhi che si abbassano al suo passaggio. Sono un chiaro indizio della fine. Né la confortano gli abbracci e i baci dello scià, sempre più focoso, come se volesse trattenerla o solo fare una scorta di lei. Non vuole perderla, ma sa che non ci sarà altra scelta a meno di un miracolo. Anche suo fratello Alì, l’unico in grado di succedergli, è morto. La notizia dell’incidente aereo fatale fa precipitare tutto. Non c’è più tempo.

Lo scià e Soraya durante un picnic nel 1951 

I medici arrivano in processione a palazzo, le cartelle cliniche partono in aereo verso specialisti esteri specializzati in infertilità. I consiglieri dello Scià studiano con lui ogni possibile soluzione anche l’abolizione della legge salica e la possibilità per la prima figlia dello Scià, Shanaz, di salire al trono. Ma gli iraniani non lo accetterebbero, meglio allora orientarsi verso un ramo cadetto, ma ci vuole il permesso del consiglio dei Saggi. E così Soraya decide di aspettare le decisioni lontano dalla corte dove ormai si sente non solo estranea ma un ostacolo, per lo Scià e soprattutto per il futuro dell’Iran. Non pensa nemmeno per un momento che non sarà certo la mancanza di un erede a travolgere il trono del pavone quanto l’atteggiamento politico di Reza, che ormai governa da tiranno.

Soraya va in Svizzera, a Saint Moritz, e trascorre lì in quell’eremo dorato, in mezzo a gente che fruga nelle sue emozioni, i momenti più bui della sua vita. Il consiglio dei Saggi le toglie ogni speranza: lo Scià deve avere un erede legittimo. Niente è più come prima. L’Iran ha voltato pagina e l'ha cancellata. Il 14 marzo alla radio lo scià con la voce rotta dall’emozione, o almeno questo ci vogliono leggere tutti, annuncia la separazione. La chiama "sposa adorata". Ma comunque è il ripudio.

E così inizia la fuga, dall’Iran, da sé stessa, dal dolore. Prima alle Bermuda, poi New York, la Costa Azzurra, Los Angeles, Montecarlo, Madrid, Cannes, Parigi, Saint Tropez, l’India, Roma, Monaco… In tutti i luoghi e in nessun luogo, con l’incapacità di costruirsi una vita normale. Il pensiero è sempre a Reza. Sa che tra poco ci sarà un’altra imperatrice, una donna capace di dargli un figlio, il maschio che dovrà ereditare l’Iran. E infatti è così, mentre lei viaggia come una girandola impazzita, alla corte persiana si lavora per trovare la sua sostituta.

Ed eccola, la sostituta, Farah Diba. Soraya la fissa nella foto che ha conservato, un ritaglio di giornale dove lo scià e l’imperatrice sono ripresi sulla pista dell’aeroporto mentre si dirigono all’aereo che li porterà in esilio. Così i ricordi tornano indietro alla sua sconfitta e alla comparsa di un'altra nella vita di Reza.

Erano state le solerti sorelle dell’imperatore, come avevano fatto con lei, a cercare la candidata perfetta. La scelta era caduta su questa bella ragazza laureata in architettura, studi in Francia, di una bellezza classica, e dai modi impeccabili. Il primo incontro all’ambasciata iraniana di Parigi, il secondo in patria dove galeotta fu una partita a dama. Non c’era tempo di innamorarsi, bastava piacersi. E così le nozze vengono fissate senza indugio.

Ecco la fotografia del loro matrimonio ("che scelta sadica averla conservata!", le dice Chari). La sposa indossa un maestoso abito creato per lei da Dior con un disegno di Yves Saint Laurent, ricoperto di diamanti. L’imperatrice della Persia. Un destino che avrebbe dovuto essere suo. E adesso a Parigi, chiusa nel salotto del suo magnifico appartamento, tutto si fa più doloroso. Anche i bei ricordi che le tornano in mente e feriscono ancora il suo cuore.

Otto anni prima era stata lei la protagonista della favola. Era il 12 febbraio del 1951, un lunedì, quando lei arrivò davanti al palazzo del Golestan, la reggia della dinastia Qajar, in una nuvola di organza di un candore assoluto. Bianca è anche la mantella di zibellino che la copre dal freddo. Bianca è la neve che cadeva incessante da ore. Soraya sapeva che la pioggia portava fortuna, ma sulla neve aveva qualche dubbio. Perché quei fiocchi candidi, che sembravano zucchero, si sarebbero sciolti, prendendo la forma delle lacrime. Un fosco presagio pesava su di loro anche se la bellezza nascondeva quel velo di preoccupazione, lampi che solo chi la conosceva bene poteva vedere negli occhi color smeraldo. E quel velo di tristezza che alcuni scambiavano per alterigia e distanza sarà da quel momento sempre con lei. La tiara di diamanti e il collier di smeraldi che porta al collo sono meno preziosi della sua bellezza, che ha rapito Reza Pahlevi e lo terrà legato a lei fino alla morte, nonostante un’altra moglie, i figli, l’esilio. Al dito Soraya porta ancora l’anello di fidanzamento, un solitario da 22 carati firmato Harry Winston, che lo Scià le aveva donato. Non dovrebbe, lo sa. Ma è più forte di lei. Non ha mai abdicato a quel sogno. Ne è rimasta intrappolata e solo per qualche tempo, insieme a Franco Indovina, il suo amore italiano, ha pensato di essere libera. "Ho avuto la fortuna di amare due uomini e di essere amata da loro, quante altre donne possono dire lo stesso?", scrive nella sua autobiografia, Il Palazzo della solitudine.

E in questa domanda c’è anche la consolazione di credere di essere stata lei e solo lei il vero amore dello Scià. Anche se Farah Diba gli ha dato una famiglia, l’erede tanto atteso Ciro ma anche Ali, e Leyla e Farahnaz. E non importa se Reza in un'intervista a Oriana Fallaci tradisce la sua illusione. La domanda della giornalista è diretta sul dolore per averla abbandonata. La risposta sincera: "Bè… sì… Per un certo tempo, sì. Posso addirittura dire che, per un certo periodo di tempo, quello fu uno dei dispiaceri più grossi della mia vita. Ma ben presto la ragione ebbe il sopravvento e mi posi la seguente domanda: cosa devo fare per il mio paese? E la risposta fu: trovare un’altra sposa con cui dividere il mio destino e a cui chiedere l’erede al trono. In altre parole, la mia sensibilità non si focalizza mai sulle faccende private bensì sui doveri regali. Io ho sempre educato me stesso a non preoccuparmi di me stesso ma del mio paese e del mio trono. Ma non parliamo di certe cose: dei miei divorzi eccetera. Io sono al di sopra, troppo al di sopra di certe cose".

Farah Diba era stata una compagna fedele e aveva condiviso prima il bene e poi il male, che per qualcuno discendeva da quella maledizione lanciata contro Mohammed Reza quando attaccò le ricchezze terriere del clero sciita ed espropriò moschee agli ayatollah. "Che tu sia maledetto, e maledetta sia ogni tua generazione fin nella notte dei tempi".  Una leggenda che affonda nella superstizione. Certo. Ma la famiglia Pahlevi sembra averla scontata, con l’esilio, la malattia, la morte del patriarca, e dopo di lui altro dolore, il suicidio del figlio più piccolo Ali Rezha e prima ancora, nel 2001, la morte della la figlia Leyla, la più grande, per un'overdose di farmaci nel suo un appartamento di Parigi.

Soraya ancora oggi, nel giorno del suo 69esimo compleanno non riesce a lasciare andare il passato e anche quella rivalità con una donna che non ha mai conosciuto ma che ha invaso la sua vita. Con questo pensiero Soraya va alla sua festa, ma non ha voglia, forse è gia altrove. Qualche anno prima, accompagnata dal fratello Bijan, è stata al Cairo a pregare sulla sua tomba, nella Moschea Reale di al-Rifa’i, dove riposano anche i Sovrani dell’Egitto. Lì gli aveva detto addio.

Adesso era pronta, stanca di inseguire il passato. E di confrontarsi con una donna che aveva avuto la sua vita, non importa quanto dolorosa fosse stata. Quella sera, al suo ultimo compleanno, Soraya era assente: "Non l'avevo mai vista così depressa, sembrava profondamente infelice", racconta Massimo Gargia. "È stata sempre in silenzio, si è rifiutata di ballare, e non ha voluto neppure spegnere le candeline sulla torta. Non spegnerle porta disgrazia, le ho detto. Ma lei non ne ha voluto saperne". I ricordi ormai pesavano più della speranza. Ed era ora di andare.

E nel giorno del suo funerale, nella chiesa americana di Parigi, all’altare c’erano i fiori di Farah Diba. Due donne unite e divise dall’amore di un uomo e dalla ragione di stato. Nell’aria i versi del poeta persiano: "Al di là del bene e del male esiste uno spazio. Lì è dove ti reincontrerò...".

La copertina di Amiche Nemiche 

* Questo racconto è tratto da Amiche Nemiche (Giunti, 360 pagine, 16 euro), una raccolta di storie di amicizie celebri e non, nata dalla penna di un gruppo di venticinque amiche scrittrici.