La carta Elisabetta: Alberti Casellati potrebbe uscire al quarto voto, ma c’è chi non le perdona il passato berlusconiano

Nata a Rovigo, avvocato e ricercatrice a Padova, fin dal 1994 è al fianco del Cavaliere in Forza Italia

Se c’è una sola possibilità che una donna diventi Capo dello Stato Maria Elisabetta Alberti Casellati quell’ambizione non può che coltivarla. Non solo perché è stata la prima donna eletta alla carica di Presidente del Senato nella storia della Repubblica ma anche perché ha unito nel voto due forze politiche sino ad allora antitetiche, 5Stelle e Lega (ma anche Forza Italia naturalmente) poi diventate di governo sulle quali nessuno, alla vigilia dell’accordo, avrebbe mai pensato di scommettere nemmeno un centesimo di euro.

Eppure quell’accordo si fece, il governo pure, il pentastellato Roberto Fico finì a presiedere Montecitorio e l’azzurra Maria Elisabetta Alberti Casellati, nata a Rovigo, cattolica ed esperta di diritto canonico, salì sullo scranno più alto di Palazzo Madama. Ora, nelle tragicomiche ore di passione che accompagnano le elezioni del nuovo inquilino del Colle, la presidente del Senato non è finita nella rosa dei nomi che il centrodestra ha messo sul tavolo degli alleati di governo. Ma per raccontarla - come ha spiegato il leader della Lega - Matteo Salvini solo perché «riteniamo, come è sempre stato in passato che le cariche istituzionali che il Parlamento a maggioranza ha elette debbano essere tenute fuori dalla discussione». Da qui, l’idea, le congetture nei tavoli del palazzo, che proprio Maria Elisabetta Casellati possa essere quella “carta coperta” da giocare dalla quarta votazione in poi. Una carta che a sentire Vittorio Sgarbi «i miei scoiattoli voterebbero senza nemmeno chiederglielo». Da qui, la “corsa” della Presidente che in molti ipotizzano verso la quarta chiama in seduta comune. Certo, nel percorso politico della seconda carica dello Stato non sono solo rose e fiori. Chi non la ama le rimprovera e le ricorda l’intervista rilasciata alla giornalista Lilli Gruber a Otto e mezzo nel 2011 sulla vicenda Ruby: «Quando Berlusconi ha incontrato Mubarak prima di questo episodio (quello della famosa telefonata alla questura di Milano per chiedere il rilascio di Ruby, ndr) pare che sia venuto fuori da alcune testimonianze che proprio nell'incontro Mubarak aveva parlato di questa sua nipote, ed era un incontro ufficiale». E ancora, i voli di Stato utilizzati durante il periodo del Covid o il vestito tutto in nero in Aula (insieme ad altre colleghe del centrodestra) in segno di «lutto per la democrazia» il 27 novembre 2013 in occasione del voto di decadenza del suo leader Berlusconi da senatore. Chi, invece, la sostiene le riconosce di aver saputo tenere i nervi saldi alla guida dell’emiciclo con tre governi diversi, senza mai essere etichettata come di parte. Di certo, però, non è stata una presidente silente. E in tante circostanze non le ha mandate a dire in tutte le occasioni che riteneva e con tutti e tre i governi: sia sul fronte della rivendicazione della funzione istituzionale centrale che il Senato riveste, tuonando contro l’utilizzo (non sempre appropriato) della decretazione d’urgenza, sia sul fronte delle prese di posizione sulla giustizia che ben conosce essendo stata anche membro laico del Csm. «Basta con la barbarie del giustizialismo» è diventato il suo mantra, che le ha permesso di conquistare un solido rapporto di fiducia anche con la presidenza del settennato di Sergio Mattarella.

Per questo si sussurra in Transatlantico che qualora dopo una serie di fumate grigie e conte bianche si dovesse virare sulle cosiddette riserve della Repubblica o sulle alte cariche istituzionali (gli esempi non mancano nella tradizione italiana) lei certamente c’è: come “riserva” (ma non in panchina), come figura istituzionale, ma anche e soprattutto come donna. Ed è questa la vera carta che il centrodestra mette in campo, insieme a quella istituzionale - peraltro già votata anche dal Movimento 5Stelle - quando per eleggere il nuovo Capo dello Stato basterà la maggioranza assoluta degli aventi diritti al voto. Insomma, la «novità» (solo per l’Italia) donna o rosa, se si preferisce, potrebbe anche essere la chiave di volta delle lunga partita per il Colle. Tant’è che proprio alle donne Casellati ha aperto per prima il palazzo celebrando tra la commozione la senatrice a vita Liliana Segre: «Lei ha trasformato l’orrore in memoria».

Non solo. Chi frequenta la Presidente del Senato e l’ha incontrata in queste ore, nel più totale riserbo, scommette che lei ha anche una carta in più: è una tra i pochi personaggi politici che sono stati capaci di resistere alla stagione dell’abbraccio del centrodestra con il populismo e, forse, anche superarla. E quando c’è in ballo il Quirinale e la coesione nazionale, proprio questo elemento potrebbe rivelarsi una piccola dote in più. 

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