Il commento

La moda ci guarirà l'anima

Dopo un anno di pandemia e di abbigliamento "depressivo" è arrivato il momento di reagire alla trasandatezza. Staremo pure comodi, forse, ma rischiamo il vuoto dell’anima perché siamo esseri dalla sensibilità estetica che va blandita e nutrita
1 minuti di lettura

Trasandati e infelici, abbiamo doppiato la boa del primo anno della Covid’s Cup. Che ha fatto saltare tutte le regole, perfino quelle già lasche dello stile. Con le nostre tute, i maglioni sformati, il depressivo abbigliamento da smart working che è diventato la norma anche nelle rare apparizioni “in presenza” in ufficio, abbiamo chiuso in un cassetto il formale, l’eleganza rispettosa, il piacere di sentirci belli, il giocoso esibizionismo. Un anno vissuto tristemente, con la greve aggiunta del trasandatismo che, fanno notare gli specialisti della fragile complessità della psiche umana, condiziona l’umore, le relazioni, impoverisce l’autostima.

Staremo pure comodi, forse, ma rischiamo il vuoto dell’anima perché siamo esseri dalla sensibilità estetica che va blandita e nutrita, non semplici elementi sostituibili dell’apparato produttivo. E dunque, se proprio la moda (e con la moda soprattutto lo Stile) fosse un vaccino, una medicina per l’anima, un booster per l’autostima, l’antidepressivo non chimico da cui iniziare la risalita? Se proprio grazie alla moda tornassimo a riempirci di bellezza, a divertirci, ritrovando il piacere di vestirci, non di coprirci e basta? Come ricorda Umberto Galimberti in Miti del nostro tempo, Jean Paul Sartre in Questioni di metodo osservava che “Come la persona esprime sé stessa attraverso l’indumento, così l’indumento produce magicamente la persona, per cui, al limite, trasformando l’indumento si trasforma il proprio essere”.

Inutile negarlo: l’abito è una seconda pelle che fornisce un’identità, definisce le relazioni personali e sociali, può trasmettere euforia oppure mestizia. In un momento di generale depressione, possiamo e dobbiamo reagire con qualche carezza al nostro narcisismo. Non ci resta molto altro, siamo in lutto e in guerra da più di un anno: niente teatri, cinema, concerti, mostre, viaggi, socialità. E allora scuotiamoci dal mood luttuoso e malinconico, riapriamo il nostro teatro intimo, torniamo a occuparci di noi stessi avviando un nuovo dialogo estetico con lo specchio, che per mesi ci ha rimandato un’immagine inadeguata del nostro Io.

L’essere umano è un animale sostanzialmente visivo le cui emozioni sono scatenate per lo più da ciò che percepisce attraverso la vista. E se guardiamo il bello, il nostro Io ci ringrazierà. Già Platone l’aveva scritto. Come ricorda il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han nel suo intenso La salvezza del bello, “La teoria platonica del bello consiste nel fatto che al suo cospetto l’anima si sente sollecitata a generare essa stessa qualcosa di bello. Alla vista del bello, Eros risveglia nell’anima una forza generativa”. Che oggi è una priorità ritrovare.