Il generale Camporini: “L’Italia può inviare anche 12 mila uomini. Occorre investire in mezzi per l’esercito”

L’ex capo di Stato maggiore: “Troppi tagli, ora cambio di passo”

Il rafforzamento delle difese era inevitabile. E lo strumento delle forze operative è nel solco della dottrina Nato. Si tratta solo di rispolverare quel che c’era ai tempi della Guerra Fredda. «Avevamo reparti che a rotazione dovevano essere in grado di partire in 24 ore. Altri a cui sarebbe stata necessaria una settimana. Dipendeva dal grado di allerta», ricorda il generale Vincenzo Camporini, che è stato Capo di stato maggiore della Difesa.

Generale, oltre i 2 mila appena schierati tra Romania e Bulgaria, metteremo altri 8mila soldati a disposizione della Nato. Complessivamente la Nato vuole tenere pronti fino a 300 mila soldati per la reazione rapida. È indispensabile?

«Guardi, la guerra in Ucraina è cominciata male per gli ucraini perché il loro esercito alla fine non era così pronto. La mossa della Nato è una risposta a Putin: se hai cattive intenzioni, noi non ci faremo sorprendere. Questo significa avere truppe di reazione rapida».

Che cosa significa?

«I reparti individuati dovranno essere a pieni ranghi, quindi le licenze saltano o comunque dovrà esserci una reperibilità a breve. Dipende dal grado di allerta che la Nato ci indicherà. E dovranno essere pronte le dotazioni».

Non basterà, insomma, che gli armamenti figurino sulla carta. L’Esercito lamenta di essere stato regolarmente ignorato al momento degli acquisti a differenza di Marina e Aeronautica.

«E ha ragione. È un vecchio problema che ebbi già io, undici anni fa. La spiegazione è di una banalità sconcertante: a metà anno, regolarmente, bisogna fare qualche taglio al bilancio. E si taglia dove si può. Quando hai ordinato degli aerei, per dire, la rata non puoi scansarla. Lo stesso accade con le navi da guerra. L’unico taglio, alla fine, puoi farlo soltanto sugli automezzi: avevi previsto di comprare 40 blindati? Dimezzi l’ordine e per quell’anno ne compri 20 sperando che l’anno seguente le finanze vadano meglio».

Ritiene che gli organici italiani siano all’altezza delle nuove richieste?

«Con qualche sforzo, penso di sì. Ricordatevi che ci sono stati anni in cui mandavamo all’estero, fino a 12mila soldati in contemporanea tra Afghanistan, Balcani, Libano, Iraq».

Cosa potrebbe mancare?

«La mentalità, innanzitutto. Sono decenni che ci siamo tarati sulle missioni di pace. In gergo militare, le definiamo missioni in “ambiente permissivo” o “semi-permissivo”. Vuole dire che non devi affrontare un esercito e l’ambiente, almeno teoricamente, non ti è ostile. Dopo l’invasione dell’Ucraina, dobbiamo riconoscere che si può tornare ala guerra vecchio stile. Una missione Nato in futuro potrebbe essere non di pace, ma di guerra. Se permettete, cambia molto dal punto di vista psicologico prima ancora che militarmente».

Qual è la lezione che i nostri militari hanno appreso dall’Ucraina?

«I russi si appoggiano soprattutto sull’artiglieria, che usano in maniera massiccia. Occorrono sistemi d’arma per spezzare questa loro supremazia. Sono ottimi quelli americani con proiettili che possono colpire a 300 chilometri, ma anche 80 o 20, estremamente precisi, a differenza dei russi».

Gli americani annunciano di mandare da noi 70 uomini per una batteria di missili antiaerea. Vanno a difendere Aviano, dove c’è l’Aeronautica Usa?

«Mi sembra l’ipotesi più ragionevole».

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