Cingolani: “L’Italia è quasi fuori pericolo, avremo le scorte per l’inverno”

Roberto Cingolani è dal 13 febbraio 2021 ministro della Transizione ecologica. In precedenza è stato responsabile dell'innovazione tecnologica in Leonardo

Il ministro: «Guardia alta, ma con nuovi fornitori e stoccaggi stiamo meglio di altri Paesi. Dopo il 2030 non basteranno eolico e fotovoltaico, sì al nucleare di nuova generazione»

Come spesso gli capita, Roberto Cingolani è un fiume in piena. Ha finito da poco una riunione sull’automotive, ha incassato il plauso del ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti, non proprio un suo sponsor all’inizio dell’avventura al Ministero per la Transizione ecologica. Ed è ottimista: sul tetto al prezzo del gas «prima o poi a qualcosa del genere bisognerà arrivare, sono molto fiducioso nel lavoro che sta facendo Mario Draghi a Bruxelles». Quanto alla situazione italiana: «Siamo quasi fuori pericolo».

Cingolani spiega che «gli stoccaggi italiani sono al 55% e nel week end dovremmo ricevere altri 100 milioni di metri cubi di gas». La road map preparata al ministero mercoledì, nella riunione con i fornitori, prevede che entro fine anno gli stoccaggi arrivino al 90%. Ed è per raggiungere quest’obiettivo che il governo ha deciso di aiutare le società che comprano gas: «Bisogna considerare che l’anno scorso acquistavano a 20 centesimi al metro cubo, adesso a un euro. Ci siamo messi d’accordo, ma è un sistema di prestiti e crediti che verranno di certo restituiti perché poi quel gas sarà venduto». Si tratta di sostenerle adesso, per riempire le riserve. «Dall’anno prossimo potremo tirare il fiato perché ci arriveranno 18 miliardi di metri cubi dalle nuove forniture, quest’anno ce ne arrivano già 5-6. Andiamo meglio di qualsiasi altro Paese europeo, ma non bisogna dirsi tranquilli prima del tempo. Ci possono fare ancora male se chiudono all’improvviso».

Non siamo però nelle stesse condizioni di Austria e Germania, molto più dipendenti di noi dal flusso del gas russo. Con meno possibilità di diversificare. E sul carbone, «io ho fatto un’altra scelta - racconta – di far produrre al 100% le centrali che erano ancora attive, ma di non riaprire le altre. Si tratta di un regime transitorio che può durare al massimo fino all’inizio del 2024, quando saremo al 100% di gas sostituito. Il danno ecologico è piccolo e sarà compensato dalla crescita delle rinnovabili, che ci faranno risparmiare un paio di miliardi di metri cubi di gas».

Cingolani non sembra preoccupato del fatto che tra pace e condizionatori, gli italiani sembrano aver scelto i secondi: «C’è stato un picco di caldo insolito per questo periodo dell’anno, bisogna aspettare un mese per valutare quali siano davvero i consumi». Quello di cui va fiero, però, sono i numeri delle rinnovabili ora pubblicati sul sito del ministero: «Abbiamo 5,3 gigawatt di nuove rinnovabili nei primi sei mesi del 2022, altri 4 arriveranno nei prossimi due anni. Per capire la differenza, nel 2021 eravamo a 1,3 gigawatt. Nel 2020 a 1. Se come spero arriveremo alla fine dell’inverno con lo stoccaggio di gas pieno, scavalcheremo il periodo nero». È vero che di embargo del gas russo in Europa non si parla più. Per le difficoltà tedesche più che per le nostre. Ma il problema fondamentale è che «se anche la Russia diminuisce il flusso di gas all’Europa, continua a guadagnare praticamente le stesse cifre per via dei mercati speculativi che alzano il prezzo. E quello stesso mercato che noi seguiamo per il gas decide il prezzo dell’elettrico e delle rinnovabili, un meccanismo che va spezzato altrimenti è chiaro che il rublo non va giù». Per il caro bollette, il governo ha già sterilizzato i prezzi nonostante un incremento del gas e dell’elettricità. Ma l’unica soluzione strutturale sarebbe il price cap europeo che Draghi è andato a trattare a Bruxelles. Farlo nazionale non serve a nulla e sarebbe solo controproducente. A livello Ue, invece, sarebbe tutta un’altra storia: «Dovranno arrivarci in un modo o nell’altro, non credo ci sia alternativa».

Dopo di che, e qui Cingolani va avanti a dire quello che pensa da tempo nonostante le contestazioni che gli arrivano da più parti, «dobbiamo pensare a dopo il 2030, quando sarà necessario avere sorgenti diverse». Di che tipo? «Bisognerà fare carbon capture - spiega - e servirà il nucleare di nuova generazione. Sia per decarbonizzare che per produrre energia. Perché è difficile riuscire a fare tutto con eolico e fotovoltaico. Contro gli eventi avversi serve un menu energetico estremamente ampio».

Quanto alla siccità, è una situazione abbastanza preoccupante: «Sono importanti le piogge in Piemonte, dove nasce il Po. Vediamo che succede in questi giorni. C’è un tavolo di lavoro, ci saranno probabilmente dei ristori e dei razionamenti localizzati, ma non bisogna esagerare con l’allarme, non siamo sicuri che duri due mesi».

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