Giovanni Maria Flick: “Le provocazioni non dettano legge. Fine vita, si muova il Parlamento”

IMAGOECONOMICA

Il presidente emerito della Corte Costituzionale: «Aspetto tempi migliori dalla politica I gesti alla Cappato hanno il coraggio della testimonianza ma non possono diventare prassi»

Due fatti, particolarmente drammatici hanno rilanciato in questo periodo il dibattito sul fine vita: la decisione di Elena, malata terminale di tumore, di andare a morire in Svizzera con il suicidio assistito e la battaglia dei genitori del piccolo Archie, 12 anni, in coma irreversibile, che non vogliono, come hanno ordinato i giudici inglesi, che venga staccata la spina al loro bambino. Nel mezzo il nulla, o quasi, della nostra legislazione. E un personaggio come il radicale Cappato che del tema del diritto alla morte ha fatto una battaglia di vita. Ne parliamo con il professor Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale.

Professore, la prima è quasi una domanda di tipo filosofico: che diritto ha l’uomo di disporre della propria vita?
«Il diritto alla vita è fondamento di tutti gli altri: per chi crede che la vita ci sia stata donata, la stessa non è disponibile. Per chi non ci crede, è un diritto di cui può disporre nel contesto della socialità della persona proposto dalla Costituzione»

Maria Antonietta Farina, presidente del gruppo Coscioni, sulla Stampa ha posto il problema con la declinazione del dramma di Antigone: quando le leggi umani possono sopravanzare certi principi?
«Mai. Le leggi umane non possono “sopravanzare” i principi; devono tradurli, tutelarli e attuarli nella concretezza delle regole»

Come ci può aiutare la Costituzione?
«Proponendo nell’articolo 2 la sinergia tra diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà; e nell’articolo 3 non solo l’eguaglianza davanti alla legge, ma soprattutto la pari dignità sociale (nel vivere e nel morire)».

È la religione che ci condiziona?
«Per un credente vi è il limite (non il condizionamento) dei precetti della sua fede, per il laico no. Per entrambi vi è un eguale diritto a non soffrire e a congedarsi con dignità, cui lo Stato deve far fronte con ogni mezzo. In una società laica e pluralista come quella delineata dalla Costituzione, entrambi devono poter coesistere nel rispetto della pari dignità e nel comune diritto a non soffrire».

Lucetta Scaraffia ha posto la questione dell’aiuto al suicidio e della vera e propria eutanasia. Qual è la differenza?
«La necessità dell’aiuto al suicidio, per chi non è in grado di compierlo da solo, e i limiti di quell’aiuto, mi sembrano in concreto i criteri distintivi tra esso e l’eutanasia. Quest’ultima è una scelta personale cui Stato e società rimangono estranei. Come osserva la Scaraffia, sono casi diversi e richiedono risposte diverse nonostante il comune problema della sofferenza»

Zagrebelsky scrive che la Corte Costituzionale si è fermata a metà, mettendo dei paletti e cancellando la pena per chi aiuta al suicidio.Cosa manca adesso?
«Manca la legge che la Corte ha richiesto e che il Parlamento non ha completato come Zagrebelsky ha chiaramente detto: la Corte, con una scelta per molti aspetti “audace”, ha ritenuto non punibile l’aiuto al suicidio solo quando chi lo chiede sia in grado di sopravvivere grazie al sostegno sanitario vitale; non ha preso in considerazione altre ipotesi meritevoli di esame».

Quando invece il problema non è la sopravvivenza ma la paura di un calvario, come nel caso di Elena, cosa è giusto fare?
«Solo la persona può decidere. L’intervento del “terzo” modifica la situazione, ma se ne parla troppo poco. Il terzo può agire per solidarietà, ma anche per profitto o per altri interessi; il solo consenso “valido” può non essere sufficiente, per quanto ampliato nella sua portata».

L’agire di Cappato si inserisce nell’alveo della provocazione per scuotere le coscienze o travalica la legge?

«La provocazione può avere il coraggio della testimonianza ma non può diventare una prassi usuale della democrazia. Finisce per delegittimare un Parlamento già delegittimato ampiamente, anche per sua colpa. Apre la via alla molteplicità delle interpretazioni dei singoli giudici e alle varianti burocratiche degli operatori; ai tecnicismi (già si è aperta la discussione su chi sia il giudice competente)».

I casi di cui abbiamo parlato interrogano soprattutto la politica: è un tema che andrebbe discusso in campagna elettorale?
«Per come sembra svolgersi oggi una campagna elettorale in realtà permanente, nella quale si parla poco di contenuti e programmi e molto di persone e accordi, mi sembra purtroppo fuori luogo un tema della serietà del fine vita. Aspetto e spero in tempi migliori in cui discutere con serenità e rispetto reciproco sugli stimoli proposti in questi giorni dal suo giornale».

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