Stato-mafia, depositate le motivazioni delle assoluzioni in appello: “Mori contattò Ciancimino per sondare la disponibilità al dialogo”

«E' pacifico, perché comprovato dalle convergenti allegazioni dei diretti protagonisti della vicenda, che Vito Ciancimino», l'ex sindaco mafioso di Palermo «intese la proposta inizialmente rivoltagli da Mori e De Donno esattamente nei termini in cui tale proposta era stata formulata, e quindi, così come riassunta, con parole diverse, ma semanticamente equipollenti, dai due ex) ufficiali prefetti. E dunque la proposta fu di tentare di stabilire un contatti con i vertici, o comunque con esponenti autorevoli di Cosa nostra per sondarne la disponibilità ad un dialogo finalizzato a trovare un punto di intesa, cioè un accordo, per porre fine alle stragi». A scriverlo sono i giudici della Corte d'assise d'appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia.

«In sostanza - dicono i giudici - la sollecitazione rivolta a Ciancimino di sondare la possibilità di allacciare un dialogo con 'quella gente' voleva essere, nelle intenzioni degli ufficiali del Ros, solo un escamotage per guadagnarsi la sua fiducia e per prendere tempo, portandolo gradatamente dalla loro parte, poiché non si poteva a muso duro intimargli di collaborare se voleva alleviare la sua posizione processuale».

Poco meno di 3000 pagine per scrivere le motivazioni della sentenza di appello del processo di appello della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia con cui la Corte di assise di appello di Palermo, il 23 settembre scorso, ha ribaltato il verdetto di primo grado. Le motivazioni sono state depositate in cancelleria ieri nel tardo pomeriggio.

Il giudice estensore, Vittorio Anania (a latere nel processo) e il presidente della corte di assise d'appello, Angelo Pellino, hanno avuto la necessità di prendersi tutto il tempo necessario per "motivare" la sentenza con cui - attraverso la formula «perché il fatto non costituisce reato» - hanno assolto l'ex senatore Marcello Dell'Utri, l'ex capo del Ros, il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e l'ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno.

Con la stessa sentenza, la Corte di assise di appello aveva ridotto la pena a 27 anni per il boss corleonese Leoluca Bagarella e confermato quella per il medico - boss Antonino Cinà. In primo grado - nel maggio 2018 - erano stati condannati a 28 anni di carcere il boss Leoluca Bagarella, a 12 anni Dell'Utri, Mori, Subranni e Cinà e a 8 anni per De Donno.

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