Boris Johnson al capolinea

Dimissioni a raffica, i conservatori contro il premier per gli scandali. Lui resiste: «Su Pincher ho sbagliato ma ho il dovere di andare avanti»

Una montagna di dimissioni, una delegazione di ministri a Downing Street che gli chiede di lasciare, incontri febbrili tra i corridoi di Westminster per capire come liberarsi di lui. Boris Johnson è arrivato al capolinea, anche se lui giura di andare avanti e si dice sicuro di avere ancora il sostegno della maggioranza del Partito Conservatore. «Il compito di un premier in circostanze difficili, se ha un mandato enorme, è di andare avanti, ed è quello che intendo fare», ha detto durante il Question Time ai Comuni.

Ma l’atmosfera tra i Tory è da fine dei giochi. Per tutta la giornata di ieri è continuato lo stillicidio di dimissioni da parte di sottosegretari, vice-ministri, portaborse ed altri conservatori sul libro paga del governo, dopo quelle, pensantissime, dei due superministri Sunak, all’Economia, e Javid, alla Salute Pubblica. A fine giornata i dimissionari erano quasi quaranta, il numero più alto subito da un primo ministro in un singolo giorno. La rivolta che covava da mesi, provocata dal partygate e i festini proibiti durante il lockdown, è definitivamente esplosa. L’ultima proverbiale goccia è stata l’ennesimo scandalo a sfondo sessuale nel partito, con Johnson che ha promosso un deputato nonostante fosse al corrente, cosa inizialmente negata, di un precedente caso di molestia sessuale.

È un punto di non ritorno. I dimissionari se ne vanno citando parole come «integrità» e «decenza», con un partito nuovamente alle prese con le accuse di «sleaze» (letteralmente sporcizia) e un Johnson tacciato di essere un bugiardo cronico che ha favorito corruzione e mancato rispetto delle regole. Javid, nel suo discorso di dimissioni ai Comuni ha offerto un verdetto devastante per il premier: «Quando è troppo è troppo», ha detto.

Lo abbandonano perfino i fedelissimi come il ministro Gove, peso massimo del partito. O come la ministra degli Interni Patel, presente nella delegazione che in serata si è recata a Downing Street per chiedere a Johnson le dimissioni. Paradossalmente era presente, secondo notizie di stampa, anche l’uomo promosso appena 24 ore prima al ruolo di Cancelliere, Nadim Zahawi. Lo abbandona la stampa solitamente amica. Come il Times, il giornale di riferimento dell’establishment britannico, che ieri mattina scriveva impietoso: «Ogni giorno che Johnson resta al suo posto, il senso di caos si aggrava. Per il bene del Paese deve andarsene». E, stando ai sondaggi, lo abbandonano gli elettori.

Ma Johnson è uomo combattivo. I sostenitori ritengono che il trionfo elettorale del 2019 gli abbia conferito un mandato personale. «Ha vinto un voto popolare, cosa che non cambia solo perché un gruppo di persone si dimette», ha detto il ministro Rees-Mogg.

Ma Johnson non può governare senza governo, né guidare un partito ormai in larga parte apertamente ostile. Se dovesse insistere nella sua trincea potrebbe dover affrontare un altro voto di fiducia, dopo quello vinto appena un mese fa. Le regole interne al partito prevedono un intervallo di un anno tra un voto e l’altro, ma i rivoltosi stanno già preparando modifiche al regolamento.

Potrebbe accadere lunedì, con un voto di fiducia nelle 24 ore successive. Ma Johnson rischia di non arrivarci.

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