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Controvento. Michael Collins e la Luna, l'astronauta dimenticato nella solitudine abissale

Ha fatto parte dell'equipaggio della missione Apollo 11. Ma, mentre Armstrong e Aldrin poggiarono i piedi sul nostro satellite, lui rimase in orbita da solo e poi, con i due, tornò indietro sulla Terra senza aver mai toccato la Luna. A pochi giorni dalla sua scomparsa ripercorriamo il viaggio incredibile di Michael Collins e la sua avventura nel "dark side of the moon"

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Prima c'era stato il frastuono, il fragore che lo aveva scosso fin dentro il cuore. Solo poi, solo dopo sarebbe arrivato il silenzio. Il giorno del lancio, lo avevano svegliato alle quattro del mattino, quattro ore e quindici minuti prima dell'ora cruciale. Era il 16 luglio del 1969. Michael Collins aveva 38 anni ed era entrato alla Nasa sei anni prima. Aveva fatto colazione con Buzz Aldrin e Neil Armstrong: i due compagni di quel viaggio che nessuno aveva mai compiuto prima. Avevamo mangiato insieme uova e carne. Poi c'era voluta quasi un'ora per indossare la tuta pressurizzata. Allora si era incamminato verso la rampa di lancio. L'ascensore lo aveva portato a quasi cento metri di altezza. Da lì, aveva guardato l'Atlantico e le spiagge. I pensieri, nella mente, li aveva chiusi come dentro delle scatole da non scoperchiare. Sentiva il caldo della Florida, denso e meraviglioso. Quasi come quello di Puerto Rico dove aveva studiato negli anni della gioventù. Dentro la tuta però, come un'allerta, come un richiamo, sentiva scorrere il flusso gelido dell'ossigeno. I battiti del cuore non erano mai stati un problema. Nei test della Nasa, al decollo degli aerei ad alta velocità, lui era tra quelli con la frequenza più bassa: 125 battiti al minuto. Solo Aldrin era un tipo più calmo, lui di battiti ne aveva 110. Entrò nel corpo cavo del Columbia, attese il conto alla rovescia, poi arrivò il frastuono, travolgente e ossessivo. Quasi interminabile. Come se l'intero universo venisse messo sottosopra da una rabbiosa mano divina. Poi quel fracasso, che gli era arrivato fin dentro le ossa, cessò. Entrarono nell'orbita terrestre a una velocità pari quasi a 30 mila chilometri orari e poi, una volta sopra l'Australia, accelerarono di quel tanto che permise loro di uscire dall'orbita.

L'equipaggio della missione Apollo 11. Da sinistra: Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin "Buzz" Aldrin 

Alla fine di quel primo giorno, Collins si mise a guardare dal finestrino. La Terra era solo nuvole e mare. La luce del sole inondava la navetta, era come se fosse sempre giorno. Le pupille degli occhi gli si erano ridotte a una fessura. Fuori le stelle, pure se c'erano, non riusciva a vederle. Armstrong e Aldrin passavano gran parte del tempo a studiare le procedure dell'Eagle, il modulo che li avrebbe portati sulla Luna. Erano loro, i due che tutti avrebbero ricordato. Erano loro che avrebbero poggiato i piedi, chi prima e chi dopo, sulla superficie lunare. Erano loro che avrebbero raggiunto fino in fondo la meta di quel viaggio infinito. E lui? Non se ne preoccupava. O almeno così non voleva che di lui si pensasse. Preferiva concentrarsi sul suo ruolo, preferiva far capire che a lui spettava quel compito. Eppure, quasi paradossalmente, si sarebbe fermato proprio sul confine, proprio al di qua del superamento della frontiera mai varcata. Avrebbe viaggiato per così tanto tempo, avrebbe raggiunto la Luna, l'avrebbe desiderata senza toccarla; e poi sarebbe tornato indietro. 

Poi però, al quarto giorno di viaggio, la Luna riempì l'intero schermo del Columbia. A Michael apparve come qualcosa di mai veduto. Non aveva nulla delle sembianze del satellite che aveva visto dalla remota distanza della Terra. Era una sfera meravigliosa. Gli sembrò di poterla avvicinare e toccare. Capita così con quello che sappiamo di non potere mai avere. Dopo essere entrati nella sua orbita, Michael si mise a verificare di nuovo e a misurare ancora, con quanta pià precisione possibile, l'altezza e i dislivelli del cratere dove sarebbe dovuto atterrare l'Eagle con Aldrin e Armstrong a bordo. Il giorno dopo, il quinto dalla partenza, parlò come ogni mattina con la base a Houston. Le indicazioni, i dettagli. Arrivò quinti il tempo di tirare fuori le tute pressurizzate. Ora stava per arrivare il momento. A Michael, a vedere quelle tute, parve di ritrovarsi in compagnia di altre tre persone. Forse per il poco spazio, forse perché lontani dall'atmosfera terrestre, anche se si tiene tutto sotto controllo, anche se si è uomini capaci di misurarsi con l'inatteso, l'immaginazione trova lo stesso il modo di lavorare, silenziosa, in maniera inattesa e dare vita a sogni e pensieri di una natura impensata. Quando tutti e tre le indossarono, cominciò a sancirsi quella differenza, quella separazione che li aveva silenziosamente accompagnati per tutto il tempo. Armstrong e Aldrin entrarono nell'Eagle. Michael chiuse il condotto che lo separava da loro e rimase sul Columbia. Per almeno un istante, provò un frammento di invidia per quei due che si sarebbero sospinti a provare quel che nessun umano aveva mai sperimentato? O invece sentì dentro di sé quella specie di conforto che prova chi sa che il rischio maggiore lo sta per correre l'altro e che sé stesso verrà ancora risparmiato? Con lo sguardo seguì, finché poté, la discesa dell'Eagle con a bordo i due compagni di viaggio, poi a un certo punto li perse di vista nella vastità del cratere.

Allora, mentre tutto il mondo stava con gli occhi a guardare i due poggiare i piedi sula Luna, Michael se ne andò. Continuò a roteare lungo l'orbita del pianeta così prossimo eppure così misterioso. Più solitario di qualsiasi altro viaggiatore, più lontano di qualsiasi altro viaggiatore dal pianeta su cui siamo nati, si inoltrò verso il lato oscuro della Luna. Verso quella parte di superficie che ostinatamente ci viene negata per quel sortilegio di movimenti che i pianeti, in ragione dei loro rapporti di forza, ordiscono tra loro. Collins, in quel momento, divenne così remoto da tutti: l'unico uomo dell'intero sistema solare a essere separato da ogni cosa. L'unico uomo dell'intero sistema solare alle prese solo con sé stesso. Neppure Buzz o Neil, laggiù sulla Luna erano soli. Neppure loro erano privi di un canale di comunicazione con chi era rimasto sulla Terra. Solo lui, da lì, per quarantasette minuti, entrò in quel rovescio di universo, in quel vertiginoso silenzio universale. Solo lui, da lì, non poteva entrare in contatto con nessuno. Né con la base. Né con Aldrin, né con Armstrong. Solo lui poteva sentire il silenzio più assoluto e sorprendente.

 

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi