Nato, Roma fa sponda con Madrid. L’Italia garantirà 10mila soldati, decreto per altri cannoni all’Ucraina

Draghi in pressing con il leader spagnolo sull’Alleanza per non dimenticare il Nord Africa. La guerra e la crisi alimentare rischiano di scatenare un’ondata migratoria senza precedenti

Roma-Madrid. La questione, presto o tardi, si sarebbe posta in questi termini. Come ha detto Pedro Sanchez, il padrone di casa, a Madrid, del summit Nato: non bisogna scoprire il fianco del Sud. «È ora che l’Alleanza riconosca la sua importanza in una strategia a 360 gradi», ha affermato il premier spagnolo in una dichiarazione congiunta con il presidente americano Joe Biden, dopo il loro incontro alla Moncloa. È l’identica preoccupazione che agita il governo italiano.

L’Ucraina ha imposto l’urgenza di rafforzare i confini a Est. Uomini e mezzi che servono a dissuadere Vladimir Putin da altre iniziative belliche. Per questo motivo aumenterà il contributo dei singoli membri Nato in termini militari. Ma ogni scelta andrà ponderata, tenendo a mente che per i Paesi del Sud europeo il Mediterraneo è una frontiera bollente, ed è vitale tenerla in sicurezza.

La diplomazia italiana lavora su questo aspetto da mesi. Già durante la visita di Mario Draghi a Washington era emersa la preoccupazione del governo di Roma. La crisi alimentare, che si è scatenata nell’effetto moltiplicatore della guerra, si somma agli altri fattori di instabilità geopolitica nell’area africana, mediterranea e mediorientale. La fame, la siccità, i cambiamenti climatici possono tutti trasformarsi in concause d’instabilità. Il terrorismo jihadista peraltro resta una minaccia concreta, seppur meno temuta che nel passato.

Ieri Draghi è arrivato a Madrid, al termine del G7 in Germania, per partecipare assieme agli altri leader alla cena organizzata dal re Felipe di Spagna. L’occasione per intavolare i primi discorsi. Il premier italiano dovrebbe assicurare una sponda a Sanchez proprio sul fronte del Sud. Il primo ministro spagnolo ha parlato della necessità di una «risposta coordinata» dei Paesi Nato e ha menzionato il Sahel come focolaio preoccupante. Già, perché le migrazioni di massa potrebbero diventare numericamente spaventose per la cintura meridionale dell’Europa. E, in questo senso, i timori italiani per la Libia e la Tunisia si rispecchiano in quelli spagnoli per Ceuta e Melilla, le due enclave in Marocco, teatro di una strage di migranti in fuga verso il Vecchio Continente.

L’invasione russa dell’Ucraina è naturalmente in cima alle preoccupazioni del governo italiano. Non mancherà nella settimana prossima un ennesimo decreto, il quarto, per l’invio di armi al Paese invaso. S’ipotizza il trasferimento di nuovi cannoni Fh70 da 155 millimetri e di vecchi cannoni semoventi M109, ormai dismessi dal nostro esercito. Il protrarsi della guerra, però, sta mettendo alle corde anche i nostri arsenali. Se pure abbiamo ancora armi da cedere, non si largheggia in munizioni. E spetterà allo Stato maggiore Difesa valutare il punto di equilibrio tra le richieste ucraine e le esigenze nazionali.

Guai a dimenticare il Fronte Sud, però. Il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha appena licenziato una Direttiva sul Mediterraneo e ne ha parlato in un consesso di generali, appena prima di partire per Madrid. «Credo che l’attualità nella quale siamo immersi - ha spiegato nella cerimonia di chiusura dell’anno accademico al Centro alti studi Difesa - ci dica che dobbiamo riconfermare ancora una volta con drammatica chiarezza i concetti di fondo. L’aggressione russa ai danni dell’Ucraina nell’Est del nostro continente, ai confini della Nato e dell’Unione Europea, è un gravissimo atto di violazione dei principi internazionali. Rappresenta un’insidia per la stabilità internazionale, ma ha anche riverberi indiscutibili sul Mediterraneo. Dalla crisi alimentare, alla grande questione energetica, queste cose si intrecciano e si intersecano con l’area di riferimento dei nostri interessi primari».

Ci preme moltissimo, insomma, che il Mediterraneo allargato ovvero Nord Africa, Sahel, Medio oriente, Corno d’Africa, non sia dimenticato dalla Nato. Dice sempre Guerini: «La relazione tra il Mar Nero e il Mar Mediterraneo, significa la tutela degli interessi energetici del nostro Paese e non solo. Significa la tutela della libertà e della sicurezza delle rotte di navigazione e di trasporto. Tutte cose che sono al centro del nostro lavoro. Noi vogliamo sia tenuto insieme in una Nato flessibile, capace di agire a 360 gradi».

E però le ambizioni dovranno fare i conti con la realtà prosaica dei nostri arsenali e delle nostre attuali forze armate. Se sarà confermato il balzo in avanti delle forze di reazione rapida dell’intera Nato, che dovrebbero passare da 40 a 300 mila soldati immediatamente mobilitabili, ciò significherà che l’Italia dovrebbe garantire alla Nato dai 10 ai 15 mila soldati, pari a tre o quattro brigate a piena forza, bene armate e addestrate, con mezzi e logistica in grado di muoversi fuori dal territorio nazionale. Non basterà a quel punto nemmeno il famoso 2% del Pil per la spesa militare.

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