Enrico Letta: “Una vittoria contro il populismo. Ma adesso serve un nuovo Ulivo. Giù le tasse sul lavoro e Ius Scholae”

Il segretario del Pd: «Non approvare la cittadinanza sarebbe un atto crudele. Con l’extra-gettito diamo ai lavoratori una mensilità in più a fine 2022»

Non conta sulle divisioni del centrodestra, Enrico Letta. Non pensa che ad aiutare il Partito democratico potranno mai essere le liti tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Il segretario del Pd crede piuttosto, e lo racconta con convinzione seduto alla sua scrivania, al terzo piano del Nazareno, che a funzionare in queste amministrative sia stata «la solidità dei candidati». Perché i due anni di pandemia hanno cambiato tutto, «le persone non vogliono fuochi d’artificio, ma lavoro sul territorio». Li elenca come fosse l’allenatore di una squadra che ha vinto lo scudetto, con la camicia celeste impeccabile nonostante i 40 gradi romani: «Ci sono gli esterni, come il professore Nicola Fiorita a Catanzaro e il calciatore dalla grande forza sociale, Damiano Tommasi, a Verona. Ottimi amministratori come Giorgio Abonante ad Alessandria, Patrizia Manassero a Cuneo, Paolo Pilotto a Monza. Katia Tarasconi e Michele Guerra a Piacenza e Parma. Tutti molto bravi a interpretare queste elezioni per quello che sono, senza retropensieri». Adesso, questo capitale fiducia guadagnato, i dem vogliono investirlo in quella che chiamano «agenda sociale»: lotta alla precarietà, incentivazione del primo impiego per i giovani, salario minimo, riduzione delle tasse sul lavoro. Con un avvertimento sui diritti: «Non approvare lo ius scholae – la nuova legge sulla cittadinanza per i figli di immigrati – adesso che siamo a un passo, sarebbe un atto di crudeltà».

A Lucca la destra unita, compresa quella estrema di Casapound, ha rovesciato il risultato del primo turno e siete stati sconfitti. Teme che qualcosa del genere si possa replicare alle politiche?
«Negli ultimi venti anni a Lucca si è sempre deciso il sindaco con poco scarto. È evidente che in questo caso è stato rilevante l’apporto del candidato no vax, che ha detto una serie di assurdità . Quello 0,5 per cento è stato purtroppo determinante».

Pensa che la competizione interna che si è innescata nel centrodestra tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuerà?
«Ho sempre pensato che alla fine correranno insieme. Mai un momento ho ragionato immaginando di potere ricevere regali inaspettati da loro divisioni».

Ma qualcuno anche nel suo partito accarezza l’idea di cambiare la legge elettorale per rendere la prospettiva più realistica. Premerete per tornare al proporzionale?
«Le dico quello che indica secondo me il risultato di queste amministrative: i cittadini vogliono poter influire sulle scelte. L’idea che si vada alle politiche a eleggere un parlamento di nominati dai capipartito e non di eletti dai cittadini è folle».

C’è stato un record di astensionismo, ai ballottaggi ha votato solo il 42 per cento.
«Ci sono diverse ragioni e una è proprio l’aver sottovalutato per troppo tempo l’impatto negativo delle liste bloccate e dei parlamentari nominati sugli elettori. Sono pronto a ragionare sui modelli, ma serve una legge elettorale più democratica e partecipativa».

Quanto alla coalizione, pensa ancora a un nuovo Ulivo?
«L’Ulivo per me è sempre stato un modello perché ha avuto una grande capacità di partecipazione ed espansione andando oltre alla classe politica. È quel che mi piace di questo risultato, che è andato oltre i partiti. Due personaggi come Tommasi e Fiorita, un calciatore e un professore ai lati opposti dell’Italia, dicono che è quella la strada. Mettere in campo una nuova classe politica. So benissimo che non bisogna ripetere le cose del passato, nell’anno che abbiamo davanti dobbiamo elaborare un progetto, un nome, un programma e dei contenuti per una nuova coalizione».

Sono molte cose. Almeno il nome ce l’ha già?
«Non devo essere io a trovarlo, verrà fuori da un lavoro condiviso. Ma servono solidità, serietà e responsabilità».

Per ora ci sono più veleni, odi reciproci e veti incrociati.
«Ma queste amministrative le abbiamo vinte nonostante il gioco dei veti incrociati. A Verona, a sostenere Tommasi c’erano sia Calenda che Conte. Vorrei che semplicemente si cominciasse a separare l’immagine dalla sostanza. Capisco che queste forze debbano trovare una loro identità, per noi è più semplice, il Pd è il fratello maggiore, ma a un certo punto bisogna pensare a unire».

È lei il nuovo Prodi?
«Di Prodi ce n’è stato uno solo. Per ora bisogna tenere insieme, costruire, capire con quale legge elettorale andremo al voto, per il candidato premier c’è tempo».

Draghi ieri ha detto che bisogna agire per contrastare la crisi energetica altrimenti torneranno i populismi. È diventato più politico?
«Non mi ha sorpreso. Nella gestione della linea di politica monetaria della banca centrale europea ha già dimostrato la sua sapienza politica. Se non ne avesse avuta, non sarebbe forte com’è dopo questo anno e mezzo a Palazzo Chigi».

Lo è ancora?
«Assolutamente. L’ho toccato con mano sia durante la campagna elettorale che negli ultimi viaggi europei. È un punto di riferimento per tutta l’Unione».

Attorno alla scissione di Luigi Di Maio, con la complicità di forzisti come Renato Brunetta e leghisti come Giancarlo Giorgetti, si sta creando il partito del Draghi dopo Draghi?
«Sono sicuro che il premier non farà mai l’errore di autorizzare l’utilizzo del suo nome in politica. Ma penso sia positivo che ci sia un movimento politico che riesce ad aggregare anche dall’altra parte».

Questo significa che il Pd tornerà a guardare a destra, alle larghe intese, pur di vincere?
«No, la questione principale resta chi siamo noi e che cosa diciamo noi. Torno a quel che ho detto dal primo giorno della mia elezione a segretario: radicali nei comportamenti, progressisti nei contenuti e riformisti nel metodo. Sono stato accusato in questo anno e mezzo di essere eccessivamente radicale per le posizioni che ho assunto».

Ad esempio su cosa?
«Ad esempio sul voto in Parlamento europeo per la carbon tax alle frontiere, mentre la maggioranza dei parlamentari italiani votava contro. I giovani devono sapere che saremo affidabili nella lotta al cambiamento climatico. Facendo attenzione a coniugarlo non come tema elitario, per chi se lo può permettere. Una battaglia da fare nei prossimi mesi dovrebbe essere quella di assegnare a tutte le famiglie più fragili del nostro Paese il mini kit di fotovoltaico da appartamento, esempio virtuoso di cosa significhi unire ambiente e sociale. Per risparmiare sulla bolletta e sulle emissioni».

E poi: salario minimo? Perché non lo fate subito?
«Perché non siamo tutti d’accordo, la destra non lo è. E invece la questione salariale andrebbe affrontata subito col salario minimo, con un intervento sul lavoro povero, la riduzione delle tasse sul lavoro».

Sull’ultimo punto ha aperto anche Confindustria.
«Ecco allora facciamolo».

Chi è che frena? Draghi?
«Per niente, so che è disponibile e soprattutto è disponibile a sentire quello che dice il Parlamento. E quindi portiamo subito l’abbattimento del cuneo fiscale in manovra, ma facciamolo valere prima del 2023. Anticipiamolo con l’extragettito di quest’anno e spalmiamolo sull’ultimo quadrimestre del 2022. In modo da dare ai lavoratori alla fine di quest’anno una mensilità in più».

Crede davvero sia possibile?
«Ci sono tante famiglie colpite duramente dall’inflazione, dal caro energia e dalla precarietà del lavoro. Se non diamo immediatamente un segnale, se non torniamo a parlare a quelli che non ce la fanno, arriveranno i gilet gialli italiani che di certo non voteranno per noi».

E per chi?
«Quei voti andrebbero al populismo, che sostanzialmente finisce a destra. Come ha dimostrato il voto francese. Per questo bisogna pensare anche ai giovani, mettendo fine agli stage gratuiti. Il primo lavoro di un ragazzo dev’essere ben pagato, non si può arrivare poveri e precari oltre ai trent’anni, altrimento non chiediamoci da dove arriva la denatalità».

Il fronte europeo contro l’aggressione russa in Ucraina si sta sfaldando? Le nostre democrazie sono sempre meno disposte a fare sacrifici?
«C’è una stanchezza delle opinioni pubbliche che sta venendo fuori. Per questo bisogna essere molto uniti e molto forti sulla questione gas. La cosa essenziale è evitare quello che in inglese è stato usato come brand molto efficace: che si crei la contrapposizione “the west and the rest”. Una contrapposizione tra occidente e Paesi ex colonie. Sarebbe il vero dramma di questa guerra».

Come si evita?
«Siamo noi occidentali e sono gli organismi internazionali a dover combattere la fame e la crisi del grano. Altrimenti quei Paesi diranno: a me della causa interessa poco, è colpa dell’Ucraina e di chi la aiuta se mi impoverisco».

Teme ci saranno problemi quando il governo varerà il nuovo dpcm per inviare armi a Kiev?
«Credo che quella questione sia stata risolta in modo ragionevole la settimana scorsa e che Draghi abbia spiegato molto chiaramente la posizione italiana, quella di chi vuole la pace. La mia impressione è che il viaggio con Macron e Scholz a Kiev sia stato influenzato dalla linea del presidente del Consiglio, non a caso dopo il colloquio a tre sul treno si è sbloccato anche il voto per la candidatura dell’Ucraina a Paese membro dell’Unione».

Domani arriva in aula lo Ius scholae, la possibilità per i figli di immigrati nati o cresciuti qui di ottenere la cittadinanza. Si riuscirà?
«È un grande obiettivo finalmente a portata di mano e per me la priorità è che venga approvato. Per questo sono pronto ad abbassare qualunque tono polemico. Lo sostiene un fronte trasversale, è un tema che va deideologizzato e che va portato fino in fondo tutti insieme. Sarebbe crudele nei confronti di quegli oltre 800mila ragazzi se in questa legislatura non riuscissimo ad approvarlo. Per questo sono molto felice di quanto fatto da un sindaco del Pd come Matteo Lepore: da ieri lo Ius soli è nello statuto del Comune, chi nasce e studia a Bologna sarà d’ora in poi cittadino onorario della città. Un atto simbolico in attesa di una legge giusta».

Come non si è riusciti ad approvare il ddl Zan contro l’omotransfobia e la legge sul suicidio assistito ora ferma al Senato.
«Quanto siano in pericolo i diritti lo mostra anche quel che sta accadendo negli Stati Uniti. È il segnale del fatto che non c’è nulla di scontato. Due anni dopo va a compimento una delle operazioni più spericolate del trumpismo, il controllo della Corte suprema americana. Mi ha colpito moltissimo la contemporaneità delle due sentenze».

Sulle armi e sull’aborto?
«È un manifesto ideologico ed è, nel caso dell’aborto, lo smantellamento di uno dei nostri principi e valori più importanti: la laicità dello Stato. Lo dico da cattolico: se tu non vuoi divorziare non divorzi, se sei contro l’aborto no n lo pratichi, se sei contro le relazioni omosessuali sei libero di non averne. Ma non puoi impedire ai tuoi concittadini di fare quel che tu non sceglieresti per te. Questa è la laicità dello Stato, una delle grandi conquiste del nostro mondo. Ora in pericolo».

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