Afghanistan, la rotta degli abusi sulle donne

Con l'abito rosso, la presentatrice di un canale youtube HazaraJournal, chiuso dai taleban. Ventenne, spera che il governo italiano l'aiuti a lasciare il suo Paese.

Stupri, violenze e schiavitù sessuale, chi tenta di lasciare il Paese rischia di diventare una vittima dei trafficanti. E anche in Europa senza documenti e una rete di protezione, la libertà resta una chimera

L’ultima tappa di un viaggio costato mesi, abusi e indicibili violenze inizia su una piazzola per la sosta dei Tir nel distretto di Timiş, Romania. È notte, e i camionisti si fermano qualche ora per dormire. È allora che i trafficanti sbucano dall’ombra, sciolgono le corde che chiudono i teli dei rimorchi e creano un piccolo varco, quanto basta per far passare una persona. I migranti acquattati nel buio hanno pochi minuti per scivolare senza fare rumore sul cassone e nascondersi tra quello che trovano. Casse, tronchi, pallet, scatole. Destinazione Germania. Una volta arrivati, chi è sopravvissuto al freddo, alla sete, all’infinita stanchezza, può saltare giù dal camion durante un’altra sosta, necessariamente prima che il Tir venga scaricato. Da lì in poi, il compito del trafficante finisce.

Lo scorso ottobre la polizia federale tedesca (Bundespolizei) e la polizia romena (Poliția Română), sostenute da Europol ed Eurojust, hanno smantellato un gruppo criminale organizzato coinvolto nel traffico di migranti afgani. Sono state arrestate 21 persone (16 cittadini afgani, 1 iraniano e 4 romeni), sequestrate decine di migliaia di euro, 84 telefoni cellulari, ricetrasmittenti e fiale di morfina. Altri casi analoghi - se ne contano almeno 50 e solo in Germania (dati Europol) – raccontano un fenomeno in crescita e sempre meglio organizzato. Il traffico di persone.

Le montagne di Bamiyan viste da un villaggio di grotte

Gli afgani sono fra i primi gruppi di richiedenti asilo in Europa, insieme a siriani, iracheni e pachistani (secondo dati Eurostat, in Italia sono quarti, con 4.410 richieste, preceduti da pachistani al primo posto, bangladesi, e tunisini). Il viaggio include spesso tappe intermedie che si sviluppano dall’Iran alla Turchia e poi attraverso la Grecia, prima tappa della cosiddetta rotta balcanica. Alla fine del viaggio il totale da pagare ai trafficanti non sarà inferiore ai 10mila euro. Più si paga, più il viaggio è breve, ed è quindi un percorso spesso carico di aspettative e precluso ai più poveri. Basta pensare che il Pil pro capite afgano è tra i più bassi al mondo, con 516 dollari all’anno.

Il musicista Shafi con la sua famiglia, a Bamiyan, Afghanistan. Gli strumenti della sua scuola sono stati distrutti e, come molti. anche lui spera di lasciare il Paese. 

Fuga di massa
La presa di Kabul da parte dei taleban il 15 agosto 2021 e il collasso economico che ne è seguito ha spinto molti, soprattutto legati al precedente governo, a considerare la fuga con l’aiuto delle forze internazionali o dei trafficanti, ma la pronta chiusura delle frontiere da parte di tutti i Paesi confinanti, dall’Uzbekistan all’Iran, ne ha costretti altrettanti a rimandare i piani. Il rilassamento delle restrizioni dovute alla pandemia del Covid-19 ha invece segnato la ripresa dei viaggi degli afgani che da tempo sostavano in Turchia. Secondo i dati Frontex, il numero di migranti che hanno tentato di entrare irregolarmente nell'Unione europea a gennaio è aumentato del 78% rispetto allo stesso mese del 2021. La rotta attraverso i Balcani occidentali ha registrato l'incremento maggiore (148%) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. La maggior parte delle persone intercettate su questa rotta proveniva da Afghanistan, Siria e Turchia.

Aaila è stata la prima donna di Bamiyan a guidare un'auto. La sua è una storia di ribellione, a partire dal divorzio dal marito che era stata forzata a sposare da minorenne. Ma non ha intenzione di lasciare l'Afghanistan. 

Il prezzo più alto
Molti degli afgani con cui abbiamo parlato hanno trascorso anni nei Paesi intermedi, vite sospese nell’attesa: serve tempo per raccogliere le ingenti cifre richieste dai trafficanti ad ogni confine. Ed è affidandosi ai contrabbandieri di uomini che aumentano i rischi legati alla tratta di esseri umani, ovvero il lavoro forzato, gli abusi e lo sfruttamento sessuale. Prime vittime le donne, che rischiano di partire come “clienti” di un trafficante e finiscono per essere trasformate in schiave.

La situazione delle donne afgane è tornata sotto i riflettori dopo il frettoloso ritiro delle truppe americane nell'agosto dello scorso anno. Il ritorno dei taleban ha sollevato timori, presto confermati, che le piccole conquiste sociali degli ultimi 20 anni sarebbero svanite una dopo l’altra.

Hamid e Basir lavorano in un negozio di pneumatici. Entrambi hanno provato a lasciare il Paese. Hamid è rimasto diversi anni in Turchia e non lo rifarebbe. Basir è stato rimandato indietro dalla polizia iraniana. 

Le restrizioni sociali ed economiche a cui erano state sottoposte le donne da una società profondamente patriarcale e l'illusione di una vita migliore all'estero aveva spinto molte di loro a fuggire dal Paese anche prima che la situazione peggiorasse. Ma, sebbene scappino dalla violenza e dalla repressione sociale, la portata degli abusi subiti dalle donne quando tentano di raggiungere l'Europa è drammatica. Le donne senza documenti e senza denaro sono esposte alla tratta di trafficanti senza scrupoli. Le interviste alle vittime raccontano storie da incubo di donne segregate, picchiate, stuprate, sfruttate in misura difficile da immaginare. La storia delle afgane in fuga è anche una storia di discriminazione e l’evidenza della mancanza di un'assistenza adeguata alle vittime in Europa.

Donne in burqa accompagnano i figli all'ospedale di Emergency in Panjshir, dove è ancora in corso il conflitto fra talebani e la resistenza di Ahmad Massoud.

Hariana, in fuga da sola
Hariana oggi 29 anni e ha sempre saputo che il viaggio verso l’Europa non sarebbe stato facile. Due anni fa è fuggita in Iran dopo aver lasciato l’Afghanistan con la sua famiglia, e per lei scansare gli ostacoli e reagire è subito diventata un’abitudine. Dopo aver subito una violenza sessuale da parte del suo datore di lavoro a Teheran ha preso una decisione: partire da sola verso l’Europa.

“Ho pagato un trafficante e, una volta in Turchia, ho fatto amicizia con una famiglia. Contavo di arrivare in Grecia insieme a loro, ma hanno deciso di restare, quindi sono stata costretta a proseguire da sola”. A quel punto Hariana si è ritrovata ad essere l’unica donna in un pericoloso viaggio notturno, a piedi, in autobus e via mare. “Una volta sul bus mi sono guardata intorno e ho avuto paura. Il trafficante mi ha detto di scendere. Mi voleva per sé”.

La donna è scesa, ma è riuscita a scappare prima di subire violenza, per poi chiedere aiuto alla polizia del posto, ma senza successo. E’ stato solo l’intervento di un cugino residente in Turchia e trovato su Facebook a permetterle di lasciare la stazione di polizia e proseguire il viaggio. Per puro caso l’uomo passava davanti alla stazione per andare al lavoro ed è riuscito a convincere i poliziotti a lasciare andare Hariana. Oggi la giovane si trova ad Atene da “donna libera”, fatto che rimarca indossando un paio di leggings e i capelli al vento, senza velo.

A vostro rischio e pericolo
Già prima dell’avvento dei taleban, gli afgani sono diventati uno dei maggiori gruppi di rifugiati nel mondo, con più di due milioni e mezzo di rifugiati, secondo le stime dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Circa 120mila afgani sono arrivati in Europa a seguito dell’affrettato ritiro degli americani nel settembre del 2021 e circa la metà ha visto accettata la richiesta di asilo, con l’Italia al secondo posto dopo la Germania per numero di evacuati, secondo l’European Parliamentary Research Service.

Ma l’impatto di quarant’anni di conflitto in Afghanistan, inclusi gli ultimi vent’anni di presenza internazionale, ha determinato un flusso di richiedenti asilo costante, nonché un numero altissimo di sfollati interni o in Paesi limitrofi, come il Pakistan e l’Iran. Secondo l'UNHCR, 2,2 milioni di afghani vivono in Iran e in Pakistan con i documenti necessari, mentre il numero di rifugiati che non hanno documenti è stato stimato in più di 3 milioni.

Una donna della minoranza Hazara con il suo bambino a Bamiyan. La comunità non si sente sicura a causa delle passate repressioni. 

La rotta degli abusi
Attraverso mesi di interviste ad afgani in partenza e rifugiati in Turchia e in Europa, emerge la straordinaria pericolosità per le donne dei viaggi illegali organizzati dai trafficanti, visto l’altissimo rischio, in gran parte fuori dai radar, di diventare vittime di una qualche forma di traffico o schiavitù sessuale. Anche decine di testimonianze e trascrizioni di ong fanno emergere uno modello in cui le donne, e in particolare le afgane appartenenti a minoranze etniche, subiscono violenza, vengono private della libertà e dei documenti. Spesso i fatti non vengono denunciati alla polizia per problemi di natura culturale o linguistica. Ma anche per la difficoltà nel ricevere un’adeguata protezione.

I macellai afgani notano una contrazione dei consumi: si mangia più pane e meno proteine. 

La lunghezza dei viaggi per raggiungere l’Europa – viaggi che possono durare anni – rende prematuro capire l’impatto diretto dell’avvento dei taleban e delle conseguenti limitazioni alla libertà delle donne, ma per molte di coloro decidono di intraprendere il lungo viaggio dall’Afghanistan all’Europa, la fortuna si esaurisce molto prima di Hariana. Diventare vittime di tratta e abusi sessuali, soprattutto ad opera di trafficanti o compagni di viaggio, è il primo pericolo in cui le donne richiedenti asilo si imbattono. Il fenomeno è così diffuso e noto da aver generato vere e proprie tecniche di sopravvivenza fra le donne.

“Il 90% delle donne in viaggio subisce violenza”, afferma Aila, 31 annni, rifugiata afgana in Grecia ed ex operatrice locale di Medecines Sans Frontieres, ricordando uno degli episodi più drammatici di cui sia stata testimone. “Ricordo di aver viaggiato con una bambina di dieci anni e sua nonna. Durante il viaggio la nonna è morta e la bambina è stata data al trafficante - racconta Aila -. Se l’hanno stuprata? Certo. Per loro era una donna”.

“Quando la tua vita è nelle mani dei trafficanti – continua Aila – non sta a te decidere con chi stare, cosa fare, dive andare: è il trafficante che decide. Anche se sei con la tua famiglia e con gli uomini della tua famiglia, ti può minacciare con un’arma e se vuole separarti da loro lo farà”.

Donne travestite da uomo
In Afghanistan i matrimoni forzati di giovanissime ragazze non sono fatti occasionali, soprattutto nelle zone rurali, una consuetudine che espone a maggiori rischi di violenza sessuale anche le bambine. Nessuna è esclusa e il passaparola ha portato a sviluppare tecniche di ‘sopravvivenza’ per limitare i rischi, come quella di travestirsi da uomo.

Aaila ha indossato un giubbotto corto, i jeans e le scarpe da ginnastica che usavano altri ragazzi. “I capelli li tenevo nascosti sotto il berretto. E quando il trafficante mi ha dato la mano per salire sulla barca mi ha detto ‘hey ragazzo’ e io non ho risposto”. Non parlare mai ai trafficanti è il secondo ‘trucco’ dispensato da Aila.

Un gruppo di donne afgane ad Atene. Alcune sono arrivte con le loro famiglie con l'evacuazione di agosto, altre sono donne single arrivate via terra insieme ai trafficanti. 

Non si tratta di episodi di violenza ma di un modello rodato in cui viene sfruttata la vulnerabilità dei soggetti più deboli, che si tratti di giovanissime donne o madri. Una volta arrivate in Europa la mancanza di soldi, di documenti e di protezione, crea nuove occasioni di abusi sessuali, che possono diventare una forma di pagamento per attraversare i confini o andare in un altro stato dell’Unione Europea, e non raramente portano a veri e propri casi di schiavitù sessuale.

E’ il caso di Freshta, neanche trentenne. Ci sono voluti anni, passati fra l’Iran e la Turchia con un fratello malato, prima che riuscisse ad arrivare in un campo profughi in Grecia e infine ritrovarsi ad Atene, ospite da un’amica. Il tentativo di trovare un lavoro e una situazione più indipendente si è però presto trasformato in una prolungata serie di sevizie in cui la possibilità di chiedere aiuto concreto è stata radicalmente ridotta dal suo stato di illegalità e dalla mancanza dei documenti.

“Un giorno ero in un caffè con la mia amica e lei mi ha presentato quest’uomo. Sapevamo solo che era un trafficante, di nazionalità irachena.” Lui, a sua volta un profugo, sapeva bene quanto le donne come Freshta siano vulnerabili. “Ha iniziato a seguirmi, continuava a dire che sarei dovuta andare con lui”. A nulla sono valsi i continui dinieghi. In cambio sono arrivate le minacce di uccidere il fratello che si trovava ancora nel campo, a testimonianza del lungo raggio di azione sui cui fanno leva i trafficanti. Un giorno, nonostante i tentativi di proteggersi, nascondendosi per giorni a casa dell’amica, l’uomo è riuscito a portarla nel suo appartamento colpendola in testa, minacciandola con un coltello puntato allo stomaco e costringendola a salire sulla sua auto. E’ in quel momento che Freshta è diventata una schiava, non prima di aver subito un primo violento stupro in casa sua, con botte che l’hanno fatta svenire “perché soffro anche di asma”.

“Quando mi sono risvegliata lui non c’era. Ero piena di dolori e non sapevo cosa fare, ero sotto shock. Sono andata in bagno, mi sono lavata, vestita e ho pianto”.

Al suo ritorno, il trafficante le ha detto che sarebbe potuta uscire di giorno ma che oramai apparteneva a lui e se avesse raccontato a qualcuno l’accaduto l’avrebbe uccisa.

Freshta è riuscita di nuovo a nascondersi dalla sua amica, ma di nuovo l’uomo è riuscito a prenderla con la forza, picchiandola e rinchiudendola in casa per settimane, stuprandola ripetutamente. Freshta è rimasta incinta. “Mi diceva che non potevo fare nulla, perché lui era diventato cittadino greco e io non ero nulla, non avevo nemmeno i documenti”.

Ci sono volute molte settimane e l’aiuto di un’associazione a permetterle di denunciare l’accaduto e abortire. Ora è stata spostata dal governo greco in una struttura protetta in una località segreta.

Nonostante le restrizioni, le donne di Kabul cercano ancora momenti di normalità, coprendo collo e capelli con l'hijab obbligatorio. 

A rendere la testimonianza di Freshta un pugno allo stomaco ancora più pesante è il fatto che, come spiega l’operatrice di una ong di Atene, “ci sono molti casi di schiavismo sessuale come questo, che non vengono denunciati per paura di essere stigmatizzate e per la mancanza di documenti”. Gli autori delle violenze possono essere anche connazionali, in genere di diversa etnia, pachistani, e in misura minore di altre nazionalità.

La mancanza di risorse è accentuata anche da una nuova forma di “classismo” interno alla comunità di rifugiati e dal modo in cui le risorse vengono ripartite, come denunciano le donne afgane incontrate ad Atene. “Le rifugiate che sono arrivate in Europa attraverso il programma di evacuazione si considerano ‘diverse’ da chi è arrivato qui a piedi, con i trafficanti. E vengono trattate diversamente anche dalle autorità”, dice Aaila.

Mentre per gli uomini la mancanza di documenti, denaro e rete familiare porta più facilmente allo sfruttamento lavorativo, per le donne si traduce con facilità nello sfruttamento sessuale. Altre donne, vengono “passate di trafficante in trafficante,” dice Aaila, mentre l’associazione denuncia anche casi di prostituzione forzata appena fuori dai campi. A preoccupare Mirzay è soprattutto il breve tempo concesso alle donne nelle strutture protette, gli spazi a disposizione limitati e la generale debolezza della rete di supporto in proporzione alla gravità e diffusione del problema.

“Quando mi hanno chiesto se volevo denunciare l’uomo [che mi ha tenuta schiava] ho detto di sì, ma solo se prima avessi avuto un posto sicuro dove stare - dice Freshta- . Ero così disperata che me ne sono andata lasciando tutto quello che avevo”.

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I nomi delle donne vittime di violenza sono stati cambiati per proteggerne l’identità.

Il progetto è stato finanziato da Journalism.eu nell’ambito della promozione di inchieste giornalistiche indipendenti sullo sfruttamento delle vittime asiatiche della tratta di esseri umani e del lavoro forzato in Europa.

https://www.journalismfund.eu/

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LE STORIE

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Aila, la sposa bambina
Ci sono poi donne che da anni lottano per i loro diritti, anche se meno esposte all’influenza occidentale rispetto alle donne di Kabul. Una di loro è Aila, la prima donna a guidare un’auto nella città di Bamiyan. Aila è stata anche la prima donna ad aprire un negozio nella città, spianando la strada ad altre quaranta attività femminili. Ma gli aspetti più bui della sua storia, che riflette la chiusura della società afgana uscita da quarant’anni di guerra, arrivano dalla sua infanzia. Era diventata rifugiata in Iran con la sua famiglia durante la guerra con l’Unione Sovietica, per fare ritorno nel suo Paese nel peggiore dei modi, come sposa bambina. “A 13 anni, dopo una festa con l’abito bianco, mi è stato detto che non sarei potuta tornare a casa, ma sarei dovuta andare in Afghanistan con quell’uomo. Io non volevo”, racconta Aila, seduta sul tappeto di un ristorante di fianco alla sua figlia adolescente. “Non perdonerò mai i miei genitori per avermi fatto questo”. Da quell’uomo, adesso, sta cercando di divorziare. “Ha la stessa mentalità dei taleban,” dice. Non voleva che studiasse, ma lei, nonostante le botte, è diventata avvocata e ha trovato le risorse per andarsene. Non si è fermata nemmeno di fronte ai taleban. “Dopo che sono entrati in città, la prima cosa che ho fatto è stata salire su un’auto e guidare”. Spera che la vita delle sue figlie, la più grande ha 21 anni, sia migliore della sua. Ma intanto non ha nessuna intenzione di andarsene.

Adel, la maratoneta
Per la 17enne Adel, la vita è cambiata radicalmente dopo l’avvento dei taleban. Prima le sue giornate non erano diverse da quelle di molte sue coetanee nel mondo. La mattina si alzava e andava a scuola; il pomeriggio infilava un paio di leggings e una maglietta e correva per chilometri. A volte giocava anche a pallavolo e andava a pattinaggio, ma nulla la faceva sentire libera come allenarsi per una maratona. Prima dell’estate e dell’arrivo dei taleban andava regolarmente al parco e intorno alla città con le sue scarpe da ginnastica. “Ora non posso più farlo. Sto a casa e faccio tutte le faccende domestiche: mia madre dice che adesso questo è quello che devo fare. E mi viene spesso mal di schiena”. Nonostante la giovanissima età Adel vorrebbe chiedere asilo in Europa, come altre sue compagne di squadra e altre giovani sportive che sono riuscite ad arrivare a Kabul durante l’evacuazione da parte delle forze americane ed europee.

Hamid e Basir, il sogno della fuga
Hamid lavora in un negozio di penumatici nel centro di Bamiyan, città di 100mila abitanti a sette ore d’auto da Kabul, famosa per il sito archeologico dei Buddha, le due enormi statue scolpite nella roccia che nel 2001 sono state distrutte dai taleban.

Il giovane di etnia Hazara siede su uno sgabello mentre le auto continuano a passare sulla strada principale. Di pneumatici se ne vendono anche in tempi di crisi economica e disoccupazione alle stelle, spiega, circondato dai cerchioni. Di fianco a lui c’è Basir, 18 anni, suo compagno di lavoro. Con lui, oltre a questo impiego tra la polvere e le montagne che circondano la città, Hamid condivide anche un sogno, presto infranto: entrambi sono andati alla ricerca di un futuro migliore in Turchia. Hamid ci è arrivato, è vissuto lì per otto anni e alla fine è tornato. “Lo sconsiglierei, non ci tornerei più, ero uno schiavo,” dice.

Basir ha provato lo stesso percorso, finendo per essere arrestato sulla via per Teheran, ancora in Iran. “Sono stato in sbattuto in prigione per settimane. Mangiavamo una volta al giorno, ci picchiavano. Poi mi hanno liberato e sono tornato qui. Ero partito senza dirlo alla mia famiglia, ma non mi hanno rinfacciato nulla. Vorrei riprovarci”.

Sono passati pochi mesi dell’entrata dei taleban in città, armati fino ai denti in sella alle loro moto e sui pick-up. Ora, più delle armi, fa paura la crisi economica seguita al congelamento degli aiuti internazionali e l’aumento dei prezzi. Dalla carne alla verdura, la gente compra meno, accontentandosi spesso di pane e zucchero. “Ma almeno qui ho la famiglia,” dice Hamid, rinnegando di nuovo il suo tentativo di fuga dal Paese, senza tuttavia convincere il Basir che, prima o poi, tenterà ancora di fuggire.

Shafi, il Maestro
Qualche chilometro più in là, nella parte alta della città, vive Shafi con la sua famiglia, moglie e cinque figli. È un musicista e la sua scuola è stata distrutta dai taleban a poche ore dalla loro entrata a Bamiyan. “Sono entrati, hanno sfondato le porte e distrutto gli strumenti musicali: due dambura [il tipico liuto afgano a due corde, ndr], le percussioni. Poi hanno tirato giù i poster della band femminile che avevo messo insieme e hanno iniziato a chiedere dove fossimo io e le ragazze”.

Shafi è scappato verso Nord, a Mazar-i-Sharif, nel tentativo di oltrepassare il confine e raggiungere l’Uzbekistan. Ma le frontiere di tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan sono state chiuse e il trafficante che avrebbe dovuto aiutarlo a lasciare il Paese è sparito. Per proseguire non c’erano più soldi, ed è tornato a Bamiyan. Ora passa la maggior parte del tempo a casa, spesso nascondendosi. Guadagnarsi da vivere facendo il musicista non è più possibile.

Adila e Abdar, una vita senza musica
A Kabul è fuggita delle allieve di Shafi, Adila, che dice di non sapere cosa fare anche se le fosse permesso di andare all’università, perché poi non potrebbe comunque lavorare come artista.

Un recente editto ministeriale ha ufficializzato quella che era già diventata pratica comune anche a Kabul, la copertura delle donne in pubblico con l’hijab o, “idealmente”, con il burqa (che, a differenza dell’hijab, copre anche il volto e gli occhi con una rete, non solo il collo e i capelli). Allo stesso modo le ragazze non posso più accedere alle scuole superiori. La società afgana, già fortemente conservatrice prima dei taleban, sta privando le donne dei progressi ottenuti negli ultimi anni, facendo desiderare a molte – almeno nelle città maggiori – di lasciare il Paese. “Quando avrò i soldi per pagare un trafficante per la Turchia o per il visto in Pakistan cercherò di andarmene,” dice Adila.

Le fa eco la sua amica Abdar, che va ad un’università privata – quindi senza le limitazioni delle università pubbliche. “Non ha più senso studiare adesso, se non possiamo lavorare. Vogliamo andarcene dall’Afghanistan, anche se ci mancherà la nostra famiglia,” dice Abdar, che indossava l’hijab anche prima del ritorno dei taleban. “Per mia madre, che viene da un villaggio fuori da Kabul, queste nuove regole non sembrano essere un grande problema. A me sembra di non avere più un futuro”.

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