Verona, l’impresa di Tommasi

L’ex calciatore vince la sfida contro il sindaco uscente di Fratelli d’Italia Sboarina. «Ci siamo messi in gioco e abbiamo vinto. Ora inizia la stagione delle responsabilità»

INVIATO A VERONA. «Sindaco, sindaco», gridano in coro a mezzanotte passata i ragazzi della Rete, il movimento civico colorato di giallo di Damiano Tommasi. Alla fine ha vinto l’ex calciatore riccioluto, mite e silenzioso. Il nuovo sindaco di Verona è Damiano Tommasi, che batte col 53 per cento il sindaco uscente Federico Sboarina, targato Fratelli d’Italia e appoggiato dalla Lega, che si ferma al 47. L’affluenza è stata minore del primo turno, ma è arrivata al 48 per cento contro il 55 di due settimane fa, superando il 42 del ballottaggio 2017.

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La città scaligera, storicamente di centrodestra, passata così al campo largo, anche per il mancato apparentamento di Sboarina con l’ex sindaco leghista Flavio Tosi e Forza Italia. Non hanno funzionato gli appelli del vescovo Zenti contro la teoria di genere o la trattative fuori tempo massimo con alcuni tosiani. «Il centrodestra ha perso contro se stesso», sintetizza il direttore dell’Arena di Verona Massimo Mamoli. Ha vinto invece la strategia paziente di recupero della cittadinanza di Tommasi. «È un risultato storico per Verona - spiega il neoeletto -. Ora bisogna costruire tutti insieme un futuro nuovo. Le persone hanno capito, mi sento meno solo». Il riferimento è alla Rete, il movimento pieno di ragazzi che ieri ha festeggiato fino a tardi nella sede elettorale dopo averlo supportato nella campagna al posto dei partiti, tenuti a debita distanza. Comportamento che ad alcuni osservatori ha fatto pensare che poi Tommasi non sia così lontano da certi atteggiamenti originari dei grillini. Lo ha confermato lui stesso, pur rifiutando ogni etichetta. E ora all’ex calciatore toccherà andare in bici sullo Stelvio, in ricordo del vecchio amico giornalista Gianni Mura, come aveva promesso in caso di vittoria.

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In ogni caso non si può dire che abbiano mancato di coraggio i coetanei Tommasi e Sboarina, rispettivamente 48 e 51 anni. Entrambi hanno corso nonostante le loro coalizioni. Nominalmente erano i candidati del centrosinistra e del centrodestra, ma il primo ha rifiutato sia la tessera sia la presenza dei partiti e il secondo ha tenuto testa alle richieste di Meloni e di Salvini di apparentarsi con Tosi. Hanno scelto di giocare, insomma, con la loro testa. E una certa testardaggine l’hanno dimostrato più volte in queste due settimane di campagna elettorale per il ballottaggio. All’ultimo confronto diretto Tommasi lo ha messo addirittura in chiaro: «Non devo per forza dire che sono in disaccordo con lui su tutto». Anche la strategia, suggerita da Giovanni Diamanti all’ex calciatore, è stata simile. Molte passeggiate e pochi comizi vecchio stile. Verona è stata così letteralmente attraversata dai candidati, senza contare il lavoro costante sui social.

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Non sono mancati poi gli aiuti esterni, anche se un po’ diversi. Sboarina ha contato a livello locale sull’appoggio del suo partito di sempre, An oggi Fdi, e del supporto di Zaia, che pochi giorni fa aveva chiesto di valutare fino in fondo la sua candidatura a chi non aveva un candidato di riferimento: «Con Federico ho lavorato bene, abbiamo realizzato il sogno della Verona olimpica e siamo stati i primi a livello nazionale a riaprire un teatro, l’Arena». Tommasi ha materializzato quella rete dei sindaci di cui tanto si parla. Così Beppe Sala da Milano, Dario Nardella da Firenze, Davide Galimberti da Varese, Matteo Ricci da Pesaro e tanti altri hanno mandato messaggi o sono venuti a camminare con lui per la città.

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Il confronto si era leggermente incrinato a pochi metri dal voto per una lettera di Sboarina all’Arena di Verona in cui si riferiva così all’ex calciatore: «Dietro la faccia del “brao butél” che fa il candidato civico si nasconde tutto il peggio della vecchia sinistra, Pd e Cinque stelle che già stanno recando caos e danni all’Italia minacciando la sicurezza e il benessere di noi cittadini». Per continuare poi con lo spauracchio di chi «ci ha riempito di campi Rom, di clandestini, di degrado, di disordine, di abusivi perfino in via Mazzini. Non si tratta di scegliere tra due facce, ma tra due modelli: il nostro, che ha a cuore famiglie e attività economiche, e il loro, che invece le ostacola e regala soldi ai nullafacenti». Toni duri, davanti a cui il chierichetto, come viene chiamato Tommasi, ha fatto sempre spallucce e porto l’altra guancia. Terzo di cinque figli, padre di sei, nato a Negrar in Valpolicella e residente lì vicino, ieri non ha votato ma ha seguito la giornata alla tv con la moglie Chiara, ieri in lacrime, con cui ha aperto una scuola ispirata a Don Milani, di cui ieri ricorreva l’anniversario, prima di raggiungere in serata gli amici della Rete e festeggiare fino alle ore piccole. Lui, che è abituato ad andare a dormire presto. «Non avrei mai pensato a un calciatore sindaco - conclude -, ma la mia città è anche questo. Verona ha sofferto per anni del pregiudizio di doversi sentire di destra o di sinistra, mentre adesso potrà confrontarsi con le persone e con i problemi per cercare di risolverli insieme e restare uniti intorno al merito».

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