La paura dell’inflazione negli Stati Uniti affonda le Borse europee: persi 230 miliardi in una sola seduta

I mercati temono che una fiammata dei prezzi legati alla mancanza di materie prima possa convincere le Banche centrali ad accelerare la stretta monetaria. Aumento generalizzato per i tassi dei titoli di Stato

Il martedì nero della Borse europee costa ai mercati finanziari 230 miliardi di euro: in sostanza in una sola giornata di contrattazione, i listini europei hanno bruciato il 60% del valore del Ftse Mib di Piazza Affari. Londra ha perso il 2,47%, Francoforte il 1,82%, Parigi l'1,86% e Milano l’1,64%: un tonfo che fa male non tanto per l’intensità della caduta, quanto perché solo alla vigilia gli indici avevano recuperato i valori pre covid di febbraio 2020 quando la pandemia globale non era neppure un’ipotesi.

A spingere le vendite è la preoccupazione è che l’accelerazione dei prezzi delle materie prime – dovuto da un lato all’aumento improssivo della domanda e dall’altro alla loro scarsità – si scarichi sui consumatori finali convincendo così le Banche centrali ad anticipare la fine delle misure di sostegno all’economia.

A questo punto il dato sull’inflazione americana di aprile rischia di diventare uno spartiacque delle decisione di politica monetaria. Soprattutto se – come ipotizzano gli analisti – l’indice dei prezzi al consumo passerà dal +2,6% di marzo all’atteso +3,6% di aprile: sarebbe il maggior incremento dal 2006. 

La preoccupazione di una stretta monetaria che porti un rialzo dei tassi d’interesse si è tradotta in un calo dei prezzi generalizzato di titoli di Stato con un conseguente aumento dei rendimenti. Certo, la Fed sostiene che l’aumento dei prezzi sia solo temporaneo e nonostate la segretaria del Tesoro, Janet Yellen, non escluda più l’inizio del tapering (la riduzione progressiva degli stimoli, ndr); il numero uno della Fed, Jerome Powell ha tranquillizzato in mercati escludendo un imminento taglio agli stimoli finanziari. 

Tuttavia, il problema – a detta degli analisti – serio perché con le materie prime non sono saliti sono i prezzi dei prodotti energetici, ma anche quelli alimentari e dei semiconduttori. Anche perché le catena di approvvigionamento non riesce a tenere il ritmo della domanda con un’offerta che resta carente: una penuria che, con ogni probabilità, proseguirà fino all’anno prossimo.

A questo punto a guidare le scelte della banche centrali saranno i prezzi: se la fiammata attesa per aprile non dovesse rientrare entro l’estate, la stretta di avvicinerebbe. E per i mercati potrebbe iniziare una correzione molto più dura di quella vista lo scorso anno con il Covid. 

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