Parenting

Bambini e prescolarizzazione. Perché giocare è più importante di imparare a leggere troppo presto

Photo by Ben White on Unsplash 
Gli studiosi smentiscono l'idea che prima iniziamo a insegnare qualcosa e meglio i bambini la impareranno. Nessun dato infatti dimostra i vantaggi di un'alfabetizzazione anticipata che, anzi, può far sviluppare nel tempo sentimenti di inadeguatezza, ansia e confusione. Al contrario, secondo numerose ricerche, il gioco libero sarebbe il mezzo naturale attraverso il quale i più piccoli educano loro stessi imparando a cooperare. Facciamo il punto con la psicologa

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L'idea di prescolarizzare, di anticipare i più piccoli nell'acquisizione di abilità scolastiche ci porta a riflettere su quali siano i reali bisogni dei bambini, quale ambiente funzioni meglio per loro, in cosa consista una buona scuola. E quale possa essere il senso di insegnare a leggere e scrivere a cinque anni. Ci fa ripensare a ciò che vogliamo davvero passare ai nostri figli, se tra gli obiettivi primari ci sono le prestazioni, i voti, i punteggi oppure le competenze emotive e relazionali, fondamentali per stare bene con se stessi e con gli altri. E a rivedere anche il concetto di normalità, quella cosa che ora tanto sogniamo, che però forse così tanto normale per i più piccoli non è, viste le trasformazioni che via via abbiamo portato nelle loro vite, impegnandoli e stimolandoli eccessivamente, programmando le loro giornate a scapito di tempo libero e di socialità.


Pensiamo che prima iniziamo a insegnare qualcosa e meglio i bambini la impareranno ma è un'idea smentita da numerose indagini. Più ore, più compiti, più studio del resto, a tutti i livelli, non migliorano l'apprendimento che invece richiede libertà e leggerezza ed è inibito dall'ansia. Anche dalle eccessive valutazioni, penalizzanti per i meno abili, coloro i quali avrebbero più bisogno di essere sostenuti. Per dire che la pressione dell'ambiente può causare disparità, un divario che si allarga tanto più la pressione a fare bene aumenta. Il nostro sistema scolastico si regge sull'idea che tutti gli studenti di una data età devono imparare le stesse lezioni, negli stessi modi e negli stessi tempi. Poi però spuntano le diagnosi per coloro che per vari motivi non si conformano a queste norme e che eppure non sono incapaci o disturbati. L'argomento è controverso ma la riflessione potrebbe portarci a vedere la scuola, sotto questo punto di vista, come un ambiente inadatto all'apprendimento, incapace di accogliere la normalissima variabilità umana.


E a considerare una perdita di tempo ma anche un abuso l'insegnamento anticipato e forzato – diverso dal gioco spontaneo con materiali didattici - di abilità scolastiche a bambini che non hanno ancora sviluppato le basi motivazionali e intellettuali necessarie, che non hanno cioè ancora acquisito una ragione per leggere o trattare con i numeri. I nostri cervelli sono progettati per trattenere ciò che comprendiamo e per scartare le sciocchezze. Le competenze accademiche, il saper rispondere bene ai test della scuola oltretutto non coincidono con le abiltà intellettuali, cioè ragionare e, in generale, dare senso al mondo. I programmi di prescolarizzazione rivolti ai più piccoli, secondo gli studi, sembrano produrre un effetto debilitante nel tempo, cosa che forse accade anche negli anni successivi quando i bambini sono spinti ad imparare cose senza significato per loro, in condizioni forzate (seduti, fermi, zitti) creando spesso blocchi di apprendimento proprio per quelle abilità che la scuola cerca di insegnare.


Cosa dicono gli studi

Non ci sono prove che l'istruzione precoce porti benefici duraturi mentre ce ne sono sulla possibilità che possa causare danni. Confronti tra scuole materne orientate alla preparazione scolastica e quelle basate sul gioco hanno messo in evidenza che i benefici rilevati nei piccoli prescolarizzati sono momentanei e con il tempo possono trasformarsi in svantaggi. I guadagni iniziali si annullano entro tre o quattro anni e addirittura possono invertirsi più avanti. La scolarizazione precoce sembra inoltre esporre maggiormente a una diagnosi di disturbo di apprendimento e a disagi in ambito sociale ed emotivo a lungo termine.


Un certo numero di studi statunitensi ben controllati, esaminati in un articolo di Nancy Carlsson-Paige, Geralyn McLaughlin e Joan Almon, autorevoli esperte di infanzia, indicano che esperienze educative non adeguate al livello di sviluppo, non sintonizzate con i bisogni e le possibilità dei bambini possono portare conseguenze serie come sentimenti di inadeguatezza, ansia e confusione.


Negli anni Settanta del secolo scorso un'indagine condottta su larga scala in Germania ha dimostrato esiti peggiori a livello scolastico ma anche socioemotivo tra giovani provenienti da esperienze di asili “accademici”. Risultati che hanno influenzato un cambiamento delle politiche educative di quel Paese, a favore di investimenti in scuole materne gioco-orientate. Ma possiamo pensare anche al sistema scolastico della Finlandia, in vetta alle classifiche internazionali più accreditate, che ha messo al centro della vita scolastica la cooperazione e abolito la competizione, dove la scuola inizia a sette anni, ha orari settimanali brevi, ogni ora di lavoro prevede quindici minuti di pausa mentre la materna dura solo un anno senza essere obbligatoria.

 


 

L'importanza del gioco

Nessun dato dimostra vantaggi di un'alfabetizzazione anticipata mentre ne esistono a favore del gioco libero. Lo psicologo di fama internazionale Peter Grey, professore presso il Boston College, autore del best seller Lasciateli giocare (Einaudi), rivendica l'importanza del gioco libero come mezzo naturale attraverso il quale i bambini educano se stessi e imparano a cooperare, ad andare d'accordo con gli altri, a seguire le regole, a gestire le proprie emozioni. E a pensare, ideare, sognare. Secondo l'esperto il declino del gioco ha contribuito alla crescita della psicopatologia nei bambini e nei giovani, è correlato ad esempio all'aumento di ansia, di depressione, di narcisismo e alla diminuzione di empatia, di creatività, di senso di comunità. Per questo ritiene necessario preservare i più piccoli da una formazione scolarizzante e rivalutare il potere educativo del gioco, un'attività potente in grado di sviluppare curiosità e capacità di seguire un'idea o un progetto. Perché l'interesse per l'apprendimento diventi il centro delle primissime esperienze educative dei bambini, non la prestazione.  
 

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