Stato-mafia, depositate le motivazioni delle assoluzioni in appello: la trattativa c’è stata ma solo per fermare le stragi

I giudici: «Mori contattò Ciancimino per sondare la disponibilità al dialogo». E su Dell’Utri: «Non c’è prova che abbia comunicato le minacce del boss a Berlusconi»

«Scartata in partenza l'ipotesi di una collusione dei carabinieri con ambienti della criminalità mafiosa; e confutata l'ipotesi che essi abbiano agito per preservare l'incolumità di questo o quell'esponente politico, deve ribadirsi che, nel prodigarsi per aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra che creasse le premesse per avviare un possibile dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi, e nel sollecitare tale dialogo, furono mossi, piuttosto, da toni solidaristici (la salvaguardia dell'incolumità della collettività nazionale) e di tutela di un interesse generale - e fondamentale - dello Stato». Lo scrive la Corte d'assise d'appello di Palermo presieduta da Angelo Pellino (giudice estensore Vittorio Anania) nelle poco meno di 3mila pagine di motivazioni della sentenza del 23 settembre 2021 che ha ribaltato il verdetto di primo grado e in cui vennero assolti dall'accusa di minaccia a corpo politico dello Stato gli ex ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno e l'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri, ribaltando le condanne in primo grado.

La corte ha confermato le condanne per i capi Leoluca Bagarella e Antonino Cinà. I giudici d'Appello confermano dunque l'esistenza di una trattativa definita "improvvida iniziativa". «Vito Ciancimino fu contattato, prima da De Donno poi anche da Mori personalmente, sì, certamente per acquisire da lui notizie di interesse investigativo, ma, nel contempo, anche con il dichiarato intendimento di tentare di instaurare, attraverso lo stesso Ciancimino, un dialogo con i vertici mafiosi finalizzato a superare la contrapposizione frontale con lo Stato che i detti vertici mafiosi avevano deciso dopo l'esito del maxi processo e che era culminata già, in quel momento, con la gravissima strage di Capaci».

«Non c’è prova che Dell’Utri abbia comunicato le minacce del boss a Berlusconi»

«Non si ha prova, in altri termini» che l'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri «nonostante le sue ramificate implicazioni nell'antefatto», «abbia portato a termine quel progetto ricattatorio/minaccioso di cui pure egli aveva piena conoscenza per volere degli esponenti di Cosa Nostra ed a seguito delle sue reiterate interlocuzioni, intercorse fino a dicembre del 1994, in particolare con Vittorio Mangano». E' quanto scrivono i giudici della Corte di assise di appello. In primo grado Dell'Utri era stato condannato a dodici anni, in appello i giudici lo hanno assolto dall'accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. «'Muovendo dalla posizione di Marcello Dell'Utri - scrivono i giudici - si è avuto modo di osservare che difetta la prova certa che lo stesso abbia fatto da tramite per comunicare la rinnovata minaccia mafiosa/stragista sino a Berlusconi quando questi era Presidente del Consiglio dei Ministri così percorrendo quello che, per opera di semplificazione, può essere individuato prosegue la Corte di assise di appello - come "l'ultimo miglio" percorso il quale il reato sarebbe stato portato a consumazione…».

'«Al di là del pieno coinvolgimento di Dell'Utri nell'accordo preelettorale (o nella promessa elettorale come pure definita), sul quale sono state raccolte plurime e convergenti elementi di conferma perfino rafforzati in questo giudizio di appello… non si ha prova che a questa fase, qualificabile come un antefatto o antecedente non punibile, abbia fatto seguito la fase ulteriore della comunicazione della minaccia a Berlusconi in qualità di parte offesa e di Presidente del Consiglio per ottenere l'adempimento, appunto sotto la minaccia mafiosa, degli impegni assunti dallo stesso Dell'Utri nella precedente campagna elettorale». «Non risulta provato che oltre alla interlocuzione Mangano (Vittorio, l'ex stalliere di Arcore ndr) Dell'Utri vi sia stata una interlocuzione di Dell'Utri con Silvio Berlusconi su questa tematica, tanto meno dopo l'insediamento del Governo Berlusconi, dovendo al riguardo ribadire, come fatto nei paragrafi che precedono ( ed ai quali continua a farsi rinvio), la differenza tra un accordo politico-mafioso tout court (per quanto in sé illecito e moralmente disdicevole) e la veicolazione della minaccia al Governo della Repubblica, soltanto questa capace di integrare la fattispecie delittuosa di cui all'art. 338 c.p. sotto il terribile ricatto della ripresa (o della prosecuzione) della stagione stragista che aveva insanguinato gli anni 1992 e 1993».

Video del giorno

Artigianato Vivo a Cison di Valmarino con 160 espositori, il video della fiera

Focaccia con filetti di tonno, cipolla rossa e olive

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi