L’Ucraina come la Serbia nel 1914: l’estate fa dimenticare la guerra

In Donbass migliaia di persone muoiono mentre l’Europa va in vacanza. Anche nel secolo scorso una crisi locale si trasformò in conflitto globale

Anche l’estate del 1914 sarebbe rimasta indimenticabile se non fosse risuonato il deprecabile sparo di Sarajevo. Come quest’anno non se n’era mai vista una più smagliante e rigogliosa di voglia di divertirsi e dimenticare i guai. Ecco: a voler scovare una differenza i giornali dell’epoca descrivevano insieme al cielo serico e azzurro per giorni e giorni l’aria come morbida ma non afosa. I luoghi di villeggiatura dell’epoca oggi stupirebbero, si chiamavano Deauville nel Calvados, Baden, Le Coq, una stazione balneare vicino a Ostenda. Regnava ovunque in quell’inizio di luglio la spensieratezza, i bagnanti stavano in spiaggia sotto tende variopinte, i bimbi inseguivano in aria gli aquiloni, davanti ai caffè suonavano le orchestrine e i ragazzi ballavano. Mescolata allegramente c’era tutta la buona borghesia europea, la classe al potere.

Solo i giornali esibivano titoli allarmanti e minacciosi: «La Germania prepara la mobilitazione generale»; «L’Austria vuole consegnare l’ultimatum alla Serbia». Ma la gente leggeva gli articoli e poi li metteva via con un’alata di spalle: in fondo già molte volte negli anni precedenti si erano susseguite crisi diplomatiche definite «gravissime». Ogni volta risuonava la parola guerra, le coalizioni minacciavano pronte a tutto e poi tutto si dissolveva. Quello che veniva definito «il concerto europeo», il salotto buono della diplomazia, trovava un compromesso. Anche stavolta sarebbe accaduto e si tornava a nuotare, alzare gli aquiloni e discutere dell’ultima moda parigina.

Anche i Grandi, qualche decina di persone tra re e ministri da cui dipendevano le sorti dell’Europa, erano in vacanza. Il kaiser, il disinvolto guerrafondaio, solcava con il suo yacht le acque del mare del nord. Il primo agosto quando con la mobilitazione tedesca avviò il conto alla rovescia che nessuno riuscì più ad arrestare, a Londra era un weekend di festa e la maggior parte delle famiglie era al mare. Le classi popolari si accontentavano di affollare il museo di Madame Tussaud dove per i turisti era in mostra la nuova collezione di statue in cera con i protagonisti della crisi europea, «Diorami militari e navali. Musica squisita. Spuntini e bibite a prezzi popolari».

In questo luglio afosissimo del 2022 la guerra c’è già, si combatte con furore attorno e dentro le rovine del Donbass. La Nato mobilita. Convogli di armi micidiali solcano le autostrade d’Europa verso le retrovie del fronte nel centro Europa. Nelle pagine di cronaca si legge: autostrade paralizzate, spiagge prese d’assalto, l’industria del turismo in sollucchero dopo le quaresime pandemiche, effimeri scambi di popolazione nonostante il subbuglio dei voli. Non c’è dubbio, è vacanza. Si attende, inevitabile, l’incombente, innaturale silenzio urbano e la purtroppo fugace stagione dei parcheggi gratuiti. Sì, nonostante tutto è vacanza.

Errato e soprattutto ingiusto abbandonarsi al commentino colpevolizzante: ma come! Nel centro d’Europa migliaia di persone muoiono, scuole e centri commerciali vengono sbriciolati dalla criminale artiglieria putiniana e nel solito Occidente svagato e immorale ci si abbronza!

Più utile capire perché non esiste una percezione collettiva drammatica dei pericoli di questa guerra locale che ha scalato rapidamente, per volontà dei protagonisti, lo scenario iniziale coinvolgendo ormai larghi spazi di mondo. La spiegazione è nel modo in cui i governi occidentali, gli alleati della Nato visto che ormai la Alleanza militare è diventata il punto di riferimento ideologico, hanno imbastito il discorso pubblico sulla guerra, le conseguenze e i pericoli di coinvolgimento per noi.

Il meccanismo della angoscia collettiva avrebbe funzionato se non fosse stato contrastato da una operazione politico pedagogica di evidente successo, al di là della finalità operativa immediata che era impedire che l’Ucraina venisse spazzata via dall’attacco russo. A coinvolgerci psicologicamente ha provato giustamente l’Ucraina con una sacralizzazione della sua guerra di resistenza, in cui alla gloria di difensori di tutto l’Occidente si aggiungeva il martirio delle vittime civili della ferocia russa. Una ipertrofica produzione iconografica e verbale sulla ferocia della guerra è stata messa al servizio di una giusta causa con la legittima superiorità psichica della vittima.

Kiev ha aggiunto il pantheon presidiato da Zelensky a riassumere in lui il coraggio e la determinazione di un popolo intero. Operazione non priva di successo di immagine. La maglietta militare del presidente ucraino svolgerà, prima o poi, la stessa funzione di marketing più o meno sacrale del basco di Che Guevara. Lo scopo era di costruire un ponte verso l’azione, la nostra, spinti così a prender parte direttamente alla causa della difesa d’Europa, a presidiare le Termopili ucraine. Condizione necessaria per la vittoria.

Biden e i governanti europei hanno accettato il meccanismo del progressivo coinvolgimento operativo, con armi e denaro, in attesa di passare ad altro, ovvero scambiare qualche colpo di cannone con la Russia. Politici, parolai della guerra e camarilla del business militar affaristico cercano per benino di trasformare questo conflitto in una istituzione europea. In fondo l’imperialismo sciovinistico di Putin serve perfettamente ai loro scopi di controllo di sistemi di alleanza e di ordine geopolitico. Ma sanno che altrettanto necessario è impedire che dei rischi collettivi che si corrono si accorgano le opinioni pubbliche, che vibri forte la volontà di vivere perché si tratta della esistenza, della sopravvivenza. Di qui una narrazione della guerra, quella che c’è già si combatte ogni giorno da più di quattro mesi, in cui si ribadisce il comandamento rassicurante che l’unico ruolo che noi come Occidente accettiamo di svolgere è quello di impedire che vengano superati dall’aggressore certi limiti. Bisogna far vedere la guerra, mostrarne l’orrore ma contemporaneamente cancellarne la tracce. Di qui la goffa, strumentale sottovalutazione irridente delle forza distruttiva dell’esercito russo, e la fiducia fideistica al di la della evidenza delle possibilità fulminanti delle sanzioni economiche. L’opinione pubblica deve accontentarsi della constatazione che «siamo dalla parte giusta», non avere timori sugli «sviluppi». Insomma come nel 1914: restate pure in vacanza, alla guerra ci pensiamo noi.

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