Cauda (Gemelli): “Il Covid può essere sconfitto solo vaccinando tutto il mondo”. Varianti quasi solo da paesi extra Ue

Iss: «Tasso di mortalità dei non vaccinati 7 volte più alto». Allarme della Società italiana di malattie infettive e tropicali. «Il virus muta di più dove è bassa la percentuale di popolazione immunizzata». Salgono le reinfezioni

ROMA. L’allarme arriva dalla Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit): «L’ottanta per cento delle varianti proviene dal paesi non Ue. E’ necessario vaccinare tutto il mondo». Intanto salgono le reinfezioni. Sono segnalati dall’Istituto superiore di sanità 438.726 casi di reinfezione da Covid, pari al 3,6% del totale dei casi notificati. Nell'ultima settimana la percentuale di reinfezioni risulta pari al 5,8%, in aumento rispetto alla settimana precedente (5%). Inoltre il tasso di mortalità relativo alla popolazione over 12 anni, nel periodo 18/03/2022-17/04/2022, per i non vaccinati (34 decessi per 100.000 abitanti) risulta circa 4 volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni (8 decessi per 100.000) e circa 7 volte più alto rispetto ai vaccinati con dose aggiuntiva/booster (5 decessi per 100.000). Il tasso di ricoveri in intensiva, invece, per i non vaccinati è circa 4 volte più alto rispetto ai vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni e circa 4 volte più alto rispetto ai vaccinati con booster.

Popolazione mondiale
Il professor Massimo Andreoni è primario di infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma. E da direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) riancia le parole del premier Mario Draghi che in un videomessaggio al Global Covid-19 Summit ha detto che «l'obiettivo è vaccinare il 70% della popolazione mondiale» perché «la pandemia non è finita».

Situazione

Secondo il professor Andreoni, «Draghi ha fatto bene a ricordare la situazione attuale che vede ancora una elevata circolazione del virus"ì» perché «più si lascia passare il tempo e non si programma un intervento globalizzato di vaccinazione anti-Covid in tutto il mondo e più corriamo il rischio di non vedere finire mai questa pandemia». Andreoni condivide la linea del premier italiano: «L'allentamento delle misure anti-Covid non deve darci la falsa sensazione di essere fuori, soprattutto in ottica di accelerare sulle quarte dosi, che oggi stanno stentando». E aggiunge:  «Partiamo da una osservazione: l'80% delle varianti è arrivato in Europa da paesi del terzo mondo o comunque da paesi che non stavano vaccinando, come Sudafrica e India, e da chi come il Regno Unito non ha voluto da subito fare il lockdown. Se non vacciniamo tutto il mondo continueremo ad avere nuove varianti che ci espongono a una circolazione non controllata del virus con tutti i rischi che questo comporta». 

Esigenza

Il professor Roberto Cauda dirige il reparto di Malattie Infettive del Policlinico Gemelli ed è revisore dei parametri Covid del governo e consulente scientifico dell’Agenzia europea del farmaco (Ema).  «Meno si vaccina e più il virus circola aumentando la possibilità di varianti- spiega l’infettivologo alla Stampa.it-. L’accesso universale al vaccino è la priorità nella lotta al Sars-Cov-2. Bisogna procedere in tutto il mondo su due punti. Contenere l’infezione attraverso i mezzi di prevenzione per ridurre la diffusione del virus. E vaccinare il maggior numero di persone per togliere terreno al virus. Questo obiettivo si può ottenere importando i vaccini dall’estero, cioè dalle nazione dove vengono prodotti. Oppure producendoli sul proprio nel territorio nazionale». Prosegue il professor Cauda: «Nel primo caso, importandoli dall’estero, si è in qualche modo dipendenti dalle scelte altrui. Che possono essere condizionate anche dalla difficoltà di poter fornire in tempi brevi e in quantità elevate i vaccini a tutti quanti li richiedono. La seconda scelta, quella di produrli in loco, sicuramente consentirebbe di disporre di un numero di vaccini adeguato alla richiesta nazionale».

Network

Aggiunge il professor Cauda: «Occorre implementare i sistemi di sorveglianza a livello mondiale. Per riconoscere precocemente l’insorgenza di nuove malattie infettive. Con un particolare focus rivolto all’ambiente. Poi promuovere lo studio e la ricerca in questo campo. Inoltre disporre di strutture sanitarie agevolmente e rapidamente attivabili in caso di emergenza. Costruire un network tra ospedale e territorio. Formare professionisti capaci ed esperti». Inoltre «è molto difficile poter fare previsioni sulla durata della pandemia. Anche perché le caratteristiche del virus sono, nel corso di questa pandemia mutate. E con esse anche le caratteristiche epidemiologiche. Ad esempio, il virus ancestrale (cioè quello di Wuhan) era meno contagioso rispetto al virus mutato D614G. Che è stato sequenziato per la prima volta in Italia. E che è diventato prevalente in Europa e negli Stati Uniti durante la prima ondata». E «paghiamo una sottovalutazione a partire dagli anni ’70 ad oggi del potenziale impatto della patologia infettiva sulla sanità pubblica. Nonostante in questi ultimi anni si siano verificate avvisaglie di pericolo. Rappresentate dallo sviluppo dell’Aids nel mondo. Dalla mancata pandemia Sars del 2002-2003. E dalla pandemia di H1N1 nel 2009».

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