Lo storico Cella: “Ecco perché Putin non cede sul Donbass”

Le ragioni del conflitto russo-ucraino nella regione contesa da russi e ucrani tra tradizione e politica di potenza

ROMA. Il conflitto russo-ucraino come guerra storica. Il Donbass conteso tra Storia e politica di potenza  Il conflitto, ora concentrato nel Donbass, conferma il portato storico che influenza le scelte di Mosca, nel ricordo e nell’aderenza al passato zarista, come confermano ulteriormente le parole del presidente russo in occasione del 350° anniversario di Pietro I. Nel Donbass si gioca una partita fondamentale dello scontro russo-ucraino: le motivazioni reciproche per Kiev e Mosca tra passato e presente.

Dalla Rus’ di Kiev a oggi

Il professor Giorgio Cella, analista di politica internazionale, storico e autore del libro Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus’ di Kiev a oggi (Carocci Editore), ha coniato la categoria di guerra storica per descrivere e comprendere il conflitto russo-ucraino che sta stravolgendo l’Europa e tutto il sistema internazionale.

Perché l’invasione russa dell’Ucraina è diversa dalle altre crisi in atto nel mondo?
«A differenza di varie altre crisi regionali, il conflitto russo-ucraino si caratterizza infatti da un corollario di progetti, dinamiche, e ripetizioni di eventi storici, di riproposizioni di complesse vicende passate di questa storica periferia orientale d’Europa che, troppo spesso irresponsabilmente trascurata, finisce ciclicamente con l’estendere le proprie instabilità geopolitiche sul resto del continente europeo, e ben oltre, come visto in questi mesi».

Qual è la valenza storica e strategica del Donbass per russi e ucraini?
«Vale la pena ricordare che le terre nelle quali si sta oggi combattendo una sanguinosa guerra è da secoli una terra contesa, possibilmente ancora più di confine di quanto lo sia l’Ucraina stessa nella sua interezza. E’ dal 17mo secolo che, naturalmente mutatis mutandis, più o meno gli stessi attori – al tempo russi, cosacchi ucraini, polacchi, svedesi e turchi ottomani e loro vassalli tatari crimeani - combattono per questi geostrategicamente importanti brani di territorio che si affacciano al Mar Nero e al Mare di Azov, al tempo di Pietro I fortezza ottomana, che nel 1696 proprio lo Zar occidentalizzatore riuscì a strappare ai turchi».

A cosa si riferisce?
«Prima tappa di una politica estera imperiale russa che puntava al controllo dei così tanto agognati mari caldi: l’ingresso tramite il Mare di Azov per estendersi al Mar Nero e per poi trovare uno sbocco nel Mar Mediterraneo. Direttive di una politica estera russa poi ampliata in modo assertivo da Caterina II e dal suo fedele principe Grigorij Potëmkin, l’impero russo fondò varie delle città che sentiamo nelle cronache di oggi: da Odessa a Mikolaev sino alla città martire di Mariupol, che nonostante il passato russo, è stata pesantemente bombardata. Caterina II dicevamo, ideatrice di quella concezione imperiale nota come Novorossya, che come ho già spiegato in varie occasioni, viene oggi ricalcata, quantomeno sul piano delle intenzioni, dalla strategia putiniana in quella che il Cremlino continua, dopo oltre quattro mesi di conflitto, a chiamare operazione militare speciale. Dai meandri della Storia si può quindi decifrare e comprendere un po' di più il valore che questa contesissima terra rappresenta per i due belligeranti».

Può farci un esempio?
«Per gli ucraini simboleggia un’area dove si è formata una dimensione centrale della loro identità, quella cosacca per l’appunto. Fu proprio nella città di Zaporižžja che principalmente i ruteni, insieme anche ad altre etnie, al tempo in chiave anti-polacca, si costituirono in quell’ unità politico-militare nota come cosacchi. Ed è in quel periodo che, a seguito della vittoriosa rivoluzione contro Varsavia guidata dell’etmano dei Cosacchi Bohdan Chmel'nyc'kyj - la cui statua campeggia oggi a Piazza Sofia nel centro di Kiev – i cosacchi ucraini decisero di avvicinarsi a Mosca con gli accordi di Perejeslav del 1654, istituzionalizzando per la prima volta i rapporti tra russi e ucraini, ed entrando nell’orbita russa sul piano politico e militare. Un avvicinamento da cui gli ucraini non sarebbero mai più totalmente usciti, e il cui tentativo di svincolarsi prosegue tutt’oggi».

E per Mosca?
«Per i russi invece, la conquista del Donbass dopo una prima fase del conflitto con risultati scarsi e gravi perdite di mezzi e soldati (si ricordi l’affondamento della nave da guerra Moskva e la morte sul campo di svariati generali), è una tappa fondamentale per le ambizioni russe nell’area: conviene ricordare difatti che la Russia si percepisce ancora come grande potenza, e difficilmente tornerà ai tavoli negoziali senza qualche solido vantaggio territoriale. Se per Mosca c’è in gioco il suo status imperiale e la sua futura posizione di potenza (quale tipo di potenza è difficile calcolarlo ora) nello scacchiere eurasiatico e globale, per l’Ucraina c’è in gioco la sua stessa esistenza statuale, la sopravvivenza della sua sovranità e della dimensione di nazione».

Quali sono le variabili e i rischi di possibili scenari futuri e dei negoziati?
«Se come secondo vari osservatori in un futuro scenario le province filorusse e indipendentiste sin dal 2014 di Donetsk e Lugansk, insieme alla Crimea, dovessero rimanere sotto il controllo russo o financo annesse alla Federazione, il destino dei territori conquistati dai russi in questi quattro mesi di guerra è più che mai incerto. Come l’occupazione russa impatterà sull’identità delle popolazioni ivi residenti? Come evolverà la vita nel russky mir (mondo russo)? Ci saranno moti o turbolenze, se si, di che tipo: resistenza civile, culturale, linguistica, o di guerriglia? Tutti punti di domanda e variabili che aleggiano sul futuro di un Paese dilaniato, nel cuore d’Europa».

Perché?
«Queste ultime considerazioni infatti, ci fanno capire quanto difficile sia la partita in corso e quanto complicata sarà la ricomposizione di una situazione geopolitica così compromessa sul piano politico-militare com’è lo scenario che vediamo oggi in Ucraina. A un certo punto quindi, in un qualche futuro, una volta che le armi avranno fatto il loro corso, sarà dunque la diplomazia internazionale – ed europea (!) - che dovrà farsi carico di un lavorio immane. Un lavoro che, mi auspico, rimetterà una volta per tutte al centro della proiezione estera e geopolitica dell’Unione Europea queste antiche, turbolente quanto fondamentali periferie orientali europee».

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