Il lento crepuscolo della Rete Unica

BRUXELLES. Il recente tonfo delle azioni TIM, causato da indiscrezioni di stampa secondo cui il piano Rete Unica non sarebbe più supportato dal governo, la dice lunga sul travaglio di cui soffre la super fusione tra TIM ed Open Fiber di cui si parla da più di un anno. L’operazione appare e scompare come un fiume carsico e, per quanto venga raccontata come un affare tra aziende private, l’ipersensibilità del titolo TIM ci racconta invece un’altra storia: senza un convinto coinvolgimento governativo l’operazione Rete Unica sembra non aver speranze. In parte perché, con l’uscita di ENEL, diventa decisivo il ruolo di Cassa Depositi e quindi del Tesoro; in parte perché, senza il robusto sostegno del governo, il dossier Rete Unica non ha chance di superare le obiezioni di Bruxelles. Troppo serio l’ostacolo antitrust e non meno complicato il tema dell’indebitamento di TIM, che le altre cancellerie europee vogliono tenere separato dai fondi del Recovery. Per cui, sostenere il dossier TIM a Bruxelles richiederebbe al governo lo stesso impegno profuso per Alitalia, e con aspettative ugualmente incerte. Questo è il motivo per cui delle semplici indiscrezioni di stampa (peraltro senza obiettivi riscontri ufficiali) su di una potenziale disaffezione governativa sono sufficienti a scatenare il panico (in Borsa, almeno).

La freddezza dell’attuale esecutivo non può essere stigmatizzata più di tanto, poiché il precedente governo, il Conte II, sembrava si più compiacente, ma in verità aveva una posizione ambigua: da un lato c’era la linea del MEF, che propugnava la fusione a guida TIM, dall’altro quella del MISE che escludeva la creazione di un monopolio verticalmente integrato e indicava come soluzione il controllo pubblico. Due punti di vista inconciliabili che non si sono scontrati solo perché la caduta del Conte II ha impedito che si arrivasse ad un redde rationem. Nel frattempo, questa ambiguità di fondo ha permesso al dossier TIM/Open Fiber di andare avanti nella beata speranza che, prima o poi, il governo, o meglio un qualsiasi governo, si sarebbe trovato di fronte ad un fatto compiuto, cioè al progetto portato avanti da TIM da ratificare per forza. Questa convinzione è stata alimentata anche dal fatto che in Parlamento esisteva, e tuttora perdura, un supporto molto forte e bipartisan per la Rete Unica: ma si tratta di un supporto ideologico e di bandiera, e non meno ambiguo di quello del governo Conte II, perché i partiti non hanno condotto analisi approfondite sulle ragioni e le modalità della Rete Unica.

Il nuovo governo guidato da Draghi si è sicuramente mostrato poco convinto dell’operazione TIM/Open Fiber ma, considerato anche il tifo in Parlamento, si è ben guardato dall’affossarla, adducendo che si tratterebbe di una questione tra aziende private. Oibò: è curioso derubricare ad affare tra privati un’operazione che ricrea un monopolio della connettività in un grande mercato europeo: in Francia o Germania basterebbe molto meno per farne un affare di Stato. Ma tant’è. Il risultato è che nessun ministro del nuovo esecutivo ha preso chiaramente posizione sulla Rete Unica, è semmai subentrato un atteggiamento di prudenza, perché ogniqualvolta che un membro dell’esecutivo manifesta dei dubbi sull’operazione, il titolo TIM sprofonda, e quindi nessuno vuole correre il rischio di passare alla storia come il ministro che ha affossato TIM e con essa la leggenda della Rete Unica.

Al governo Draghi è fortunatamente venuto in soccorso il Recovery Fund, i cui i progetti ed i relativi finanziamenti dovevano essere pianificati entro la fine di aprile (con poche ulteriori settimane per l’autorizzazione da Bruxelles). Si è quindi creato un totale disallineamento tra i tempi del Recovery (ora) e quelli della Rete Unica (per la quale occorrerebbero almeno 2 anni tra accordi societari ed autorizzazioni antitrust). Per di più, la Commissione Europea non avrebbe certo tollerato che i fondi del Recovery andassero ad un’azienda privata monopolista ed è verosimile che Bruxelles abbia discretamente fatto sapere a Roma che per la connettività occorrevano delle gare competitive (sul modello di quelle vinte da Open Fiber nelle aree bianche). Il governo italiano si appresta quindi a predisporre tale ricetta competitiva per le zone del Paese (le c.d. aree grigie) dove occorre investire in reti ad altissima velocità. Di qui il plurale «reti», invece del singolare «rete» (cioè la Rete Unica come unica beneficiaria dei fondi pubblici) su cui la stampa ha speculato tanto. Per le modalità delle gare ovviamente ci sarà da discutere, ma scommetterei su di un irrigidimento di Bruxelles verso alcune ipotesi fantasiose già circolate: ad esempio quella della consorzio tra tutti gli operatori, in quanto contemplato come illecito nei manuali antitrust; e quella del co-investimento, poiché tale istituto presuppone un trattamento differenziato tra operatori, cioè tra che co-investe e chi no, mentre con l’uso di fondi pubblici l’accesso all’infrastruttura finanziata deve essere concesso in modo indiscriminato a tutti, senza differenziazioni. Peraltro, se vi è la disponibilità di una pluralità di operatori a co-investire, viene meno la ragione stessa per il finanziamento pubblico.

La Rete Unica non è morta ma, parafrasando un vecchio detto, non si sente molto bene. Certo, in futuro niente impedisce che le parti private diano nuova linfa al progetto e che un governo, l’attuale o il prossimo, si mostri più entusiasta. Ma bisogna considerare il fattore tempo: più si va avanti e più gli operatori investono in reti ad altissima velocità: Open Fiber, la stessa TIM, e vari operatori locali sia fissi che wireless. Tutta la filosofia della Rete Unica secondo cui non bisognerebbe duplicare gli investimenti è ormai contraddetta dagli eventi e dalle forze di mercato. Due terzi del Paese sono già coperti in fatto o sulla base di impegni assunti dagli operatori: si tratta delle aree nere, cioè metropolitane, dove Open Fiber, TIM e gli altri competono in condizioni di mercato, e delle aree bianche, cioè rurali, dove Open Fiber deve continuare a stendere le nuove reti con i fondi già allocati del Piano Ultrabrodband. Restano le aree grigie, alcune delle quali sono però destinate a diventare «nere» perché gli operatori entro giugno possono dichiarare di volerci investire in fibra ottica. Per tutto il resto ci sono i fondi del Recovery. In altre parole, entro il 2026, come prefigurato dal Ministro Colao, il Paese potrebbe raggiungere gli obiettivi di connettività, grazie all’operato in concorrenza di Open Fiber, di TIM e dei più piccoli. A quel punto, a che servirà la Rete Unica? Un’infrastruttura unica nazionale serve quando bisogna partire con gli investimenti da zero, non quando siamo in dirittura d’arrivo. Ma tutto questo in Italia non si può dire, perché appena qualche personaggio titolato prova dire che la Rete Unica non ha più senso, il titolo TIM fa il tonfo. E quindi avanti così con questo lento crepuscolo, facendo finta che l’operazione si farà un giorno, oppure contando che sia dimenticata senza fare troppo rumore.

@InnoGenna

* Giurista specializzato in politiche e regolamentazioni europee per il digitale, la concorrenza e le liberalizzazioni

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