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Come crescere un figlio idealista?

Il segreto sta nel leggere ai bambini libri capaci di farli sentire compresi e, perché no, di provocarli senza moralismi

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Due amiche al bar. “Mia figlia non è per niente idealista”, racconta la prima, una mamma sui quaranta. “A volte mi spaventa con i suoi commenti, non sembra che abbia 10 anni”. L’altra, che ha un bimbo più piccolo, sembrerebbe sui 5: “Il mio qualche giorno fa ha chiesto a suo padre perché non poteva tagliare tutti gli alberi del vialetto, così avremmo trovato sempre parcheggio sotto casa”. Risata generale.

Se accanto al loro tavolino si fosse trovato a origliare il filosofo e sociologo Umberto Galimberti, avrebbe faticato a trattenersi. “Gli avrei detto di portare a casa dei libri per i loro figli”. Perché secondo lui la differenza tra chi legge e chi non lo fa è abissale. “I primi hanno tante parole, gli altri no. Mi spiego meglio: gli esseri umani possono pensare solo quei pensieri di cui hanno le parole, chi ne ha poche necessariamente pensa poco”. Ma c’è di più. “L’uomo, per natura, conosce le pulsioni ma non i sentimenti, che invece sono culturali, si devono imparare. Una volta i giovani lo facevano attraverso i miti, oggi abbiamo la letteratura. E non parlo solo di amore, ma anche di dolore, di noia… conoscerli consente di gestirli. Se un ragazzo ne è capace non dà fuoco a un barbone e nemmeno si sogna di picchiare un handicappato. Sono i bulli che si fermano alle pulsioni”.

 

Leggere per riconoscere i sentimenti degli altri

Ma come funziona questo meccanismo di trasmissione? “Attraverso l’immedesimazione”, risponde Roberta Silva, professoressa presso la facoltà di Scienze Umane dell’università di Verona e autrice di Insegnare a Hogwarts. Comprendere il fantasy per indirizzare l'agire educativo (Cortina). “La narrativa è una sorta di palestra per la mente dei ragazzi, un laboratorio dove possono sviluppare la theory of mind, ovvero la capacità di comprendere le emozioni, i sentimenti e i pensieri degli altri. Leggere insegna a decodificare l’altro e a relazionarsi anche con chi è diverso, una pratica ancora più importante al giorno d’oggi dove i bambini, a parte quelli che frequentano le scuole pubbliche di alcuni quartieri, tendono a vivere in contesti omogenei e quindi solo attraverso i libri possono avere acceso a un mondo diverso dal proprio, che offre una preziosa alterità in termini di esperienze, di prospettive, di punti di vista”. Silva cita, per esempio, la scrittrice italiana Bianca Pitzorno. “Attraverso la narrazione, l’autrice sarda ricostruisce il flusso dei pensieri dei personaggi, gli indaga nel profondo. Ma per chi ama il fantasy penso alla saga di Harry Potter, che racconta un percorso di crescita da molti punti di vista; oppure ai libri di Philip Pullman, un autore che ha una capacità raffinata di raccontare l’evoluzione della crescita del pensiero dei suoi protagonisti”. Sul perché la letteratura per l’infanzia abbia un ruolo fondamentale rispetto a quella per adulti lei ha un’ipotesi tutta sua. “Negli anni mi sono fatta l’idea che la teoria della finestra di Chomsky e Pinker, quella che dice che i bambini fino a una certa età possono imparare facilmente tutte le lingue, si possa applicare anche alle emozioni: fino all’adolescenza siamo più portati a imparare l’empatia, ma poi con l’età adulta le pressioni sociali tendono a focalizzare il nostro sviluppo verso attività più pratiche”.

Ecco, insomma, perché leggere (e ascoltare i genitori farlo) da bambini e da ragazzi è molto importante. “Attenzione però”, chiarisce la professoressa Silvia Blezza Picherle, esperta di letteratura per l’infanzia, autrice di numerosi saggi (tra cui l’unico italiano su Astrid Lindgren) e fondatrice del sito Raccontareancora. “Non è vero che basta leggere qualsiasi cosa: i libri di qualità hanno un grande potere formativo, quelli commerciali invece non fanno altro che omologare il pensiero dei giovani. Un romanzo deve farli riflettere e porli davanti a tutti i temi, senza censure. Deve essere trasgressivo, cioè andare contro il mainstream e farlo attraverso una scrittura intimista e raffinata”. Un esempio? “In Ronja di Astrid Lindgren (Mondadori) la protagonista dice di amare e odiare il padre al tempo stesso. Chi non l’ha mai pensato? I libri di qualità sono quelli che raccontano di personaggi autentici, che vivono conflitti interiori, che evolvono. Se penso ai più piccoli mi viene in mente un classico per l’infanzia come l’albo illustrato Nel Paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak: quel bambino esprime tutta la rabbia per la mamma che gli impedisce di essere libero ed è molto lontano dai personaggi della letteratura per l’infanzia dell’Ottocento, che invece erano tutti bravi, buoni e valorosi e che purtroppo vedo tornare in molte pubblicazioni recenti”.

Un buon libro insegna a condividere le emozioni

Alla storia che le nuove generazioni siano meno permeabili ai valori lei proprio non ci crede. “Tutti ne hanno un gran desiderio, solo che gli adulti non se ne accorgono. Lo diceva anche lo psicologo Abraham Maslow, che distingueva tra bisogni umani primari, come la fame e la sete, e secondari, per esempio quello di credere in qualcosa: se non arriva qualcuno a sollecitarlo, quest’ultimo non si esprime, al massimo sussurra. L’ho sperimentato in tanti anni di ricerca nelle classi: leggendo testi di qualità come i romanzi di Mino Milani, Jerry Spinelli, Michael Morpurgo, Guus Kuijer, Robert Westall, o della Lindgren  - che ha scritto moltissimo oltre a Pippi Calzelunghe - già dalla scuola media i ragazzi hanno sempre dato una risposta immediata, hanno cominciato a parlare di coraggio, di amore, non si fermavano più”. Che poi è un po’ quello che succede da adulti, quando ci innamoriamo di un libro e sentiamo il bisogno di parlarne con qualcuno, di condividere le emozioni che ci ha fatto vivere. “Per lavoro leggo molti saggi”, ammette Galimberti. “Ma quando viaggio in treno porto con me sempre un romanzo, mi piace perdermici dentro. E sa cosa le dico? Questa immersione ha un grande vantaggio: consente di acquistare una certa relatività sulla propria vita, sulle proprie idee, sull’assolutezza dei propri sentimenti. Insomma, ci aiuta a diventare più tolleranti, a ipotizzare che gli altri abbiano idee che ci possano arricchire”.

 

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