L’allarme dei parchi divertimento: “Sei settimane per riaprire, a rischio 100mila posti di lavoro”

Giuseppe Ira presidente dell’Associazione Parchi Permanenti Italiani chiede al governo chiarezza: “Ci metta in condizione di lavorare o ci dia i ristori che non abbiamo mai avuto”

I parchi divertimento italiani solo sull’orlo del collasso. E dopo aver perso l’80% dei 400 milioni di euro di ricavi del 2019, rischiano di vedere andare in fumo un’altra stagione intera. Un colpo che difficilmente il settore riuscirebbe ad assorbire e che avrebbe conseguenze devastanti: a cominciare dal mondo del lavoro.

Il comparto impiega direttamente 25mila persone che arrivano a oltre 100mila con l’indotto. “Per la maggior parte sono giovani, donne e lavoratori più anziani usciti per un motivo o per l’altro dal mercato. Persone che più di altre faticano a trovare un impiego e devono essere tutelate” dice Giuseppe Ira, numero uno di Leolandia, il parco giochi più amato in Italia secondo Tripadvisor, e presidente dell’Associazione Parchi Permanenti Italiani (Ppi), che raggruppa più di 230 parchi divertimento di carattere tematico, acquatico e faunistico.

“Per mettere in moto la macchina dei parchi divertimento e aprire i battenti servono in media sei settimane di lavoro, per quelli acquatici anche qualche giorno in più per riempire le piscine. Bisogna curare il verde, gli animali, pitturare e controllare le giostre che senza una manutenzione annuale diventano inservibili. Solo Leolandia ha costi fissi per 3 milioni di euro l’anno: il nostro lavoro – spiega l’imprenditore – non si è mai fermato”.

Eppure la categoria è rimasta ai margini degli aiuti e dei sostegni. “Noi non stiamo soffrendo per un cambiamento del mercato, ma perché siamo stati costretti a chiudere dall’emergenza sanitaira – incalza Ira –. Chiediamo al governo regole certe per la riapertura, così come i ristoranti o i bar. Peraltro gli ultimi studi mostrano come i contagi all’aperto sia bassissimi. E lo scorso anno nei pochi giorni di apertura non abbiamo avuto alcun focolaio”.

I rapporti tra l’associazione e il governo sono ai minimi. Con il ministro della Cultura, Dario Franceschini, sono addirittura inesistenti: “Come categoria, alle ultime elezioni abbiamo appoggiato il Pd. Non succederà più. Anche per colpa del ministro”.

I parchi a tema sono inseriti nella categoria “Circhi e Spettacoli Viaggianti” e fanno capo ai Beni Culturali, ma non hanno avuto accesso ad alcun ristoro perché apparentemente i tecnici del ministero non riuscivano a inquadrarli in alcun settore. Motivo per cui Ira è in pressing per passare sotto l’egida del ministero del Turismo: “Con 20 milioni di visitatori italiani nel 2019, 1,5 milioni di ospiti stranieri e 1,1 milioni di pernottamenti in hotel, l’industria dei parchi divertimento gioca un ruolo essenziale nell’offerta turistica del Paese, ma questo ancora non viene riconosciuto. Eppure – incalza Ira – sarebbe bastati 20 milioni di euro o l’accesso ai finanziamenti agevolati garantiti a settori. Invece, non abbiamo avuto neppure l’esenzione Imu”.

I parchi lamentano in particolare di non aver avuto nemmeno accesso alle garanzie Sace “perché il dl liquidità è stato scritto male senza tenere in considerazione le caratteristiche di aziende come i parchi permanenti, che hanno avuto ingenti perdite, ma al contempo hanno anche ingenti ricavi, ottimi e sono altamente capitalizzate. Come Leolandia che ha un capitale sociale di 95 milioni di euro. Eppure senza la garanzia di Sace per ottenere il finaziamento richiesto abbiamo dovuto accettare un tasso dell’8% anziché del 3%”. Con il risultato che il settore si trova tagliato fuori dal mondo della finanza, “eppure – prosegue l’imprenditore – siamo un settore che un enorme bisogno di capitale. Basti pensare che l’ammortamento di una giostra arriva a 40 anni”.

In uno scenario del genere i parchi diventano le prede perfette per i grandi fondi d’investimento che sfruttando le difficoltà degli imprenditori possono rilevare le strutture semplicemente accollandosi i debiti. E infatti alcune realtà sono già passate in mano a fondi di investimento stranieri, come il bioparco Zoom Torino, “salvato” da Magnetar Capital.

“Chiediamo le stesse regole di bar e ristoranti – chiosa Ira – se non possiamo aprire ci garantiscano ristori adeguati. Altrimenti ci mettano nelle condizioni di lavorare. Noi non possiamo semplicemente alzare la saracinesca e dalla programmazione dei prossimi giorni dipende il futuro di oltre 100mila famiglie. I grandi Paesi europei hanno capito l’importanza dell’industria, l’Italia no. E fino quando non passeremo sotto il ministero del Turismo la situazione non cambierà mai”.

Patate novelle croccanti con asparagi saltati, uova barzotte e dressing allo yogurt e senape

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi