Donald Sassoon: “Johnson si crede Churchill ma è un disastro, la nostra credibilità ai minimi storici”

Due donne manifestano davanti al Parlamento, a Londra, con una foto del premier Boris Johnson

Lo storico britannico: «Scuse, scandali e finte amnesie: non può restare, ma per i Tories non è facile sostituirlo»

Professor Sassoon, trentotto dimissioni, tra ministri, sottosegretari e altri membri della maggioranza. Ma Johnson non molla. Fa bene o fa male?
«Senz’altro fa male. Il suo periodo da premier si è rivelato un disastro dopo l’altro. Quelli che lui chiama “successi” non sono dipesi da lui, a partire dal vaccino. La strategia iniziale sul Covid è stata sciagurata. E questi sono solo gli errori più seri. Tra cui ricordiamo anche la Brexit, l’accordo sull’Irlanda del Nord, che sta cercando di rivedere. Poi ci sono gli scandalucci, tipo aver detto a tutti gli inglesi di stare a casa per la pandemia, mentre a Downing Street si tenevano party, che lui subito ha negato. Fino a che non sono uscite le foto, e dunque ha dovuto ammettere di avervi partecipato, ma solo 5 minuti. Ridicolo».

E ora il caso Pincher, il viceministro che lui avrebbe coperto, nonostante le accuse di molestie.
«Pensate un po’ che questo signore, Chris Pincher, sospettato di molestie sessuali per aver abusato, ubriaco, di due uomini in un famosissimo club privato dei conservatori, il Carlton Club, era stato promosso da Boris a “Deputy Chief Whip”. Whip vuol dire “frusta”: doveva essere colui che si occupava di assicurare la disciplina. Mi viene da ridere, ma è una cosa serissima: esagerando, ma è un po’ come se un ex nazista venisse messo a sorvegliare una casa di riposo per ebrei. Johnson dice che non si ricordava che lo avevano recensito come altamente inaffidabile. Fino a quando un funzionario non ha confessato di avergli consegnato un intero rapporto che descriveva bene la sua condotta non certo irreprensibile. La lista delle dimissioni di questi giorni è imbarazzante e rumorosa. Nonostante questo, lui non molla».

Perché il partito non lo allontana, secondo lei? È ancora il miglior leader?
«Il partito conservatore è il più intelligente della storia britannica. Ha lo scopo non ideologico di voler restare al potere, fin dall’800, quand’era la parte politica dell’aristocrazia e delle terre, poi del capitalismo, poi ha portato il Regno nell’Unione europea. Ha sempre fiutato il vento per restare a galla. Si è sbarazzato di Margaret Thatcher, che aveva cambiato il volto del Paese, perché ha capito che non avrebbe vinto le elezioni, nel 1992. Ma ora, se i conservatori facessero fuori Johnson, non avrebbero nessuno di gran carisma con cui sostituirlo».

Nemmeno i laburisti vantano figure molto forti. La politica britannica è compromessa?
«Sì, Starmer è completamente incolore. Stiamo messi male... La Corona per fortuna è al di sopra delle parti, e per questo è ancora popolare, e sempre lo sarà, nonostante gli scandali familiari che la lambiscono. Per il resto, siamo ai minimi storici di popolarità. Boris ha vinto le elezioni nel 2019 con la più grande maggioranza dal Dopoguerra. Con lo slogan “I’m going to get Brexit done!”, farò la Brexit per liberarvi dal giogo di Bruxelles. Dopo anni, abbiamo problemi di burocrazia ai confini, problemi di import, un’inflazione che colpisce più duramente qui che negli altri Paesi ricchi dell’Europa occidentale».

Lui si crede invincibile?
«Lui crede di essere Churchill. Ha anche scritto un libro sullo statista, un volume che tutti gli storici hanno definito ridicolo. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ha assunto subito toni churchilliani e rumorosi nell’appoggiare Zelensky, come se le truppe inglesi fossero in campo a battersi al fianco dell’esercito di Kiev. Quando si è trattato di accogliere i profughi, però, cioè quando si è arrivati al dunque, ne abbiamo accettati ben pochi, a differenza degli altri Paesi».

Qualche maligno dice che la visibilità ricercata da Johnson nel conflitto in Ucraina gli serva per tirarsi fuori dai guai in patria. È d’accordo?
«È la teoria del gatto nero buttato in mezzo al tavolo, per distrarre i presenti. I problemi seri sono l’Irlanda del Nord, i rapporti con l’Ue, l’Ucraina, la credibilità. La sua popolarità sta calando, il partito gli ha votato contro per il 40%, due settimane fa. Ma occorre il 50% più uno per farlo cadere. Se non verranno riviste le regole, la prossima votazione del partito su di lui sarà tra un anno».

Chi potrebbe sostituirlo?
«Sono tutti abbastanza terribili. Forse l’ex ministro del Tesoro Rishi Sunak, che però è più a destra di lui, anche e soprattutto sull’aumento delle tasse, misura non certo popolare».

Lei cosa si augura?
«Non ci sono figure che stimo, che potrebbero fare meglio. Non so cosa augurarmi. Citerò la frase di Gramsci che uso nel mio libro “Sintomi morbosi”: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. Il Regno Unito è in mezzo a questa corrente forte e non vede l’altra sponda. E presto potrebbe non essere neanche più unito».

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