Migranti, nuova strage: un morto e oltre 20 dispersi nel Mediterraneo centrale

I soccorsi della Geo Barents di Medici Senza Frontiere

La Geo Barents di Medici Senza Frontiere ha di nuovo affrontato il peggio. E il peggio nel Mediterraneo significa una cosa sola: morti. Vengono chiamati «dispersi» ma dispersi non sono, perché non esiste la possibilità di ritrovarli. Sono morti e basta. Sembra che siano fra i venti e i trenta, i dispersi (in queste ore i sopravvissuti stanno ancora cercando di capire quanti di loro mancano all’appello) ma un solo cadavere è stato avvistato dal ponte, galleggiava a faccia in giù, poi è affondato. Gli altri sono spariti. Una ragazza si è spenta a bordo, hanno tentato una rianimazione cardiopolmonare per quaranta minuti, però non ce l’ha fatta. Era rimasta per molto tempo con la testa in acqua, incastrata sotto a un tubolare, troppo debole per sollevare il collo. Ora è in una cella frigorifera. Era incinta.

È stata rianimata invece una bambina di quattro mesi, evacuata all’una di notte da un elicottero maltese insieme alla sua mamma. I racconti dalla nave di Fulvia Conte, coordinatrice del team dei soccorritori, e di Riccardo Gatti, Sar team leader, sono agghiaccianti. Il soccorso del 27 giugno è durato dalle cinque di pomeriggio alle nove di sera.

Il fondo del gommone era crollato e la gente stava aggrappata ai resti dello scafo, ci stavano sdraiati sopra a pancia in giù come su una tavola da surf, con il mare che li ricopriva, esausti, la faccia bagnata dall’acqua. Ma la corrente portava quelle assi lontano, quindi i soccorritori correvano disperatamente da un gruppo all’altro, lanciando salvagenti a ferro di cavallo.

In casi del genere, la prima cosa da fare è assicurarsi che tutti possano galleggiare, nient’altro. Tirarli fuori dall’acqua e caricarli sul rhib richiede troppo tempo, in quei pochi secondi qualcun altro a pochi metri da lì può annegare. Mentre lanciavano salvagenti, i soccorritori si sono accorti che su una tavola galleggiava una neonata, piccolissima, la sua testa stava nel palmo di una mano. Aveva una maglietta gialla. L’hanno presa a bordo subito e hanno cominciato a rianimarla già sul gommone, era svenuta. Poi sono partiti a tutta velocità per consegnarla immediatamente alla nave. Mentre la sollevavano, la bambina ha perso i pantaloncini. Ma non è andata persa lei.

Altre madri invece hanno visto annegare i figli. Calcolando che l’età media delle donne che affrontano la traversata è di vent’anni, quei figli erano molto piccoli. A un certo punto hanno tirato su una donna con una maglietta a fiori. Appena è entrata nel rhib, si è alzata in piedi e si è messa a piangere. «Mon petit est mort», diceva in francese. Non urlava, non singhiozzava, era un pianto sommesso, sconsolato, incredulo. Piangeva sottovoce.

Sembra che siano sette i bambini annegati. Altri, di tre o quattro anni, sono rimasti aggrappati ai tubolari sgonfi. Dato che lo scafo era sprofondato, avevano l’acqua fino al mento. Ma sono riusciti a resistere così per più di due ore. Messi in salvo in fretta, stavano in un angolo del rhib in braccio a un soccorritore, senza aprire bocca. Seduti, composti, tramortiti.

Quando la Geo Barents ha ricevuto l’allarme da Alarm Phone, era distante 26 miglia dal luogo del naufragio e ci ha messo due ore per raggiungere la posizione (circa 50 miglia a nord di Zawiya). Lì vicino c’era solo una petroliera, che è stata avvisata ma non ha trovato nulla. Sono lunghe due ore in mare per delle persone che intorno hanno solo il relitto di un gommone collassato. Sono lunghissime. Qualcuno, in quelle due ore, ha perso la presa o la forza. Qualcuno è scivolato nel buco. Ma settantuno persone hanno tenuto duro, sperando fino all’ultimo in un salvataggio. Erano così stremati, che i soccorritori dovevano dire a tutti: «Fate un ultimo sforzo, per favore». Non gridavano neanche, tanto erano stanchi.

Una ragazza era così sfinita che non riusciva neanche a alzarsi per fare posto agli altri dentro al rhib, lo occupava tutto da sola, sdraiata sulla schiena. Molti non erano in grado di darsi la spinta per salire a bordo, bisognava sollevarli a peso morto. Un corpo che non si riesce più a muovere è molto pesante. Quindi li vedevi con il busto fuori dall’acqua e le gambe ancora dentro, a metà fra la vita e la morte, i soccorritori che li prendevano per le braccia con tutta la forza che avevano, facendo leva sulla schiena come per tirare una cima.

La corrente era forte e c’era mezzo metro di onda, non il solito mare piatto d’estate, quindi la gente veniva portata via dall’acqua, erano ovunque. C’erano quelli che vagavano aggrappati alle assi, a trecento metri da loro una folla di sommersi fra i due tubolari, ustionati dalla benzina rovesciata, e ancora più lontano, dall’altro lato della nave, piccoli gruppi di persone che annaspavano, senza appigli. A un certo punto Fulvia ha visto una donna che galleggiava sul dorso, con le gambe aperte e le braccia incrociate sul petto. La sosteneva un salvagente che non proveniva dalla nave e aveva gli occhi chiusi. Fulvia pensava che fosse morta, ma si è svegliata di colpo. «È ancora viva», ha gridato al ponte via radio. Era così debole che, dopo averla sollevata in tre, è ricaduta sui soccorritori, che sono rimasti sotto di lei. Tanti altri, portati lontano dalla corrente, sono stati cercati per ore, dopo il rescue. Ma lì intorno si trovavano solo oggetti. Una borsa di plastica, un salvagente di Msf, una bottiglia d’acqua. Loro no, non c’erano più. Dispersi. Si dice così.

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