Kissinger, il sintomo di un mood realista che si fa strada a Washington

Tornare allo status quo ante 24 febbraio: Crimea ai russi, Donbas con aree filorusse. Potrebbe essere una via d’uscita per molti

Washington. Henry Kissinger intervenendo al World Economic Forum di Davos ha detto ad alta voce un’idea che in alcuni ambienti di Washington, esperti e diplomatici esprimono con cautela e a basse frequenze. La richiesta di chiudere la guerra in Ucraina con il ritorno allo status ante, ovvero nelle intenzioni dell’ex segretario di Stato di Nixon e Ford, con la Crimea formalmente sotto controllo russo e parte del Donbass informalmente controllata dai filorussi, è uno degli scenari che i policymaker americani studiano.

Risponde infatti a un quesito che ormai da qualche settimana preoccupa quasi più dell’ipotesi di un’escalation militare e di un allargamento del conflitto verso Ovest: ovvero come ne usciremo?

Fonti molto vicine ai vertici del Dipartimento di Stato nei giorni scorsi spiegavano che il timore a Washington è proprio quello di restare ingarbugliati in una situazione in cui fra continuo invio di armi, retorica trionfalista di Zelensky – ben foraggiata da alcuni ambienti statunitensi, Congresso in testa – e determinazione mostrata dai russi di non indietreggiare sul campo di battaglia, la via d’uscita non solo diventi difficile ma persino sempre meno visibile.

Henry Kissinger che del realismo è il massimo interprete e che ha studiato il credo del maestro della Realpolitik, Klemens von Metternich, teme che l’entusiasmo del momento – quello che lui chiama il “mood”, l’umore – possa in realtà arrecare più danni in prospettiva che buoni frutti. Perché occulta il finale. “Il test della politica è sapere come finiscono i conflitti, non come iniziano”, scrisse qualche anno fa.

Anzitutto se entro due mesi non ci saranno dei negoziati che portino Kiev a cedere dei territori e in cambio di un più stabile status quo, la guerra prenderà una direzione imprevedibile e ancora più difficile da risolvere. In secondo luogo, si andrebbe a saldare un’alleanza fra Cina e Russia ostile agli interessi statunitensi.

Kissinger e i realisti leggono le relazioni internazionali alla luce dell’equilibrio dei poteri fra i Paesi, della stabilità e dei meri rapporti di forza. La politica estera per Kissinger è capacità di dare un ordine di priorità alle cose. Non c’è spazio per l’eroismo, la leadership, l’idealismo. Ricordiamoci Metternich che nemmeno scorgeva negli italiani un popolo, e ne liquidava sprezzante le sue passioni alla vigilia dei moti rivoluzionari. Figuriamoci se vi vedeva uno Stato.

Kissinger vede nell’Ucraina – e lo scrisse in un saggio profetico nel 2014 in cui di fatto anticipava quanto sarebbe accaduto otto anni più tardi – una duplice identità, una sorta di strabismo che porta l’Ovest a guardare a Bruxelles, l’Est a indirizzarsi verso Mosca. E’ la stessa faglia su cui ricamava Samuel Huntington parlando di Ucraina come linea di demarcazione fra europei e slavi, cattolici e ortodossi.

Sono divisioni che la guerra ha nascosto sotto appunto l’eroismo della difesa della patria, ma che secondo Kissinger restano come elementi identitari. Per questo nel 2014 sostenne che l’Ucraina doveva essere un ponte fra le due parti – Ue e Russia – senza che nessuno la tirasse per la giacca: nella Ue ma non nella Nato, neutrale, in una sorta di quintessenza dell’equilibrismo per evitare che una fazione (interna) prevalesse sull’altra creando tensioni perpetue.

Il realista impone questa riflessione. Il New York Times pochi giorni fa in un editoriale aveva ipotizzato la cessione di territori come un doloroso ma necessario sacrificio. I pragmatici di Washington insomma questa opzione la accolgono, pur senza sbandierarla poiché il “mood” negli Usa al momento è segnato dai 20,5 miliardi di dollari in armamenti che il Congresso ha stanziato, dai piani del Pentagono di “indebolire” Putin e dalla linea politica radicale impressa da Blinken. Il tutto in un’architettura disegnata da Biden di un conflitto culturale epocale fra democrazie e autocrazie che non lascia spazio ad alcuna mediazione. A meno che non si rinunci a qualcosa di peculiare. In nome di un successo più duraturo e stabile. Ed è quello che dice Kissinger. E qualche leader europeo avrà di nascosto applaudito.

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