Terrorismo: documenti falsi a foreign fighters, 7 arresti a Milano e in Lombardia

Forniti anche all’attentatore di Vienna del 2 novembre scorso. L’indagine era stata avviata dalle autorità austriache

MILANO. Sessanta paesi coinvolti, 5 mila transazioni, un flusso finanziario di 250 mila euro e un migliaio di documenti falsi che, in molti casi, sono finiti nelle mani di foreign fighters vicini all’Isis. Tra questi, c’è anche Kujtim Fejzulai, il 21 enne di origine macedone che lo scorso 2 novembre ha commesso l’attentato suicida a Vienna in cui sono morte quattro persone: Fejzulai, che aveva la doppia nazionalità austriaca-macedone, sarebbe dovuto andare in Siria ma, come ha spiegato il pm Alberto Nobili, a capo del pool antiterrorismo della Procura di Milano, «quando ha capito che il suo piano sarebbe fallito ha deciso di compiere il suo martirio a Vienna». Il 21 enne aveva, infatti, pagato 1.517 dollari per un passaporto falso mai arrivatogli e per questo aveva «ripiegato» sull’Austria, il paese di cui era cittadino. Il suo nome è comunque emerso, in qualità di cliente, dalle carte dell’operazione «The Caucasian Job», nata dagli approfondimenti avviati a seguito di un'operazione antiterrorismo condotta nel dicembre 2019 dalle autorità austriache su una possibile pianificazione di attentati in Europa e che ha permesso di evidenziare significativi collegamenti con circuiti del terrorismo internazionale di matrice religiosa.

L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo della Procura della Repubblica di Milano (con i pm Paola Pirrotta ed Enrico Pavone) e condotta dalla Digos milanese in sinergia con la Direzione Centrale Polizia di Prevenzione, con il supporto dell'Ectc – European Counter Terrorism Centre di Europol e con la collaborazione della Guardia di Finanza, ha portato all’arresto di sette persone. La banda aveva «il carattere ramificato dell'organizzazione e la sua operatività in diversi Paesi europei» e i suoi membri avevano una «spiccata pericolosità sociale».

«Menti» di tutta la rete, che ha avuto oltre duemila clienti (era operativa dal 2018) cui venivano forniti, su pagamento tramite Money Transfer, documenti di ogni sorta – dalla carta di identità, al passaporto, al permesso di soggiorno passando per il certificato di nascita – erano il ceceno Turko Arismekov, 35 anni, dal 2016 in Italia e residente a Sangiano nel varesotto come richiedente asilo e il 44 enne ucraino Vitalii Zaiats. I documenti realizzati dalla banda erano finemente prodotti, così sofisticati che venivano individuati con difficoltà anche dalle tecnologie più avanzate. I falsari poi li pubblicizzavano online grazie ai social network – in particolare Instagram e Whatsapp, piattaforma su cui avvenivano tutti gli scambi di foto – sia in russo che in ceceno e venivano definiti «i migliori falsi in circolazione», tanto che il gruppo offriva anche l’opzione «soddisfatti o rimborsati».

In particolare Arsimekov era una personalità già nota agli inquirenti visto che era già stato arrestato a novembre scorso. Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere si legge che il ceceno ha ammesso di «aver fatto contraffare tra 5 e 20 documenti alla settimana a partire dal 2019» e ha anche indicato «il prezzario dell'organizzazione: 800 euro per i permessi di soggiorno, 400 per i documenti quali carta d'identità e patenti di guida, 1600-2000 euro per un passaporto». Altri due arrestati parlano di Arsimekov, indagato anche per associazione con finalità di terrorismo, chiamandolo «documento».

La galassia finanziaria della rete è stata ricostruita dalla Guardia di Finanza che ha tracciato nel dettaglio l'operatività finanziaria dei capi dell’organizzazione scandagliando Money Transfer, carte prepagate e conti bancari in Europa e nel Regno Unito. «I capi», hanno spiegato dalla GdF, «hanno tenuto traccia di ogni movimento» tanto che gli inquirenti hanno potuto analizzare oltre 100 mila chat su diversi pc, tablet e telefoni. Il sistema era tanto semplice quanto ramificato: tramite social e Whatsapp venivano ordinati i documenti che poi erano prodotti in Ucraina. A quel punto, i documenti falsi venivano trasferiti dall’Ucraina all’Italia e consegnati a una coppia di «insospettabili» (madre 64 enne e figlio 46 enne, di origini ucraine) che effettuava le consegne in un’area industriale alle porte di Milano. «Nel 2004 migliaia di terroristi partivano verso la Siria. Dall'Italia i foreign fighter che sono andati a combattere per l’Isis sono 144, ma da Francia, Germania e da altri Paesi ne sono partiti in migliaia» e adesso i sopravvissuti stanno cercando di fare ritorno, ha spiegato il primo dirigente Fabio Berrilli della Direzione Centrale Polizia di Prevenzione. «Adesso – ha concluso – è come se avessimo messo mano ad Enigma, e dobbiamo cercare di capire a chi sono andati in mano questi documenti falsi».

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