La farfalla norvegese: vola il prezzo del gas

Il mondo è in deficit di energia e basta uno sciopero a Oslo per mandare il sistema in tilt

Non è solo il disordine dell’uscita dalla pandemia, c’è di più, c’è la convinzione, spesso la fede, che si possa fare a meno delle fonti energetiche fossili in pochi anni e che non servano più gli investimenti in nuova capacità produttiva. Il risultato è che ora, con il cataclisma russo, manca capacità produttiva in tutta le filiere, di tutte le fonti, gas, petrolio, carbone, nucleare, idroelettrico e anche le amate, ma spesso irraggiungibili, nuove rinnovabili, il solare e il fotovoltaico. Ieri il Parlamento europeo ne ha dato dimostrazione approvando una tassonomia degli investimenti verdi che, dopo mesi di laceranti scontri, sembra aprire un po’ al gas e al nucleare, ma che, in realtà, gli impone tali condizioni rigide che sarebbe stato meglio non fare confusione ed escluderle del tutto. Servono urgentemente miliardi di investimenti in capacità tradizionale, pozzi petroliferi e del gas, miniere di carbone, centrali nucleari, addirittura raffinerie di petrolio, cose inimmaginabili per i nostri parlamentari che si trastullano a discutere se il recupero di calore da produzione elettrica di un impianto a gas faccia bene all’ambiente; ovvio che lo fa.

In assenza di capacità produttiva tutto diventa più tirato e basta un nulla per fare salire i prezzi. Nel gennaio del 2021, molto prima della crisi russa, il gas in Asia ebbe uno schizzo da 17 a 50 euro per MegaWattora (MWh), per un’ondata di freddo. Era incredibile, fu momentaneo, un anticipo della crisi che sarebbe partita qualche mese dopo, nell’agosto del 2021, quando la Russia cominciava a mandare meno gas in Europa. Poi è arrivato quello che sembrava impossibile, la guerra, e il venire meno del principale esportatore di gas al mondo, inevitabilmente, ha fatto schizzare i prezzi e ora basta niente per aggravare la spirale rialzista. In questi giorni c’è lo sciopero in Norvegia, il secondo esportatore di gas all’Europa con 112 miliardi metri cubi nel 2021, contro i 155 della Russia. Il classico «battito d'ali di una farfalla in grado di provocare un uragano dall'altra parte del mondo».

Prima, l’8 giugno, c’era stato l’incendio ad un terminale di liquefazione del gas negli Stati Uniti, l’area da dove partono i numerosi carchi di gas liquido per l’Europa. Poi, il 14 giugno, la Russia annuncia il taglio delle esportazioni via Nord Stream 1 del 60% per il problema alla turbina in manutenzione in Canada, che non può rientrare. Il primo luglio, arriva la notizia dell’azzeramento dei volumi dall’11 luglio per 10 giorni per manutenzione sulla stessa linea. Il risultato è che i prezzi sono raddoppiati, da 80 euro/MWh di un mese fa ai 166 euro di ieri. C’è da sperare che il mercato, nella sua forte finanziarizzazione, stia anticipando, con questi vertiginosi prezzi, le ipotesi peggiori, anche quella, un incubo, del totale taglio nei prossimi mesi dalla Russia. In questi giorni, in Italia, sulla spinta del gas, il prezzo dell’elettricità è a record storici oltre i 400 euro/MWh, il doppio, anche questi, di quelli di un anno fa.

Non è solo il gas, però, c’è anche la spinta che arriva dal mercato francese, dove i consueti ha problemi di manutenzione alle vecchie centrali nucleari si stanno complicando. I prezzi per il prossimo inverno vengono indicati oltre i 700 euro/MWh. Il nucleare fornisce un quarto di tutta l’elettricità che consuma l’Unione europea e, soprattutto, è lo zoccolo duro, il carico di base programmabile del sistema elettrico europeo. Abbiamo un’urgenza di costruire nuova capacità programmabile subito, perché le centrali nucleari francesi stanno collassando, quelle da cui l’Italia, più o meno direttamente, importa fra il 10 e il 15% dei suoi consumi di elettricità. L’illusione che basti bloccare gli investimenti in fonti tradizionali per fare la transizione energetica è tutt’altro che scalfita, per questo occorre che il mondo della finanza rinsavisca quanto prima.

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